StorieInMovimento.org

Il ritorno della piazza. Per una storia dell’uso politico degli spazi pubblici tra Otto e Novecento

Roberto Bianchi

Il ritorno della piazza. Per una storia dell’uso politico degli spazi pubblici tra otto e novecento

L’importanza della piazza come luogo fisico, simbolico e metaforico, ma anche come spazio di sociabilità e scenario privilegiato della vita privata e collettiva, è stata richiamata più volte. Ricerche sulle società urbane, medievali e moderne, hanno descritto bene il ruolo essenziale di questo spazio urbano nel rapporto tra cittadini e vita pubblica per la storia europea di lungo periodo1, mentre dagli studi sulla cultura delle città emerge l’importanza delle manifestazioni, civili e religiose, ordinate o disordinate, per la costruzione delle identità collettive2. Parliamo dunque delle piazze come ambienti di mercato e di intensa vita sociale, dove si scambiavano le merci, circolavano le notizie, in molti si conoscevano; luoghi per feste sacre e profane, ambienti di incontro tra reggitori e retti, sovrani e sudditi, e, nel “secolo degli estremi”3

Infatti tra Otto e Novecento, con una trasformazione illustrata da Isnenghi in un volume sui luoghi della vita pubblica nell’Italia contemporanea, la piazza ha assunto nuove valenze e anche nuovi connotati – penso alle piazze del loisir, del tempo libero e della socializzazione, con giardini e caffè, ispirate agli esempi provenienti dalle capitali europee -, ma ha continuato ad essere un “luogo della memoria” e di affermazione di nuove tradizioni, un vero teatro scoperto in cui tutti erano a un tempo attori e spettatori della vita collettiva, dove da sempre gli orgogli municipali si confondevano con le speranze di identità e i codici della distinzione sociale4.

Il mio contributo è però dedicato a un aspetto specifico della storia delle piazze: le piazze della politica, scenario di occupazioni dello spazio pubblico da parte della “gente”, che assunsero valenze e caratteri assai diversi nel corso del Novecento con un’evoluzione non lineare, scandita da salti e da rotture; in particolare, esaminerò il caso specifico – ma per molti aspetti esemplare – di appropriazione dei luoghi pubblici messo in atto dalle folle in rivolta contro il caroviveri nel corso dei tumulti annonari del 1919. Non sono quindi trattati altri temi, come quelli relativi alle piazze religiose (anch’esse luoghi di riunione e sociabilità; basti pensare, ad esempio, all’importanza delle feste legate al calendario liturgico), del mercato, del tempo libero (del passeggio e dei giardini), o delle feste civili, che pure contribuirono ad alimentare il lento e parziale processo di secolarizzazione dell’uso degli spazi pubblici5. Eppure lo studio delle manifestazioni di piazza, in tutte le sue dimensioni e con approcci anche metodologicamente differenti, può offrire angoli di visuale originali e nuovi elementi di riflessione per mettere in luce culture, forme della politica, linguaggi e rapporti sociali altrimenti celati o comunque meno visibili, come ad esempio quegli aspetti della vita politica che solo in parte potevano trovare riscontro nelle attività di organizzazioni e partiti più o meno istituzionalizzati6.

Forme e tempi dei conflitti in piazza

Questi aspetti emergono forse ancora più chiaramente ponendo al centro dell’attenzione l’oggetto rivolta. Come la manifestazione e come la rivoluzione7, anche la rivolta ha una sua storia specifica e peculiare. Probabilmente, almeno nella storia dell’Occidente contemporaneo, ogni rivoluzione è stata anticipata da rivolte e in ogni rivolta ci sono state manifestazioni di vario tipo. Ma per meglio comprendere le differenze di scala e le diverse qualità di questi fenomeni, non credo che siano utili letture di tipo finalistico della rivolta come molla per la rivoluzione, o della rivoluzione come necessario sviluppo della rivolta8. Le agitazioni annonarie del primo dopoguerra, ad esempio, vanno ovviamente collocate nella particolare situazione del periodo, con un’Europa non più unico centro del mondo e attraversata da processi rivoluzionari; le possiamo però meglio interpretare tenendo presente lo specifico sviluppo storico di queste forme di scontro sociale dal carattere variabile, intimamente legato alle trasformazioni del mercato, inteso come luogo e organizzazione dello scambio dei prodotti9.

