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Le migrazioni rom nella storia

Dall’India al Mediterraneo

di Marco Brazzoduro

Viviamo un’epoca di robusti flussi migratori che diffondono preoccupazione nella fortezza Europa e innescano reazioni improntate a puro egoismo: i ricchi non vogliono i poveri. Ma se fossimo capaci di uno sguardo meno miope ci renderemmo conto che le migrazioni anche di grandi dimensioni hanno frequentemente caratterizzato la storia dell’umanità. Che altro sono state quelle che sui nostri libri di storia abbiamo imparato a conoscere come le “invasioni barbariche” ma che altro non erano se non migrazioni di popoli alla ricerca di cibo e di territori da coltivare?

Un capitolo emblematico della storia delle migrazioni è quello dei popoli romanì che dall’India di cui erano originari attraverso un percorso lungo e tortuoso hanno raggiunto l’Europa. Oggi i popoli romanì sono rintracciabili in tutto il mondo dall’Iraq alla Russia, dalla Spagna al Brasile, dall’Australia al Canada e agli Stati Uniti d’America.

L’argomento di questo scritto sono gli zingari, i nomadi, i rom. Ricorriamo alla più corretta dizione di “popoli romanì” perché le altre per un verso o per l’altro sono appunto scorrette o imprecise. Il termine “zingari” – e sarebbe interessante descriverne l’origine – è un termine che nel tempo ha acquisito un connotato denigratorio tanto da essere usato spesso come nome comune invece che proprio (“non fare lo zingaro, ti comporti come uno zingaro” ecc.). In termini antropologici è un eteronimo vale a dire un’etichetta affibbiata dall’esterno a un popolo. I popoli romanì rifiutano sdegnosamente di essere individuati con quel termine. Anche il termine “nomadi” così frequentemente utilizzato in Italia – anche se il sindaco di Roma in una recente circolare ha lodevolmente disposto il divieto di utilizzare quel termine – è scorretto. Perché? Perché i popoli romanì non sono più nomadi da generazioni. Del resto il nomadismo, associato a esigenze economiche, ma anche alla necessità di sfuggire alle persecuzioni è ormai praticamente scomparso: i popoli romanì si sono sedentarizzati. Qual è allora l’etnonimo – ovvero il nome che loro danno a loro stessi – degli “zingari”? È rom o sinti o calè o manouches o romanichels. Questi sono infatti i cinque popoli romanì che costituiscono la galassia di quel “mondo di mondi” che costituisce l’articolazione di quelle che per brevità chiameremo le comunità rom, i rom.

È largamente condivisa l’opinione che i rom provengano dall’India e in particolare dalle regioni del Panjab e Rajastan. Questa convinzione si è sviluppata attraverso l’accurato studio del romanès, la lingua dei popoli romanì, la cui struttura e il cui lessico hanno trovato riscontro nelle lingue parlate da quei popoli. Ed è proprio lo studio del romanès, nelle sue varianti dialettali, che ha consentito agli studiosi di rintracciare il cammino dei rom verso ovest. In questo lento cammino, con frequenti e prolungati stazionamenti, i rom hanno assunto parole dei popoli con cui venivano in contatto attraverso il meccanismo degli “imprestiti”.

I rom non hanno una lingua scritta. Le loro tradizioni, i valori e le norme sociali vengono tramandate oralmente di generazione in generazione. Così non abbiamo né cronache né resoconti interni che ne documentino la presenza in una regione e lo spostamento verso altri lidi. I documenti che raccontano i movimenti, le caratteristiche, i comportamenti dei rom appartengono ad altri, agli scrittori di cronache di altri popoli.

Sulla base di questi documenti è generalmente accettato che i rom si siano mossi dall’India tra il III e il X secolo, più probabilmente tra l’VIII e il X. Invece la ragione della migrazione è tuttora sconosciuta. Alcuni ipotizzano a seguito di una catastrofe naturale, altri in forza di una invasione e quindi di una sconfitta militare.

I linguisti distinguono un vocabolario pre-europeo da uno europeo, più giovane. Quello pre-europeo comprende termini indo-ariani, persiani, armeni e greci. È più o meno condiviso da tutti i parlanti romanès. Invece il vocabolario europeo si è ovviamente costituito in seguito all’entrata in Europa ed è quello corrente pur se differenziato secondo la dislocazione delle varie comunità rom.

Il vocabolario originario ci mostra il percorso dei rom una volta fuoriusciti dall’India: Persia, Armenia, Asia Minore bizantina e infine la greca Bisanzio (oggi Istanbul). Nel X secolo l’impero bizantino si estendeva dalla Grecia all’Armenia. I rom vi soggiornarono per tre secoli anche se non esistono documenti certi che lo comprovino. Il primo interessante documento è del 1280 e concerne una questione di raccolta di tasse. In esso i rom sono definiti come “Egyptani”, ancora un eteronimo.

A partire dal XIII secolo i rom affluiscono nel Peloponneso. Il lessico greco avrà una notevole influenza sull’evoluzione del romanès. La presenza nel Peloponneso è documentata da resoconti di viaggio di commercianti e pellegrini che vi facevano tappa prima di dirigersi verso la “Terrasanta”. Ci è pervenuto un resoconto di un commerciante veneziano, Leonardo di Niccolò Frescobaldi, che nel 1381 scrisse di aver visto a Methone, piccolo porto alla punta del Peloponneso, un certo gruppo di “Romnites”. Un secolo dopo un alto prelato tedesco, di ritorno da Gerusalemme, scrisse di aver visto circa 300 catapecchie abitate da “Egiziani, scuri e brutti” a Methone. Inoltre aggiunse che “i saraceni” (ovvero turchi e arabi) presenti in Germania e che dichiaravano di provenire dall’Egitto in realtà erano originari dell’area attorno a Methone e comunque erano “spie e traditori”: il pregiudizio e l’ostilità erano cominciati.

