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In ordinem redigere. Polizia e ordine pubblico nella Roma imperiale

Cecilia Ricci

In ordinem redigere. Polizia e ordine pubblico nella Roma imperiale

Secondo le ricostruzioni più verosimili, la Roma di Augusto contava all’incirca un milione di abitanti: cifra davvero considerevole, se si tiene conto dell’area abitativa disponibile e delle strutture residenziali su cui era possibile contare. In questo tessuto urbano trovarono spazio, nell’arco di poche generazioni, anche le caserme e i presidi dei corpi militari urbani, che presto diventarono un’immagine familiare per il cittadino della Roma imperiale.
Il numero di militari oscillava, a seconda dei computi, tra i 15.000 e i 25.000 uomini che accompagnavano, proteggevano, sorvegliavano rappresentanti del potere ed edifici civili, mescolandosi nel composito quadro della più grande metropoli antica, ma al tempo stesso segnalando la loro presenza e sottolineando la loro strutturale differenza rispetto ai cittadini attraverso l’abbigliamento, l’atteggiamento, il ruolo. Solo Alessandria e, in condizione subordinata, Lione, come Roma, ebbero una popolazione militare altrettanto considerevole e stabile, così come quasi permanente era il servizio di questi soldati: si andava dalla ferma “leggera” dei pretoriani (16-17 anni) sino ai 20 anni degli urbaniciani. Nei mercati, nelle vie affollate, nei luoghi dove si svolgevano cerimonie solenni, dove si celebrava un trionfo, dove si distribuivano grano o donativi, dove si giocava e dove si dava spettacolo, le truppe erano sempre presenti.
Va da sé che la realtà romana presentava caratteristiche peculiari ed esigenze specifiche in quanto sede centrale del potere imperiale; tutt’altra era la situazione dei territori provinciali, specialmente laddove erano acquartierate le legioni e i reparti ausiliari. Qui i compiti di polizia spettavano ai governatori che, in caso di sollevazioni, contro il rischio di minaccia per il potere costituito, ricorrevano con meno esitazioni alla repressione armata.
La creazione di corpi di truppa permanenti a Roma è parte del programma augusteo di tutela dell’ordine e della pace: si trattò di un’operazione condotta con gradualità e sistematicità, al fine di non destare timori di bruschi sovvertimenti delle garanzie repubblicane. Il numero e la varietà dei corpi con funzioni di polizia attivi a Roma agli inizi del principato è tuttavia un segno chiaro del cambiamento decisivo di atmosfera tra repubblica e impero, anche ammettendo che una parte dei servizi d’ordine preesistenti in forma privata siano stati semplicemente ufficializzati in questa seconda fase.
Un ruolo fondamentale nel nuovo apparato era svolto dalle coorti pretorie e da quelle urbane. I pretoriani (tra i 5.000 e i 10.000 uomini, a seconda dei computi e delle epoche) erano al comando del prefetto al pretorio, un funzionario di rango equestre, e rivestivano incarichi vari alla presenza del principe o di personaggi della famiglia imperiale, come guardie del corpo e custodi delle residenze ufficiali. In assenza del principe, controllavano le strade, aiutavano a circoscrivere gli incendi gravi e svolgevano funzioni di polizia politica. Una coorte intera controllava regolarmente i luoghi di spettacolo, al fine di reprimere gli eventuali episodi di violenza e sorvegliava le assemblee popolari. Questi soldati si trovavano così ad essere presenti in situazioni di tensione particolare (congiure di palazzo, malcontento popolare) o nei luoghi dove si svolgevano dibattiti giudiziari solenni o discussi. Erano anche attivi al di fuori dell’ambito cittadino, al seguito dell’imperatore nei suoi viaggi; come partecipanti a spedizioni militari e come task force, sempre su ordine del principe, per sedare eventuali insurrezioni.
Accanto alle coorti pretorie erano tre coorti urbane (per un totale di circa 1.500-3.000 uomini, non tutti stazionanti a Roma, ma dislocati anche ad Ostia e Pozzuoli), con compiti di polizia diurna: sorveglianza dei mercanti, delle strade, dei ponti, delle terme, dei luoghi di associazione. Questi uomini erano al comando del prefetto urbano, un senatore, reso in tal modo responsabile della sicurezza della città. In momenti diversi, tra loro susseguenti, alcune centinaia di uomini reclutati tra le popolazioni nordiche (in prevalenza Germani e Danubiani), svolsero funzioni esclusivamente di guardia del corpo imperiale. i Germani corporis custodes (fino all’epoca neroniana); gli equites singulares Augusti (a partire dalla fine del I sec. d.C.); i protectores (a partire dalla metà circa del III secolo d.C.). Infine, sette coorti di vigili (per un totale di circa 7.000 uomini), reclutati tra i liberti e al servizio del prefetto dei vigili, anch’egli di rango equestre, formavano un corpo paramilitare con compiti di polizia notturna e di prevenzione e controllo degli incendi1.
All’interno di ciascuno dei reparti sopra descritti, un rigido sistema gerarchico contrapponeva gli ufficiali alla manovalanza, che partendo dai gregari giungeva fino ai ranghi del centurionato o alla carica di rango corrispondente. Per diverse ragioni è difficile farsi un’idea precisa delle reali funzioni di polizia assunte da pretoriani e urbaniciani. In primo luogo, per la natura delle fonti a nostra disposizione: i testi letterari, riflettendo ideologie ed aspirazioni di gruppi politici, per lo più senatorii, sono parziali e, spesso, imprecisi. Tacito, Erodiano, Cassio Dione, gli scrittori dell’Historia Augusta non di rado fanno riferimento ai “soldati di Roma”, senza specificare a quale corpo essi appartengano. Forme di rappresentazione diretta dei soldati quali l’arte, le iscrizioni e i papiri ci dicono che essi spesso amavano dare un’immagine civile di sé; informano, attraverso la simbologia cui facevano ricorso, sui culti da loro praticati o, ancora, sul loro linguaggio; ma non sul ruolo di controllo e di mantenimento dell’ordine a Roma. In secondo luogo, la rarità dei resoconti che forniscano qualche dettaglio sul ruolo delle truppe di Roma in occasione di tumulti di piazza non autorizza a ricavare regole generali sul sistema di polizia e mantenimento dell’ordine pubblico. Di questo tema si sono di recente occupati, da un punto di vista diverso, ma con analisi in parte convergenti, due storici attenti alle vicende della tarda repubblica romana: Fergus Millar e Wilfried Nippel. Millar2 passa in rassegna le strutture e le dinamiche della vita politica romana in età repubblicana per metterne in luce gli originari caratteri di democrazia diretta e non rappresentativa, grazie al fatto che il potere legislativo, di fondamentale importanza, spettava ai comitia (le assemblee popolari). Diventa essenziale, in questa prospettiva, la valutazione dell’effettiva partecipazione alle assemblee e la stima almeno approssimativa dell’esercizio del potere di persuasione (molta gente poteva essere persuasa a venire a Roma a votare e a votare per un certo candidato), da parte di individui e gruppi influenti. Un’attenta analisi di tali fenomeni può consentire, secondo Millar, di cogliere la peculiarità e capire il funzionamento del sistema repubblicano, contraddistinto dalla stretta connessione tra sovranità popolare, espressa attraverso le leggi, e l’inconsueta concentrazione di potere militare nelle mani di individui all’origine del sistema monarchico.