Nello studiare la storia di due forme di partecipazione alla vita pubblica come le manifestazioni e le rivolte (in realtà, tra loro non sempre facilmente distinguibili e spesso intrecciate)10, più ricercatori hanno messo in evidenza le loro diverse periodizzazioni. La manifestazione – un fenomeno storico relativamente più recente, sorto verso la fine del Settecento e affermatosi nei due secoli successivi – è stata spesso considerata come in qualche modo più “moderna” della rivolta. Non a caso, si è parlato della “manifestazione come morte della rivolta”, vedendo la prima come caratterizzata da simbologie particolari, indissolubilmente legate a date, spazi e momenti specifici, non indifferenziati; e la seconda, invece, come un movimento spontaneo, caratterizzato da un rapporto di immediatezza con le sue cause e i suoi obiettivi11. In effetti, sappiamo che nell’Europa d’antico regime la forma tipica della protesta sociale era costituita dalle sommosse per i viveri, la più comune ed efficace forma di azione politica popolare, nonché la “più frequente forma di violenza collettiva”, sempre passibile di trasformarsi “in ribellione o in rivoluzione”, come scrisse a suo tempo Rudé12.

Anche da un altro punto di vista, ma con una periodizzazione un po’ diversa, alcuni sociologi della modernizzazione hanno sostenuto che alla fine dell’Ottocento (con lo sviluppo dei mercati alimentari nazionali, l’eliminazione progressiva delle penurie alimentari locali, la centralizzazione dei prezzi e il pieno affermarsi della società industriale e di massa) questa tipologia della protesta sarebbe definitivamente scomparsa. Scioperi, comizi sindacali, cortei e agitazioni organizzate da partiti e movimenti politici istituzionalizzati sulla base di programmi attentamente elaborati avrebbero soppiantato le proteste nei mercati, per lasciare al mondo dei ricordi le tradizionali sommosse annonarie, i periodici assalti ai palazzi delle autorità, le inquietanti folle desiderose di calmieri, pane e terra, magari armate di sassi e forconi, oltre che delle loro voci e del loro numero13. La più brillante e compiuta sintesi di tale trasformazione ci è data dai lavori di Tilly, secondo cui si sarebbe verificata una coincidenza non casuale tra la definitiva affermazione del sistema capitalistico nelle campagne, la formazione degli Stati moderni e l’estinzione dei tumulti per il pane. Nel ‘900, invece, gli episodi di richiesta di pane abbondante e a buon mercato, come in Russia nel 1917, esisterebbero solo “nel contorno politico dei grandi movimenti rivoluzionari”14.
Ma se le distinzioni tra fenomeni diversi, per quanto tra loro intrecciati – basti pensare che la manifestazione e la rivolta si dispiegano negli stessi scenari (piazze, strade, luoghi di mercato o di produzione), spesso con gli stessi attori e con repertori talvolta simili15 – restano fondamentali, risulta invece inadeguata ogni rigida periodizzazione che considera come completamente scomparse dalla storia del XX secolo le rivolte, o anche solo i tumulti di tipo annonario nei luoghi di mercato.

È un fatto che in pieno Novecento, e in paesi quali Germania, Francia, Italia, Spagna, Russia e persino Stati uniti, ritroviamo movimenti contro il caroviveri capaci di assumere grande rilevanza soprattutto nella crisi del primo dopoguerra16: azioni collettive che, in dimensioni e forme disuguali, attraversarono i mercati francesi e italiani anche nei primi anni Quaranta, durante e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale17.

Spingendosi ancora più avanti, e volendo rimanere in un ambito europeo o comunque “occidentale” – senza quindi considerare le rivolte scoppiate negli ultimi venti anni nel Maghreb, in certe aree asiatiche o, ancora recentemente, in America latina -, vediamo che a Brixton (1981), a Los Angeles (1992) e nelle banlieues francesi di fine Novecento18 sono esplose rivolte violente che restano tuttora, in buona misura, da decifrare: quasi come se il decantato “postmoderno” avesse voluto annunciarsi infrangendo vetrine e assaltando quei “moderni forni” che sono i centri commerciali: piazze di mercato non virtuale divenute il simbolo della nuova organizzazione del territorio metropolitano, sede in cui si manifesta la centralità del consumo.

Alla fine del ‘900 momenti importanti di scontro sociale sono quindi tornati a localizzarsi nei luoghi di distribuzione piuttosto che in quelli di produzione delle merci, come era invece considerato tipico per gli anni di apogeo dell’economia “fordista”19.