Il populus Romanus non era un gruppo di discendenza biologica, ma una comunità politica definita da diritti e doveri (questi ultimi consistenti prevalentemente nel servizio militare nelle legioni) e fu formato dalla progressiva estensione della cittadinanza romana in Italia, e dal caratteristico costume romano di dare la cittadinanza ai liberti3.

In questo quadro, l’assenza di un’organizzata forza di polizia o di un corpo di impiegati statali incaricati di mantenere l’ordine ed esercitare il monopolio di stato dell’esercizio della forza appare caratteristico e distintivo di Roma. Non è possibile parlare di conflitti tra forze organizzate della legge e dell’ordine e popolazione: la violenza di massa fu incanalata in settori specifici della città e fu sempre diretta verso obiettivi determinati. Con Pompeo, nel 52 a.C., fu una novità l’impiego di soldati per il controllo politico. L’analisi di Millar si ferma a questo punto, immediatamente prima della trasformazione istituzionale realizzata da Augusto.
L’indagine di Nippel 4 si concentra in modo puntuale su polizia e ordine pubblico. Entrambi i concetti appartengono al mondo moderno e sono il prodotto di una lunga storia: la polizia è il frutto di cambiamenti fondamentali negli atteggiamenti individuali e sociali nei confronti della “pace sociale” e corrisponde ad esigenze di ordine in società percorse da conflitti di classe. Quanto all’ordine pubblico, il suo valore cambia se considerato dal punto di vista del potere o degli individui ad esso soggetti, delle epoche e degli assetti istituzionali. Per quanto riguarda il mondo antico (non solo quello romano), esso è caratterizzato dall’assenza di un corpo di polizia forte e politicamente imparziale: il regime imperiale romano non rimediò a tale mancanza. Si trova dunque un’affermazione analoga a quella di Millar, che d’altra parte corrisponde ad un’opinione storica diffusa: da parte sua, Nippel contesta che tale assenza possa aver costituito un elemento di debolezza strutturale per la società romana. Tutte le società premoderne si trovavano in condizioni analoghe e il suo libro parte dal presupposto che i moderni standard di polizia non siano naturali e dunque indispensabili al corretto funzionamento della comunità sociale: Nippel cerca infatti, nel corso della sua indagine, di identificare gli equivalenti funzionali di una forza di polizia in una società (come quella romana repubblicana) senza polizia.
La riflessione degli storici in tema di polizia e ordine pubblico si ferma a questo punto, dopo l’analisi attenta della dinamica politica della tarda repubblica; alcune puntualizzazioni in relazione ai protagonisti dei conflitti sociali; la constatazione dell’assenza di una polizia nel senso di forze dell’ordine istituzionalizzate, almeno fino al riordinamento augusteo. In relazione al problema trattato, dovendo qui considerare le forme di tutela dell’ordine pubblico in epoca imperiale e dopo aver ricordato gli strumenti creati da Augusto a questo scopo, aggiungerò qualche considerazione sul progetto a monte dell’operazione augustea e sui suoi esiti successivi, traendo spunto da alcune fonti che consentono di farlo.
La pianificazione augustea in questo campo è, si è detto, attenta quanto progressiva: i pretoriani nascono come graduale istituzionalizzazione delle guardie del corpo che agivano al seguito dei triumviri durante le guerre civili. Il principe li seleziona tra le popolazioni italiche di regioni circostanti la capitale, prevede per loro un trattamento privilegiato rispetto ai soldati di guarnigione e, successivamente, li organizza in coorti; a partire dal 2 a.C., colloca al loro vertice due ufficiali di rango equestre. È sempre un’iniziativa di Augusto quella di tenere all’interno della città solo una parte di questi soldati e di distribuire il resto nei suoi dintorni. I pretoriani ricevono un acquartieramento stabile e separato solo con il successore di Augusto, Tiberio. Il numero delle coorti pretorie, ma anche di quelle urbane, varia poi costantemente nel corso del I sec. d.C. e il loro riflesso nelle fonti letterarie sembra decrescere in coincidenza di questo assestamento. Anche se le coorti pretorie sono il fulcro di questo programma, la strategia di Augusto prevede comunque la distribuzione del potere d’intervento nel campo dell’ordine pubblico nelle mani di più funzionari (i vari prefetti) che rispondono direttamente a lui. È difficile definire con precisione i margini di autonomia nel campo del controllo dell’ordine pubblico, e in senso più generale, in quello della giustizia criminale, del prefetto urbano, che ha a disposizione le coorti urbane: questa figura istituzionale che nel corso dei primi secolo del principato assorbe gradualmente le funzioni dei preesistenti magistrati repubblicani (soprattutto pretori ed edili) aveva certamente compiti di prevenzione di eventuali sommosse che potevano scoppiare nella città e di sorveglianza dei luoghi dove avevano luogo assembramenti di popolo 5. L’ordine pubblico, secondo i piani di Augusto, deve essere salvaguardato attraverso un ampio programma di prevenzione e tutela, per non incrinare, come dice Nippel, il senso di sicurezza dei vari ordini della società; la peculiarità del sistema augusteo consiste allora sia nelle forme (modalità e capacità d’intervento delle forze di polizia), che soprattutto nella strategia del controllo (la scelta delle circostanze per cui l’intervento è ritenuto necessario), attivo in questo modo tanto sulle forze addette al controllo, quanto sull’oggetto dell’eventuale repressione.
Un brano della Vita di Svetonio, che accenna solo indirettamente all’eventualità di sommosse, è caratterizzato dall’apparente leggerezza con cui viene riflessa la capillarità degli interventi augustei in campo militare. Si tratta di Suet., Aug., 49 (relativo agli ultimi decenni del I secolo a.C.):

Per quanto riguarda le forze militari, distribuì nelle varie province le legioni e gli ausiliari; una flotta la piazzò a Miseno e un’altra a Ravenna a difesa del Tirreno e dell’Adriatico. Il resto delle truppe, parte le destinò alla difesa dell’Urbe, parte alla guardia della sua persona […]. Non tollerò mai che stazionassero a Roma più di tre coorti e per di più le tenne senza accasermarle. Le rimanenti usava inviarle ad acquartierarsi, sia d’inverno sia d’estate, nelle cittadine vicino a Roma. A tutte le truppe, inoltre, ovunque fossero, fissò nettamente gli stipendi e i premi da godere, differenziandoli secondo i gradi, il tempo del loro servizio e i vantaggi congiunti al loro congedo. I soldati congedati non potevano quindi, data la loro età e considerando la loro inopia, essere coinvolti in una rivoluzione (ne aut aetate aut inopia post missionem sollicitari ad res novas possent).

Nella parte conclusiva del brano, si fa riferimento all’eventualità di un colpo di stato o alla possibilità che i veterani decidano di schierarsi al fianco dei civili (insieme alle truppe legionarie) nel caso di un “rivolgimento dello status quo”. Le res novae sono il rovesciamento dell’ordine tradizionale, in questo frangente specifico appena ripristinato da Augusto, dopo le guerre civili; è il fantasma di una “rivoluzione” che, a partire da Roma, possa propagarsi all’Italia e all’Impero.

Le fonti letterarie ci informano, anche se in forma indiretta, del ricorso all’apparato creato da Augusto da parte dei suoi successori. In epoca giulio-claudia, il progetto di questo imperatore rimane esecutivo e il ripristino dell’ordine resta compito precipuo del principe, che usa a questo scopo i soldati di Roma. Quanto alla folla, che reagisce o subisce la repressione, è protagonista di una serie di episodi in cui l’uso di un sostantivo collettivo generalizzante (essa viene definita nelle fonti multitudo, turba, plebs, vulgus, populus o, con i corrispondenti termini greci, demos e ochlos) allude all’insieme degli abitanti della capitale non appartenente agli ordini superiori, organizzati in associazioni di mestiere, che già dalla tarda epoca repubblicana avevano cominciato a rappresentare un movimento di opinione non trascurabile, pur privo di una vera e propria ideologia politica. Si tratta anche del popolo beneficiario delle distribuzioni gratuite di frumento e denaro.

La plebs della decadenza repubblicana e dell’impero non è un proletariato di lavoratori di modesta o infima situazione economica e sociale perché è un ceto che non lavora e quindi non produce, mentre, invece, ha diritti da tutti riconosciuti: qualunque sia l’origine locale ed etnica, i cittadini romani non abbienti, abitanti in Roma e nell’area suburbicaria dei centomila passi di raggio dal centro della città, si ritengono i discendenti dei conquistatori ed edificatori dell’impero e pertanto non lavorano perché è ritenuto ovvio che abbiano diritto a vivere sui proventi dell’impero stesso. È superfluo aggiungere che il governo romano – qualunque ne fosse la consistenza, il seguito, i gruppi detentori del potere – doveva far fronte alla realtà sociale di questa ‘plebe’… per evitare rivolte e instabilità sociale che avrebbero avuto conseguenze disastrose per il centro del potere e quindi per la totalità dell’impero […]6.