Insomma, per affrontare il tema delle rivolte di piazza, e in particolare dei tumulti di tipo annonario, non ci si può limitare a discutere di forme di ribellione da relegare in un indefinito “primitivismo”, ma di comportamenti presenti anche nel mondo contemporaneo, seppure con motivazioni e significati diversi rispetto agli assalti ai forni di età moderna (in Italia resi celebri dalle disavventure dell’immaginario Renzo Tramaglino nella Milano ricostruita dal Manzoni). Va cioè sottolineata la permanenza dei conflitti nei mercati anche in età contemporanea, e la valenza nuova, peculiare e distinta, di queste agitazioni novecentesche rispetto a quelle di età preindustriale; dobbiamo perciò interrogarci sulla eventuale validità, per lo studio dei moti per il caroviveri del XX secolo, di categorie interpretative già adottate e ampiamente discusse dagli storici delle rivolte ancien régime. D’altronde “riflettere sulla violenza popolare costituisce una delle maggiori esigenze della storiografia europea”; delle folle “in azione e talvolta in armi lo storico deve rendere conto, avendo chiaro che ogni rivolta traccia nel proprio tempo e nel proprio ambito una apertura che rende gli indomani diversi dalle vigilie”20; la stessa, basilare importanza delle coordinate spaziali e temporali deve indurci a definire meglio la questione, a mantenere un ambito cronologico e tematico più preciso, evitando modelli interpretativi atemporali21. Anche per questi motivi, un’attenta riflessione sul complesso intreccio tra elementi “arcaici” e “moderni” presenti nei movimenti contro il caroviveri esplosi in numerose regioni e città di vari paesi negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale può fornire un utile tassello per lo studio comparativo e diacronico dei movimenti sociali nei diversi tempi e nelle diverse realtà economiche e sociali, così come per lo studio della storia delle piazze.

Il potere della piazza: l’esempio dei tumulti del 1919

Per questo tipo di storia – come per molti altri aspetti – la Grande guerra segnò un punto di rottura. Ad esempio, a differenza del periodo precedente, quando spesso i comizi socialisti o sindacali si svolgevano in locali chiusi, all’indomani del conflitto divenne normale organizzare comizi nelle piazze, con una massiccia e inedita partecipazione del mondo rurale, coinvolto pienamente in quell’ondata di mobilitazioni sociali e politiche che avrebbero fatto parlare degli anni 1919-20 come di un “biennio rosso”22. Per la loro forza e il loro impatto, probabilmente non è esagerato dire che le manifestazioni del dopoguerra (con quei comizi dal segno politico anche radicalmente diverso tra loro, dove comunque le folle, tutt’altro che semplici spettatrici, giocavano un ruolo fondamentale per la riuscita delle iniziative) ristrutturarono le piazze italiane. Ma oltre agli scioperi e alle dimostrazioni, alle lotte sindacali o alle agitazioni corporative, furono le giornate di tumulto contro il caroviveri dell’estate 1919 a rappresentare un vivo esempio di conquista della piazza, con una straordinaria sovrapposizione tra nuove forme e inediti linguaggi della protesta, da un lato, e, dall’altro, i più tradizionali repertori delle azioni collettive locali. Fu un movimento tanto irruento e capillarmente diffuso, quanto complesso e variegato. All’interno di quella lotta contro “pescecani” e “speculatori di guerra” si coagularono infatti richieste e aspirazioni di settori sociali molto ampi, facendone al contempo sorgere di nuove: fu un’ondata di moti che ebbe come teatro le piazze, i luoghi di mercato, le sedi associative; come tema unificante l’azione contro il caroviveri; come referenti politici principali le strutture socialiste e le Camere del lavoro23.

Dopo i lunghi e duri anni di mobilitazione bellica, segnati dall’incontro di generazioni di soldati, donne, ragazzi con la modernità del fronte e dell’economia di guerra, la tanto agognata pace e la celebrata vittoria militare non avevano portato i frutti attesi. La promessa della “terra ai contadini” non era stata mantenuta; l’epidemia di spagnola aveva ucciso più persone della guerra guerreggiata; i reduci venivano rinviati a casa con ritmi di una lentezza esasperante, ma sufficienti ad accrescere una disoccupazione già accelerata dalla smobilitazione industriale; i prezzi delle merci erano triplicati rispetto al 1914 e la mancanza di lavoro faceva da contraltare a quel regime di piena occupazione che negli anni di guerra aveva permesso a molte famiglie di tirare avanti. Insomma, la vittoria italiana era nata “già mutilata” ben prima della fallimentare conclusione delle trattative di pace a Versailles24.

Durante la guerra le autorità istituzionali avevano costruito un complesso e ramificato sistema annonario per garantire una certa pace sociale25. Il rapido smantellamento di quel sistema disarticolò ulteriormente l’organizzazione commerciale, aprendo la strada – ma solo in parte – a un disordinato liberismo economico e, soprattutto, lasciando un grave vuoto di potere nella gestione di questo aspetto fondamentale per la politica interna, con gravi conseguenze per la vita quotidiana di ampie fette di popolazione.
Fu dunque sulla base di un groviglio di tensioni sociali e ideali che nel mese di giugno, tra la Liguria e la Versilia, esplose una prima ondata di moti contro il caroviveri; quindi l’agitazione riprese vigore a fine mese in Romagna26 per dilagare progressivamente, con ritmi e intensità diversi, in tutta Italia nel corso dell’estate, prima di esaurirsi con l’ottenimento di alcune delle principali rivendicazioni.