Un brano, sempre di Svetonio, si commenta da solo per la ferocia dei fatti cui si allude. Sotto il principato di Caligola, tra il 37 e il 41 d.C. (Suet., Cal., 26):

Turbato nel sonno dal rumore di alcune persone che nel mezzo della notte si installavano nei posti gratuiti del circo, li fece cacciare tutti a bastonate e nel tumulto (tumultus) che ne seguì furono schiacciati più di venti cavalieri romani e altrettante matrone, senza contare un’innumerevole turba di altra gente.

La responsabilità di quanto avvenuto viene attribuita dallo storico direttamente a Caligola, tradizionalmente dipinto come uno dei principi più sofisticati nella sua efferatezza. Gli esecutori rimangono nell’ombra, celati dal verbo causativo (“fece frustare”) e dal laconico passivo (“furono schiacciati”). È sottinteso chi sia il mandante: quel Caligola ideatore di torture, soprusi o assassinii, ai cui ordini i soldati non fanno cenno di ribellarsi; eppure saranno quegli stessi soldati (e i loro ufficiali) ad uccidere il “tiranno”7. Sembra che Nerone sospese temporaneamente il servizio di sorveglianza militare presso i luoghi di spettacolo, a quanto dice lo storico greco Cassio Dione (61, 8, 3), che, riferendosi all’anno 55 d.C. 8, dà una sua interpretazione del provvedimento:

Vietò ai soldati, i quali erano sempre stati soliti a presenziare ai pubblici raduni, di continuare ad assistervi: la scusa ufficiale era che essi dovevano occuparsi solo di ciò che riguardava strettamente i doveri militari, ma il suo reale proposito era quello di dare tutto l’appoggio possibile a coloro che volevano provocare dei disordini.

Nel 62 d.C., lo stesso principe, di fronte alla dimostrazione popolare a favore della moglie Ottavia appena ripudiata e contro la nuova concubina Poppea, reagisce con la repressione attraverso i reparti militari (con ogni probabilità pretoriani), per ribadire l’arbitrio nell’esercizio del potere e il suo diritto al controllo. Si tratta di Tac., Ann., 14, 61 (62 d.C.):

[Dopo il rientro di Ottavia] il popolo quindi sale esultante al Campidoglio e rende finalmente omaggio agli dei. Le statue di Poppea vengono abbattute, quelle di Ottavia levate sulle spalle, ornate di fiori e collocate nel foro e nei templi […]. E già il Palazzo era pieno di folla (multitudine) e di clamori, quando schiere di armati (militum globi), irrompendo con verghe e colle spade puntate, scompigliarono la folla e la dispersero […]. Tutto ciò che la sommossa (seditio) aveva capovolto è di nuovo mutato e il culto di Poppea ristabilito. [Ma Poppea diceva a Nerone che] quelle armi erano state impugnate contro l’imperatore; non era mancato altro che un capo, il quale, una volta scoppiata la sedizione (motis rebus), si troverebbe facilmente […]. Ottavia, pur lontana, scatenava rivoluzioni (tumultus) […]. Quel primo disordine (primos motus) era stato represso con un giusto castigo e con provvedimenti moderati, ma ove il popolo perdesse ogni speranza che Ottavia ridiventasse la moglie di Nerone, penserebbe lui a darle un altro marito […]9.

Nel brano Tacito fa uso di un vocabolario molto variato per definire la manifestazione popolare (i termini latini sono evidenziati tra parentesi) che, lungi dal rivendicare diritti o privilegi, vuole mostrare solidarietà con la scelta dell’imperatore; e definisce, per bocca di Poppea, iusta ultio, una giusta vendetta, la repressione dei disordini. Questa folla che partecipa alle vicende private dei regnanti, e addirittura manifesta per influenzarne l’andamento, assomiglia agli attuali spettatori di sit-com o ai lettori di riviste patinate che si appassionano al privato ricco di colpi di scena di personaggi inesistenti, o agli amori e ai dolori dei vip. Con una differenza, non da poco: contro i manifestanti anti-Poppea, la violenza del potere si scatena anche fisicamente, oltre che moralmente, nella sua volontà di disciplinare impulsi vitali che escono fuori dal controllo.
Nel II secolo d.C. i già rari segnali avvertibili attraverso le fonti di interventi della polizia urbana contro folle manifestanti tacciono del tutto: la “rifondazione dell’impero”10 passa anche attraverso l’eliminazione del ricorso a interventi repressivi troppo brutali, alla maniera dei giulio-claudi, o almeno, a giudicare da quel che ci è arrivato, ad una loro abile dissimulazione. È probabile che la “polizia di Augusto” entri in crisi quando il sistema stesso del principato comincia a vacillare seriamente: la distribuzione delle responsabilità ai prefetti non funziona più nel momento in cui è il sistema stesso a entrare in crisi. Si può ipotizzare che anche per i corpi militari urbani valga quanto sta via via emergendo negli studi sulla storia dell’esercito romano: e cioè che linee di continuità esistano tra i primi due secoli dell’impero da una parte e tra l’esercito di Marco Aurelio e quello di Diocleziano, dall’altra. Lo spartiacque potrebbe essere rappresentato dalle realizzazioni di Settimio Severo in questo campo (infra). In uno degli ultimi anni del regno di Commodo (il 190 d.C.) si colloca uno scontro che vede su opposti fronti da una parte i pretoriani e il loro comandante, dall’altra la folla e le coorti urbane. Per la notevole estensione dei brani di Cassio Dione (72, 13, 3-6) ed Erodiano (I, 12, 3-9; 13, 1-4), sui quali si basa la ricostruzione dei fatti, ne darò un sunto, limitandomi a qualche citazione puntuale. Durante uno spettacolo di corse al Circo Massimo, un gruppo di giovani cominciò a lanciare invettive contro il prefetto del pretorio Cleandro, assente. La folla degli spettatori, lasciandosi coinvolgere, si mosse in corteo verso la villa di Commodo, per chiedere la testa di Cleandro, odiato dal popolo e dai senatori per l’influenza che esercitava sul sovrano. Sia Cassio Dione che Erodiano concordano nell’affermare che Cleandro fece caricare la folla dai soldati a cavallo. La folla, nonostante le cospicue perdite, cercò di resistere e ritornò sui suoi passi; a questo punto però anche la gente rimasta fino a quel momento passiva intervenne colpendo i cavalieri; addirittura gli urbaniciani (“per odio verso i cavalieri”) attaccarono, solidali con la popolazione. “In questa guerra civile, nessuno volle informare Commodo di quello che stava accadendo, tanto si credeva fosse il potere di Cleandro” (Erod., I, 13, 1). Fu proprio l’intromissione della polizia urbana a far precipitare la situazione dei pretoriani: si creava a questo punto un conflitto di competenze tra pretoriani e urbaniciani, con conseguente abuso di potere da parte di Cleandro, che Commodo risolse convocando il suo protetto e mettendolo a morte.

Che questo non sia stato un fatto di poco conto, ma abbia avuto le dimensioni che prospetta Erodiano, è attestato dalle conseguenze [vittime e devastazioni], che non sarebbero state tali da indurre Commodo a sacrificare Cleandro, come afferma subito dopo lo stesso Cassio Dione, se si fosse trattato di una mischia tra pretoriani e popolo con, in più, qualche morto […]11.

La dinamica dei fatti è abbastanza chiara: il pubblico dello spettacolo coglie la provocazione che proviene da uno degli spettatori in forma apparentemente casuale, in realtà sapientemente orchestrata da parte senatoria, e si muove per rivolgere la sua protesta direttamente a Commodo. I pretoriani ricevono l’ordine di fermare il corteo caricandolo (con bastoni e spade) ed eseguono l’ordine prima che i manifestanti abbiano il tempo di dire la loro, direttamente o attraverso portavoce, al principe. Quando con i primi feriti alcuni cominciano a tornare sui propri passi, interviene un terzo protagonista, gli urbaniciani, in qualità di garanti dell’ordine pubblico in città, al fianco dei manifestanti. Polizia e carabinieri si spaccano, verrebbe da dire con facile analogia rispetto ad oggi.
In realtà, dietro gli urbaniciani e prima ancora dietro la provocazione all’origine dell’episodio, c’è la mano dell’organo di potere più astuto dello stato romano, il senato che, attraverso il prefetto urbano, ha dato ai suoi soldati l’ordine di intervenire, non tanto per prendere le difese della popolazione inerme, quanto per esprimere tutto il proprio dissenso contro il prefetto del pretorio Cleandro, figlio di un ex schiavo, favorito dell’imperatore. A partire dalla riforma delle carriere operata da Augusto, la prefettura del pretorio era il culmine della carriera equestre, mentre la prefettura urbana era affidata a uomini di rango senatorio. Entrambi i prefetti ricoprivano posti chiave per l’esercizio del potere politico a Roma, ed erano riconducibili ai due poli di potere nell’impero romano: il senato appunto e il principe. Lo scontro tra manifestanti e forze dell’ordine è per così dire telecomandato dai vertici: i pretoriani obbediscono all’ordine di caricare, gli urbaniciani eseguono il compito di contenere i termini dello scontro nell’interesse della “pace sociale”, per ribadire soprattutto compiti e sfere di competenza. Il gesto di Commodo, che sacrifica un suo uomo, è il male minore che soddisfa il malcontento popolare e non raccoglie la sfida del suo nemico più pericoloso: la sensazione è che il controllo stia sfuggendo di mano al principe.
Un altro episodio, molto famoso, riguarda un attacco alla caserma dei pretoriani che ha luogo nel 238 d.C. quando, dopo la morte dell’imperatore Gordiano, il senato proclamò suoi successori Pupieno e Balbino. Prima di introdurlo, anch’esso ampiamente riassunto, data la notevole estensione dei testi che lo ricordano, va premesso che all’inizio del III secolo l’imperatore Settimio Severo (197-211 d.C.) aveva sostanzialmente modificato la composizione delle truppe pretoriane, reclutandone gli effettivi tra le legioni. L’area di reclutamento di questo corpo era andata progressivamente allargandosi, nel corso del II secolo, per ragioni diverse: non ultima, l’allentamento dell’interesse nei confronti della professione militare che attraeva sempre meno gli abitanti dell’Italia. Cambia l’origine etnica di questi soldati, ma soprattutto diminuisce significativamente il loro grado di romanizzazione: i pretoriani non provengono più dalle regioni dell’Italia circostanti la capitale, ma dalle regioni danubiane, parlano un latino stentato, sono rozzi e non hanno esperienza di stretto contatto con la popolazione civile, soprattutto con quella di una grande metropoli come Roma. L’episodio qui riferito non è che una fase dello scontro di ben più ampio respiro che, in quell’anno di grandi avvicendamenti, vede come protagonisti Roma e l’Italia, alcune aree provinciali, urbane e rurali, il senato e il popolo di Roma, i soldati (di guarnigione e urbani) e gli imperatori. Le nostre fonti sono gli Scriptores Historiae Augustae12 (una compilazione storica tardoantica, in lingua latina e di parte senatoria) e ancora una volta Erodiano, storico di origine siriana, funzionario di corte e contemporaneo dei fatti narrati13.
Il popolo di Roma era contrario alla nomina a imperatori di Pupieno e Balbino; i due, protetti da una scorta armata di giovani cavalieri e di veterani residenti a Roma, tentarono di uscire dal tempio capitolino, ma la folla resistette “a colpi di pietra e di bastone”. I senatori pensarono allora di designare come aspirante alla successione un nipote omonimo di Gordiano. L’espediente riuscì, ma di lì a poco