Nella sua genesi, come nelle sue forme di sviluppo e organizzazione, la rivolta espresse un’indubbia sovrapposizione di linguaggi e comportamenti solitamente considerati tipici di epoche diverse. L’imposizione di “giusti prezzi”, gli assalti ai negozi e ai magazzini, gli scontri nei mercati, le requisizioni, il blocco delle esportazioni a livello di provincia, quando non addirittura di comune o di villaggio, sono infatti elementi che fanno pensare a rivolte e politiche annonarie preindustriali; mentre lo sciopero generale, gli affollati comizi e i brevi cortei, le Guardie rosse, il confuso richiamo all’esempio bolscevico, il ruolo assunto dalle strutture operaie, socialiste o degli ex combattenti, richiamano subito al ‘900. Non casualmente a Firenze l’esperienza dei tumulti si sarebbe fissata nella memoria popolare col curioso e interessante appellativo di “bocci-bocci”, deformazione linguistica di bolscevichi: quei rivoluzionari che poco tempo prima avevano preso il potere in Russia e la cui immagine era tanto affascinante, quanto sostanzialmente sconosciuta e incompresa era la loro pratica politica27.

Linguaggi, repertori, obiettivi: la logica della rivolta

L’intreccio, la contaminazione tra forme, repertori e pratiche di protesta diverse emergono chiaramente se osserviamo i linguaggi adottati dai rivoltosi e proviamo a decifrare le logiche di azione delle folle. “Giusto”, “equo”, “legittima”: durante la rivolta a questi termini si facevano seguire le parole “prezzo”, “guadagno”, “richiesta” per indicare le regole a cui i commercianti, le autorità politiche e annonarie, dovevano adattare tutte le azioni che avrebbero potuto influire sul funzionamento dei mercati. Anche tra i rivoltosi nessuno parlava di lotta contro l’inflazione, ma, piuttosto, di lotta contro ogni “illecito accaparramento”, quindi di “censimento delle merci” e di “blocco delle esportazioni dei prodotti”, nel mentre si praticava lo sciopero generale e “imperavano” organismi talvolta denominati “soviet”28.

Mentre in una località sorgeva un “Soviet annonario” o una “Commissione di requisizione”, nella città vicina era un “Comitato di salute pubblica” o un gruppo di “Commissari del popolo” ad occuparsi del “censimento delle merci” e del “giusto funzionamento dei calmieri”, riportati in auge dalla guerra. Alcuni luoghi pullulavano di “guardie rosse” – riconoscibili dalla fascia di stoffa al braccio e talvolta dotate di “automobili rosse”, anche queste requisite -, mentre in altri erano i carabinieri insieme al sindaco e ai rappresentanti della Camera del lavoro, o di un’altra struttura sindacale, ad applicare regole in ultima analisi poco dissimili. La pignoleria di alcuni requisitori, faceva da contrappunto al caos apparentemente solo distruttivo di certi assalti: due forme di azione solo in parte contraddittorie, ma in realtà inscindibili nel fenomeno che stiamo discutendo.

In certe località sembrò quasi che timbri, bolli e carte intestate fossero indispensabili per imporre il calmiere e/o per fare la rivoluzione. Nel continuo sovrapporsi di arbitrarietà e legittimazione, gli obiettivi delle folle non furono quasi mai scelti a caso. Per primi furono colpiti i negozianti che non avevano rispettato il calmiere, che si erano rifiutati di vendere qualcosa o che avevano venduto sottobanco a prezzi maggiorati, che si erano arricchiti durante la guerra o, addirittura, che si erano pubblicamente opposti alla riduzione dei prezzi nella loro qualità di rappresentanti di categoria29. Furono invece relativamente pochi gli esempi di “distruzione vandalica e ingiustificata”, assai localizzati gli assalti alle cooperative di consumo30, e non si ha notizia di “svaligiamenti” di negozi di lusso, che pure potevano risultare inevitabili o alquanto probabili.

Riproponendo caratteristiche tipiche dei “repertori” delle antiche rivolte urbane, guidate da “guardie rosse”, da capi improvvisati e dalla parola facile, o semplicemente dal proprio impeto, le folle tentavano di imbastire rapide trattative con i proprietari per imporre il “giusto prezzo” e la vendita delle merci eventualmente “imboscate”. Quando la trattativa riusciva, il commerciante otteneva una ricevuta o una parte del prezzo di vendita; altrimenti doveva subire l’assalto.

Ovviamente, questa esemplificazione non sempre funzionava. Spesso il proprietario, che talvolta attendeva ben nascosto il passaggio della tempesta, poteva solo assistere alla “baldoria” di “donne, uomini e ragazzi” che, scrisse un cronista, “questionano e s’accapigliano disputandosi il frutto di questi saccheggi”31. Nelle resse non tutti ottenevano ciò che desideravano, ma erano frequenti gli esempi di generosità32.

Le scene erano fulminee e la riuscita delle azioni dipendeva dal numero, dalla determinazione dei dimostranti, dal caso. La loro forza persuasiva era data dalla minaccia di possibili e già praticate violenze contro quei negozianti che avevano opposto resistenza; ma preferibilmente si evitavano danni alle persone e inutili distruzioni dei prodotti o dei locali, che talvolta però avvenivano33.

La violenza del moto non fu indistinta. La logica della folla34 dava un ordine a tutto quel disordine. Inoltre, si rivelò decisivo il ruolo di soggetti spesso visti come oppositori “naturali”, quando non “istituzionali”, delle folle in tumulto, vale a dire di quei soldati già protagonisti della guerra e adesso investiti di una forte autorità morale, specie se mutilati o arditi. Due militari, molto probabilmente ufficiali, furono visti vibrare contro la saracinesca di un vinaio, che si era barricato per evitare di vendere a prezzi ridotti, “colpi con le sciabole sguainate e dietro di loro una turba numerosa”35. Episodi di questo genere furono numerosi, e non solo nella Firenze del Bocci-Bocci dove l’ardito Iozzelli, in divisa e col pugnale in mano, dall’alto di un barroccio improvvisò un comizio mentre la folla svuotava un magazzino di stoffe36, e dove uno dei primi assalti fu iniziato da un tenente dell’esercito insoddisfatto per una fallimentare trattativa con un pizzicagnolo sul prezzo del salame: gli bastò uscire in strada gridando “bisognerebbe buttare tutto all’aria” che dopo pochi minuti il desiderio si realizzò37.

Il moto era dotato di occhi innumerevoli e di udito fino, come mostrarono i rivoltosi senesi instancabilmente attenti a controllare le mosse di alcuni dei maggiori commercianti38. Naturalmente, non sempre il meccanismo delle trattative funzionava, ed è difficile schematizzare un’ideale tipologia valida per tutte le requisizioni; però nel loro insieme i comportamenti delle folle rinviavano a regole e valori che si credevano infranti.

Se in via Mercanti, a Pisa, il tentato scasso della serranda del cappellaio Stefani venne interrotto quando qualcuno fece notare che “si trattava di negozio modesto”39, in un’altra città un gruppo di settanta persone riuscì a convincere un piccolo dettagliante a vendere il vino a due lire il fiasco, invitandolo con grida e modi spicci a scendere dall’abitazione sovrastante: “oh! La scenda vogliamo roba”, “si vuol mangiare”, “l’è finita la camorra”, “son della Commissione, son venuto a prendere la roba”; l’aver ceduto alle richieste non salvò il pizzicagnolo; qualcuno più impaziente sfondò una porta laterale e l’esercizio fu svuotato40. Un esercente accolse con modi gentili tre membri di una commissione camerale che “visitarono il negozio con molto riguardo e nulla presero o requisirono: solo osservarono – disse il commerciante – che avrei dovuto vendere ai prezzi fissati” dalla Camera del lavoro; furono affissi tre cartelli vidimati dalla commissione, ma poco dopo giunse un folto gruppo di persone, forse 200, uomini donne ragazzi: i primi approssimatisi al negozio visto il cartello dissero che ero in regola e seguitarono la via; [altri gridarono] ma che! Abbiamo preso la merce agli altri e deve darla anche lui! […] Mi lasciarono solo l’acqua purgativa41.

Di solito gli assalti della folla erano rapidi, su obiettivi poco distanti e ben conosciuti. Invece alcuni durarono molte ore e altri furono effettuati a più riprese, cercando di scartare e prendendo in contropiede i movimenti delle forze di polizia. In questi due casi, i gruppi di assalitori erano molto spesso composti da individui residenti nello stesso quartiere42.