la sconsiderata temerità di due senatori provocò in quel periodo un incidente le cui conseguenze furono gravissime per la città di Roma. Nel senato era in corso una seduta plenaria per deliberare sulla situazione; e, avendolo saputo, i soldati che Massimino [imperatore proclamato dalle truppe, non riconosciuto dal senato di Roma, in quel momento impegnato militarmente altrove] aveva lasciato al campo perché di età avanzata e prossimi ormai a terminare il servizio [pretoriani tra i 35 e i 40 anni dunque] vennero fino alle porte della curia, desiderosi di conoscere le decisioni prese. Essi erano senz’armi, e sulla tunica indossavano soltanto il mantello; così attendevano, insieme ad un gruppo di civili. Mentre i più rimanevano dinanzi alle porte, due o tre, desiderosi di seguire più da vicino la discussione, entrarono nella curia, oltrepassando l’altare della Vittoria. Un senatore di famiglia cartaginese, che da poco era stato console, chiamato Gallicano, e un altro che aveva raggiunto il grado di pretore, e si chiamava Mecenate, aggredirono i soldati, che nulla di ciò si aspettavano, e avevano le braccia impigliate nei mantelli, colpendoli al cuore con spade che portavano nascoste. Dati i torbidi in corso infatti tutti i senatori portavano armi, chi palesemente, chi di nascosto, per difendersi contro improvvise aggressioni.

I pretoriani colpiti morirono; gli altri fuggirono, cercando di raggiungere il loro accampamento. Gallicano, non contento, prese ad incitare la folla presente ad inseguirli e ad ucciderli, perché “nemici del senato e del popolo romano, amici di Massimino”.

Il popolo si lasciò immediatamente convincere; applaudì Gallicano, e si lanciò all’inseguimento dei soldati con tutta la velocità possibile, lanciando pietre contro di loro. I soldati, benché alcuni venissero feriti, non si lasciarono raggiungere; fuggirono al campo, chiusero le porte, e presero le armi mettendosi a guardia delle mura. Perseverando in questa sua impresa, Gallicano suscitò una guerra civile (emphylion polemon) che riuscì di grave danno alla città. Egli infatti eccitò la moltitudine a forzare i pubblici arsenali, ove peraltro si conservavano piuttosto armi da parata che da combattimento; consigliò che tutti si provvedessero di armature con mezzi di fortuna; aprì le caserme dei gladiatori e li fece uscire, muniti delle armi a ciascuno caratteristiche. I cittadini diedero di piglio a tutte le lance, le spade e le scuri che si trovavano nelle case e nelle officine; insomma, nella loro esaltazione, si facevano un’arma di qualsiasi arnese adatto che capitasse loro fra le mani. Riunitisi, avanzarono verso il campo, e si schierarono contro le porte e le mura con l’intenzione di assediarlo. I soldati, valendosi della loro esperienza e muniti di armi migliori, si proteggevano con gli scudi o dietro i baluardi, e bersagliando gli assedianti con frecce, o tenendoli lontani con lunghe lance, frustravano i loro tentativi.

Fattosi buio, i gladiatori e i cittadini decisero di ritirarsi; i soldati fecero una sortita e contrattaccarono; molti gladiatori e molti civili morirono. Quindi i soldati si ritirarono. A questo punto (non si specifica il lasso di tempo intercorso, ma necessariamente deve trattarsi almeno di qualche giorno) si reclutarono abitanti dell’Italia per combattere i pretoriani e al loro comando vennero posti gli ufficiali migliori. Ciononostante, gli assediati si difesero bene, tanto che l’imperatore Balbino si adoperò perché i due blocchi giungessero a una conciliazione, senza successo: il popolo con la sua superiorità numerica non accettava di non riuscire a espugnare i castra; i pretoriani “perché subivano da parte dei Romani ciò che fino allora avevano solo subito dai Barbari”. Queste poche righe sono conferma del fatto che, qualche decennio dopo l’intervento di Settimio Severo sopra ricordato14, le truppe pretoriane sono ampiamente composte da legionari che hanno combattuto sul fronte, e trovano inconcepibile subire un attacco da parte di cittadini romani. Viene in mente quello che, a proposito dell’esercito del III secolo, si domanda Jean-Michel Carrié: se cioè nel binomio senatus populusque Romanus, ancora vivo in questo momento,

l’esercito imperiale non costituiva forse le nuove sembianze assunte dal populus Romanus, numericamente ridotto, geograficamente disperso, culturalmente disomogeneo, ma moralmente unificato; tecnicamente specializzato nella difesa dell’Impero, ma collettivamente responsabile della sua sopravvivenza?15.