A parte qualche asse di legno o qualche filo steso attraverso le strade per bloccare la cavalleria, nel corso di tutta la rivolta non fu eretta alcuna barricata e, a ulteriore differenza con la sommossa di Torino dell’agosto 1917 – quando il peso specifico del proletariato di fabbrica aveva posto il baricentro della rivolta nei quartieri operai da dove, coperti da barricate, si tentò un assalto al centro borghese della città -, i tumulti furono molto più compositi nella loro composizione sociale e talmente diffusi sul territorio da non necessitare di opere difensive per i fortilizi operai e popolari43. Poco dopo gli avvenimenti, un periodico socialista tentò di trarre un bilancio della rivolta, dell’eruzione sulla scena pubblica della “cloaca sociale”:

la storia è piena di questi crimini, i grandi sommovimenti sociali sono tutti pieni di questi crimini, le rivoluzioni vivono tutte di questi crimini secolari. Lo storico ufficiale riderà scettico e sardonico dal suo palazzo dorato battendosi il ventre ben pasciuto finché la verità storica nuova non lo desterà dalla sua visione del vecchio mondo. Cinque anni di storia sanguinosa ci precedono atroci come tanti rimorsi […]. Dai trivi, dalle piazze, dalle strade, dai bassifondi, questa cloaca dirompente […] avanza scalzando le basi di una società caduca e sanguinaria […]. Sgorga e dilaga come fiume limaccioso […] il crimine della folla multicolore e multiforme. Signori della vecchia coscienza sociale, filosofi dell’aristocrazia politica, mummie della diplomazia, fate largo e inchinatevi. / Passa Gavroche44.

Fu una rivolta esteriormente priva di forma, costituita da infiniti episodi scoordinati e apparentemente ripetitivi, ma in realtà codificati e pregni di significati, dove le azioni della folla furono innanzitutto caratterizzate e unificate dalle voci e dai rumori della protesta: suoni riconoscibili per chi aveva pratica dei mercati e dei loro conflitti. Come è stato scritto pensando al 1919 tedesco:

si può amare una città, si possono riconoscere le sue case e le sue strade nelle proprie più remote o più care memorie; ma solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come la propria città: propria, poiché dell’io e al tempo stesso degli “altri”; propria poiché campo di una battaglia che si è scelta e che la collettività ha scelto; propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue conseguenze assolutamente immediate. Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città45.

Nel fracasso generale, la convinzione dei manifestanti di “far cosa lecita” era pressoché generale; le grida contro i commercianti si confondevano con gli “inni di riscossa”, qualcuno acclamava “evviva la rivoluzione”, forse un giovane pisano intonò “de’ miei bollenti spiriti…”, qua e là sventolavano “drappi rossi” e, sicuramente in ogni città, fiammeggiava “…il giovanil ardore”. Ovunque, carabinieri e guardie di città risultarono assolutamente insufficienti per ristabilire l’ordine. Furono aggiornate vecchie espressioni e se ne elaborarono di nuove, mentre il mondo con le sue regole sociali sembrava ribaltarsi:

il governo siamo noi. È giunta l’ora!
Finora ci hanno spolpati, ora i padroni siamo noi
O apre, o s’apre!
Via, dagli, si prende tutto!
Ora siamo padroni noi e facciamo quello che vogliamo46.

L’antico legame tra violenza e festa nelle mobilitazioni popolari si rinnovò ancora una volta. E il moto fu in effetti anche una festa47.

Piazze in festa, piazze in rivolta

In molti rapporti di polizia e in denuncie delle parti lese si parlò di “folle ebbre”, “uomini ubriachi”, “donne di malaffare”, “giovinastri trafugatori”, “orda di popolo avido di saccheggio e di distruzione”, protagonista di “fatti indegni [per un] popolo civile”. Quella folla “multiforme e multicolore”, violenta e festeggiante, comunque protagonista dei moti, appariva agli occhi delle controparti come il prodotto del peggior ventre di ogni città. Una folla femminile, non molto diversa da quelle descritte da Sighele, Le Bon o Taine. Anche un contemporaneo come Einaudi interpretò il “distruggere e sperperare” come “la medesima, la vecchia psicologia delle folle, che immagina di poter ribassare i prezzi devastando, sciupando, facendo baldoria per qualche giorno”48.

Ma più che criticare l’evidente miopia di certi osservatori, va detto che questi giudizi – dal tono militante e frutto di chiari intenti politici – si basavano su aspetti realmente presenti nei tumulti. Come negare che l’azione delle folle oltre che violenta fu anche gioiosa? Finalmente, dopo gli anni di austerità e gli interminabili sacrifici, venivano rinvenute merci nascoste e il vino poteva scorrere copioso.

Furono molti a sottolineare, e non sempre con intenti denigratori, che tra i requisitori “il genere preferito era il vino”. Nel quartiere di Santa Croce a Firenze fu vista “una vera processione di gente allegra abbracciata a fiaschi e bottiglie” e non aveva tutti i torti l’interventista democratico Gaetano Salvemini a parlare di una città non “saccheggiata”, ma “sfiascheggiata” da “gente bonaria, gioconda, lieta di potersi godere finalmente un fiasco a due lire o addirittura gratis”49. Il noto giudizio di Salvemini, più volte citato in sede storiografica e che pure traeva origine da alcuni episodi reali, era assolutamente riduttivo e diametralmente opposto a quanto, poche settimane dopo, egli stesso avrebbe scritto a proposito dei moti annonari esplosi, con molta più violenza, nei piccoli centri della sua Puglia: rivolte che avevano “del meraviglioso” e facevano “benedire la guerra che ha addirittura rivoluzionato moralmente le classi rurali”, che erano il segno di “una nuova coscienza politica […] formata nei contadini, fino a ieri schiavi e incapaci di una volontà politica che non fosse quella ordinata dai galantuomini”; adesso “qualcosa” cominciava finalmente a “muoversi sotto la paglia”50.

La festa e la violenza, il carnevale e la minaccia, furono parti integranti di un movimento tumultuoso al cui interno serpeggiava un anelito politico, certamente confuso e talvolta incoerente, volto a imporre una ridistribuzione delle ricchezze, indirizzandosi verso quelle più immediatamente disponibili e il cui esproprio era ritenuto legittimo. Gli obiettivi erano sempre le merci e le cose, non le persone, tranne pochissimi casi eccezionali e forse fortuiti. Anche quando furono prese di mira le abitazioni di commercianti o di figure istituzionali, gli assalitori si guardarono bene dal violare fisicamente le persone. Dopo aver tentato inutilmente di ristabilire “eque” relazioni sociali, con gli esercenti o direttamente con le autorità, ci si appropriò delle merci festeggiando la forza della mobilitazione e dando corpo allo spettro di una rivoluzione sociale che non ci fu. Il moto si mantenne entro certi limiti perché la maggioranza dei rivoltosi volle che così fosse. Anche se non era un fatto scontato, la limitazione temporale del ribaltamento delle regole sociali fu sempre presente nella coscienza dei protagonisti(52).

Attori, protagonisti, comparse

Dalle cronache della rivolta emerge il diffuso desiderio di “giustizia sociale”: una giustizia ambigua, che poteva essere garantita esclusivamente dalla capacità di ribellione di ogni attore sociale. Come molte altre volte in passato, non pochi sembrarono ergersi contro l’offesa a un “principio di umanità”51. Solo atti fortemente simbolici o più concretamente materiali potevano risarcire il “danno”. Il “diritto al risarcimento” sostituiva un diritto giuridico incapace di farsi rispettare o comunque considerato ineguale. Quando la ventunenne Albertina Innocenti confessò in tribunale di aver preso candele, cicoria e caffè da un negozio, spiegò che “tutti prendevano e presi anch’io. Le persone che uscivano dal magazzino mi dicevano: e lei non prende nulla?”52.

Non c’è qui lo spazio per dilungarsi in un’analisi dei protagonisti della rivolta, sviluppata in un’altra sede53. Si può ricordare che dalle cronache, dalle memorie, dai rapporti di polizia emergono figure di donne, soldati, giovani lavoratori, artigiani, qualche impiegato e pochi contadini. Protagoniste assolute furono folle eterogenee, composte da numerosi giovani, da donne di diverse età, da persone sempre profondamente inserite nei circuiti economici locali e, tutto sommato, abbastanza alfabetizzate e senza significativi precedenti penali.

Questa straordinaria commistione di classi lavoratrici mostrò una notevole forza d’urto durante le giornate di luglio, fino ad ottenere buona parte dei suoi obiettivi (punizione per alcuni “speculatori”, requisizione di derrate, ribasso dei prezzi, riorganizzazione dei mercati, dimissioni di amministrazioni, provvedimenti governativi, ecc.) località dopo località, per spostarsi successivamente in altre regioni, prima di esaurirsi abbastanza rapidamente. Un po’ ovunque, il moto sembrò appagato dopo aver mostrato la propria forza, garantito scorte sufficienti e imposto nuovi calmieri. Gli appelli alla calma di molti dirigenti sindacali e la revoca degli scioperi promossi nelle varie province influirono sicuramente sulla cessazione della rivolta. Di fatto, però, essa si esaurì perché e quando i rivoltosi ebbero la sensazione di avere ottenuto dei successi tangibili. I prezzi si erano ridotti e, nonostante le inesauribili opposizioni dei commercianti – con i loro tentativi ripetuti di aggiramento dei calmieri -, solo in una seconda fase sarebbero tornati ai livelli della vigilia del moto54.