Nella parte conclusiva del racconto, gli assedianti decisero di tagliare le condutture che fornivano d’acqua il campo, per indurre i soldati alla resa. Questi fecero una sortita e nella battaglia che seguì ingenti furono le perdite e gravi i danni prodotti alla città.
Lo scontro descritto da Erodiano si svolge in diversi luoghi della città: inizialmente la curia, sede del senato, quindi le caserme dei pretoriani, finendo per coinvolgere nella fase più accesa edifici e altri spazi della città, con un bilancio delle vittime piuttosto pesante. In esso la furia del popolo si scatena contro un simbolo (i castra praetoria appunto, dove in quel momento si trovavano solo soldati in attesa del congedo), abilmente provocata dai senatori, al fine di non subire interferenze nella nomina dell’imperatore prescelto. In entrambi gli episodi il ruolo dei veterani e dei pretoriani anziani è inizialmente di difesa: più precisamente, nel primo caso di adempimento della propria funzione (anzi forse di una prestazione straordinaria, dato che il compito di scorta degli ex magistrati non era propriamente di loro spettanza!); nel secondo caso di resistenza allo stremo.
La versione di Erodiano, qui riportata, è particolarmente interessante per la ricostruzione dei protagonisti e delle responsabilità delle vicende narrate. Il brano dell’Historia Augusta è, al confronto, essenziale e asettico: riconoscendosi estraneo sia rispetto al popolo che ai soldati, il biografo assume al proposito un tono piatto, di pura registrazione dei fatti, che sembrano non stupirlo più di tanto, e ai quali non dedica troppo spazio. Erodiano invece esprime una tendenza più popolareggiante del pensiero storico, dissonante rispetto al resto della tradizione sui fatti coevi. Il suo punto di vista è diverso sia rispetto a quello del compilatore dell’Historia Augusta, sia rispetto a quello di Cassio Dione (anch’egli di parte senatoria), rispecchiando piuttosto l’atteggiamento dei servi e liberti di corte. In un testo filosenatorio non si potrebbe trovare l’attribuzione esplicita di responsabilità ai senatori e al loro uomo Gallicano, sia nell’uccidere uomini disarmati, sia nell’istigare la rivolta. Le parole che gli vengono messe in bocca sono chiare: i pretoriani, non in quanto soldati, ma come sostenitori di Massimino, sono i nemici di Roma.
Erodiano inoltre dà un quadro preciso degli opposti schieramenti che si allargano a comprendere rispettivamente, oltre al popolo, gladiatori e nuove reclute provenienti dall’Italia; e, oltre ai pretoriani, i poveri di Roma. È curioso che questi ultimi non si muovano autonomamente, approfittando del disordine generale, per darsi al saccheggio e rimediare qualcosa per sopravvivere, ma scelgano di appoggiarsi ai soldati: pretoriani e poverissimi di Roma (probabilmente entrambi in gran parte stranieri) sembrano accomunati dal bisogno e dalla volontà di riscatto rispetto a quei ricchi che compaiono solo alla fine del lungo brano connotati come tali, che altro non sono se non quei senatori e i cavalieri protagonisti della fase iniziale dello scontro, passati poi nell’ombra rispetto alla manovalanza popolare da loro manovrata. Quanto a quest’ultima, è difficile dire da chi esattamente fosse composta: probabilmente un insieme di strati diversi, misti di proletariato attivo e di plebe sfaccendata, che prepoliticamente agisce senza compattezza e unità d’intenti, spinta al contempo dal legittimo desiderio di esprimere la propria volontà in un momento di successione dinastica in cui Roma comincia a non essere più teatro esclusivo della politica e da un’abile guida dall’alto, di legami clientelari e collusioni corrotte. Come dice Foraboschi16, a proposito del fenomeno dello schiavismo antico:

[…] soprattutto mancava agli schiavi un’ideologia della liberazione. Come i ribelli primitivi o i banditi sociali, avevano le stesse idee della società di cui erano parte […] E, notoriamente, la mancanza di una cultura del conflitto riduce la percezione delle ingiustizie e schiaccia i rapporti sociali dentro le relazioni interpersonali, col loro alone di sentimenti di odio, di amore, di autentica dedizione servile al padrone […].