La rivoluzione non c’era stata, la rivolta aveva però vinto; le piazze della politica e dei conflitti avevano rinnovato il loro ruolo: scenari per l’espressione di tensioni e ideali spesso occultati, ma assai diffusi e parte integrante di quel contraddittorio processo di alfabetizzazione politica che coinvolse ampi settori sociali nel dopoguerra. Un processo che di lì a poco avrebbe dovuto fare i conti con lo squadrismo fascista e un nuovo regime capace di usare gli spazi pubblici come luogo privilegiato per la mobilitazione delle masse e la costruzione di un consenso ben rappresentato dalle “piazze oceaniche” e da quelle “del silenzio”55, militarizzate o comunque normalizzate per una buona ventina di anni, prima di essere nuovamente contese e riconquistate dalle azioni collettive nelle piazze e nelle strade del 1943 e 1945.

Dietro le quinte

La mia analisi della crisi del primo dopoguerra vuole rompere con le chiavi di lettura più usuali, troppo schiacciate sulla politica e ossessionate dalla secca alternativa rivoluzione/controrivoluzione (che c’era, ma non c’era solo quella e comunque le alternative possono risolversi in infiniti modi diversi, almeno in questo tipo di storie).
Si tratta di una ricostruzione che, a mio avviso, può contribuire a sbalzare alcuni aspetti significativi della storia delle azioni collettive negli spazi pubblici dell’Italia contemporanea, e quindi della storia delle piazze e del loro uso.
Da questo punto di vista, i moti contro il caroviveri rappresentano un caso assai interessante, che è stato possibile studiare solo utilizzando una serie di fonti diverse: da quelle edite e più conosciute (periodici, pubblicazioni ufficiali, memorie, atti parlamentari, ecc.) a quelle conservate in vari archivi (centrali e periferici, pubblici e privati); fra tutte, spiccano per ricchezza e vivacità quelle processuali, con i fascicoli relativi agli imputate e alle imputate giudicati in seguito ai moti.
In queste carte ingiallite si può infatti ritrovare una rappresentazione di quel turbine di voci e di suoni, di grida e di rincorse per le strade che caratterizzarono i tumulti nelle città, nei piccoli centri e nei borghi dell’Italia del 1919, incontrandosi così con una porzione significativa dei protagonisti di quegli eventi.
Per affrontare il tema, è stato però necessario confrontarsi con tematiche storiografiche anche assai diverse: da quelle specifiche sulla crisi del primo dopoguerra (innumerevoli, a cominciare dai testi pubblicati fin da subito dai contemporanei), a quelle sulla storia delle manifestazioni, delle rivolte e dei processi rivoluzionari in Europa tra età moderna e contemporanea; da quelle sulla storia di genere e dei gruppi sociali, a quelle riguardanti l’analisi delle crisi (specie se alimentari) e delle carestie contemporanee. Il dialogo critico con la storiografia internazionale – da quella francese, alle opere di maestri della storia sociale come E.P. Thompson – è stato ovviamente fondamentale, come pure quello con gli studiosi della psicologia delle folle e dei comportamenti collettivi.
Ho avuto modo di illustrare più ampiamente alcuni di questi aspetti nell’introduzione al mio Bocci-Bocci. I tumulti annonari nella Toscana del 1919 (Olschki, 2001) e nella prima parte di un intervento su Gente in piazza (nel volume da me curato su La Valdelsa fra le due guerre. Una storia italiana negli anni del fascismo, Società storica della Valdelsa, 2002), oltre che in alcuni articoli pubblicati su “Passato e presente” o in corso di stampa su “Histoire et Sociétés”.
Ma il mio contributo a questo primo numero di “Zapruder” rappresenta anche una premessa per ulteriori sviluppi della ricerca.
In particolare, può forse essere utile segnalare che sto lavorando ad una ricostruzione complessiva del cosiddetto biennio rosso. Si tratta di un compito difficile, che provo ad aggirare affrontando in primo luogo la prima fase di quella straordinaria e terribilmente complicata crisi. Il libro su cui sto lavorando è infatti intitolato Pace, pane, terra: l’estate del 1919 in Italia: Pace, ossia lo “scioperissimo” internazionale contro la guerra del 20-21 luglio; Pane, vale a dire i tumulti annonari; Terra, cioè il malessere delle campagne. Apparentemente mancano gli operai, che in realtà ci sono, come tante altre cose.

Da: Zapruder n. 1, pp. 31-48.

Licenza

Licenza Creative Commons

Tutti i contenuti pubblicati su questo sito sono disponibili sotto licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale (info qui).

Iscriviti alla newsletter di SIM

powered by TinyLetter

il tuo 5x1000 a SIM