Ho evidenziato in corsivo le numerose volte in cui nei testi si fa riferimento, in modo generico o puntuale, alle armi usate nello scontro: mi è sembrato che l’insistenza dell’autore su questo punto non sia casuale e segua quasi, in una sorta di crescendo, la degenerazione progressiva dello scontro. C’è di tutto: armi illegittimamente detenute (le spade con cui i senatori uccidono i pretoriani, le lance, le scuri e ancora le spade che la folla corre a recuperare nelle case), armi improprie (le tegole, i mattoni, il vasellame del popolo), armi recuperate per la circostanza (le armi da parata dei pubblici arsenali), armi professionali (le frecce, le lance e altro di cui era dotato l’arsenale dei pretoriani e le armi in dotazione ai gladiatori). Lo scontro si trasforma presto in mache (battaglia), quindi in emphylion polemon (guerra civile): è la stessa espressione usata da Erodiano in riferimento ai fatti di Cleandro, il bellum intestinum che, agli inizi dell’ultimo secolo dell’impero precristiano e della lunga fase cosiddetta dell’anarchia militare, è usata in modo tragicamente consapevole. All’inizio del IV secolo, quando l’esercito di frontiera viene completamente riformato, i pretoriani e gli equites singulares Augusti, favorevoli a Massenzio, vengono sciolti da Costantino; al loro posto vengono create le scholae Palatinae, vero e proprio comitatus imperiale. La capitale dell’Impero si trasferisce a Costantinopoli, ed è qui piuttosto che andrebbe indagata l’organizzazione del servizio d’ordine in una grande città del tardoantico. Gli scenari e i protagonisti cambiano e, anche e soprattutto nell’esercito, le pratiche di controllo si avvicinano a quelle moderne. Mi limito a lanciare una suggestione: nel momento in cui, almeno nell’arte occidentale, scompaiono progressivamente le rappresentazioni di soldati armati e in uniforme, sostituite da immagini più confortanti di militari in abiti civili, con i familiari, amici e servitori e magari con un volumen tra le mani, il cittadino del nuovo impero romano e cristiano si dice “soldato di Cristo”. Si potrebbe, estremizzando, dire che mentre il militare si civilizza, il civile si militarizza, recuperando nel linguaggio, prima ancora che nella vita di comunità, il mondo di valori assoluti di cui l’esercito è portatore e simbolo: la gerarchia, la disciplina, l’obbedienza.

Dietro le quinte

Uno dei miei interessi guida nella ricerca è la storia sociale dell’esercito romano; le difficoltà di una ricerca di questo tipo sono legate alla scarsità e alla natura delle fonti, prevalentemente letterarie e dunque indirette e ufficiali. Io lavoro prevalentemente sulle iscrizioni latine imperiali, raccolte nel Corpus Inscriptionum Latinarum, iniziato da Mommsen verso la metà del XIX secolo, proseguito dai suoi allievi, e tuttora in corso di aggiornamento e revisione da parte di epigrafisti di tutto il mondo.
Per questo contributo ho utilizzato, come punto di partenza, i manuali di riferimento sulla storia delle truppe urbane e cioè i volumi di Marcel Durry, Les cohortes prétoriennes, Paris, 1939, rist. 1968 e Alfredo Passerini, Le coorti pretorie, Roma, 1939, rist. 1969, alla ricerca di notizie sul ruolo dei pretoriani negli scontri di piazza, parallelamente a manuali di storia di altri corpi urbani, come quello di Helmut Freis, Die cohortes urbanae (Epigraphische Studien, II), Bonn, 1967; l’articolo e i due volumi sulle guardie del corpo germaniche di Michael P. Speidel, Germani corporis custodes, in “Germania”, 62, 1984, pp. 31-45 e Die Denkmäler der Kaiserreiter. Equites singulares Augusti, Köln, 1994; o ancora Riding for Caesar: the Roman Emperors’ Bodygard, London, 1994 (quest’ultimo, di carattere divulgativo); il volume di Robert Sablayrolles, Libertinus miles. Les cohortes de vigiles (Coll. Ec. Fr. Rome, 224), Roma, 1996; l’articolo di Boris Rankov, Frumentarii, the Castra Praetoria and the provincial Officia, “Zeit. Pap. Epigr.”, n. 80, 1990, pp. 176-182 (lo stesso autore sta preparando una monografia sui frumentarii). Mi sono stati di grande aiuto per inquadrare l’attività di servizio d’ordine delle truppe urbane: la monografia di Fulvio Grosso, La lotta politica al tempo di Commodo, Torino, 1964 (citato nel testo); l’ampio contributo di Xavier Loriot, Les premières années de la grande crise du IIIe siècle: de l’avènement de Maximin le Thrace (235) à la mort du Gordien III (244), in Hildegard Temporini e Wolfgang Haase (a cura di), Aufstieg und Niedergang der römischen Welt, II, 2, Berlin – New York 1975, pp. 657-787; ma soprattutto due lavori di Jean-Michel Carrié: Il soldato, in Andrea Giardina (a cura di), L’uomo romano, Laterza, 1989, pp. 99-149 (il tentativo più significativo, a mio parere, di descrivere “il soldato come attore sociale, come creatore, riproduttore e diffusore di comportamenti e mentalità […]”, riferito comunque in prevalenza alla figura del legionario); ed Eserciti e strategie, in Andrea Carandini, Lellia Cracco Ruggini e Andrea Giardina (a cura di), Storia di Roma, vol. III, t. 1. L’età tardoantica, Einaudi, 1993, pp. 83-154 (anch’esso citato nel testo). L’attenzione maggiore è stata riservata a chiarire (a me stessa prima che agli eventuali lettori) le cautele che è necessario usare nell’impiego di categorie come “popolo”, “forze dell’ordine”, “polizia” ecc. per la storia antica; e l’individuazione di momenti di continuità o rottura nel passaggio tra sistema repubblicano e sistema imperiale, prima; tra principato e impero, poi.

Da: Zapruder n. 1, pp. 12-28.

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