Di sicuro, in quanto siamo in possesso di prove documentate, la presenza dei rom è certificata a partire dal 1385 in Valacchia (oggi Romania). A far data dal 1435 la presenza dei Rom in Europa è largamente nota. Le prove sono costituite da salvacondotti rilasciati dagli imperatori (del Sacro Romano Impero), dai re, dal papa. Ma anche da leggende circa il presentarsi dei rom come pellegrini per cui, nel tardo Medioevo, avevano diritto ad una accoglienza amichevole. Si trovano documenti, specialmente lettere private in cui vengono rilevate attività come la predizione del futuro, la lettura della mano, ma anche attività disoneste come il taccheggiamento. In realtà i primi resoconti della presenza dei rom in Europa ci consegnano una dettagliata descrizione di questo popolo di migranti ma si tratta di un’immagine deformata, una caricatura che purtroppo modella un’immagine che i gagè (non rom) hanno conservato fino ad oggi.

I più antichi resoconti sulla presenza dei rom in Europa consentono di affermare con sicurezza che al più tardi i rom siano arrivati nei Balcani nella seconda metà del XIV secolo. I primi documenti ufficiali che ne parlano sono stati rinvenuti negli antichi principati romeni della Moldavia e della Valacchia. Per esempio Dan I, voivoda della Valacchia, nel 1385 offre al convento della Vergine Maria a Tismana alcuni regali tra cui 40 “salashi” (termine di origine turca che significa famiglie) di Atinganoi (termine greco da cui si ritiene sia derivato l’odierno zingari in italiano, zigeuner in tedesco, tziganes in francese, ciganos in portoghese, cyganin polacco, cikan o cigan in ceko e slovacco, cigan in bulgaro, czigani in ungherese, cingene in turco).

Nella confinante Moldavia il voivoda Alessandro il Buono regalò 31 “chelyiadi” (termine di origine slava con lo stesso significato di “salash” ovvero famiglie) di “Tigani” (la “t” si legge “z”) e 12 tende di “Tartari” al monastero di Bistrita.

È largamente noto come il principale mestiere della tradizione rom – oggi ormai residuale perché obsoleto – sia stato quello della lavorazione dei metalli. Ancora oggi qualche rom anziano esegue dei lavori in rame. Assistere all’abilità, alla rapidità e alla perizia con cui, con mezzi primitivi – un grosso chiodo piantato nel terreno e un martello – da una semplice lastra di rame producono un’anfora con tanto di decorazione, è uno spettacolo, purtroppo sempre più raro. Nel Medioevo la lavorazione dei metalli costituiva la frontiera più avanzata della tecnologia. Per garantirsene i servizi i voivoda della Valacchia e della Moldavia resero i rom schiavi. Schiavitù che fu abolita solo nel 1856. Alla lavorazione dei metalli è connessa un’altra caratteristica dei popoli romanì: quella della lettura della mano, della predizione del futuro ecc. Come? L’expertise nella lavorazione dei metalli era considerata talmente difficile che era opinione corrente che quel popolo non potesse non avere qualche dimestichezza con il sovrannaturale e quindi la possibilità di conoscere il futuro.

La data per quanto approssimativa dell’arrivo dei rom in Ungheria non può essere stabilita con certezza. Si sa che a partire dal 1370 in termine “cigan” in varie accezioni appare come soprannome anche se questo non significa che le persone cui era affibbiato fossero rom. Indipendentemente dal momento del primo arrivo in Ungheria è risaputo che i rom sono stati accolti con un livello di tolleranza superiore a quello di altri Paesi. Anche in Ungheria la loro elevata professionalità nella forgiatura dei metalli e nella fabbricazione di armi li rese particolarmente ricercati. Il re stesso concesse loro la sua protezione e chiunque volesse ricorrerne ai servizi era obbligato ad ottenere il suo consenso.

In Germania nel 1407 in un “Libro di spese” si trova scritto che “il 20 settembre è stato consegnato del vino ai tartari”. Non è certo che questi tartari fossero rom ma quello di “tartari”, sicuramente in uso a partire dal XV secolo, era uno dei nomi con cui i rom erano nominati. Nel 1414 nel “Libro della spese settimanali” della città di Basilea è menzionata un’opera di carità a favore di un “pagano” a cui “per grazia di Dio” erano stati elargiti 10 scellini. Anche in questo caso non si è sicuri che la persona beneficata fosse un rom perché allora a molti stranieri era affibbiato quel termine indubbiamente derogatorio. Ma negli anni e decenni successivi è certo che il termine “pagani” vada considerato nell’area germanofona come un sinonimo di “zingaro”. Secondo la “Cronaca di Meissner” – peraltro scritta non in contemporanea agli avvenimenti elencati e illustrati – nel 1416 gli “Zigani” erano stati espulsi dal margraviato.

A partire dal 1417 numerose sono le Cronache in tutti i paesi d’Europa a registrare l’arrivo dei rom cui erano affibbiati i nomi più diversi: da tartari a egiziani, da pagani a saraceni da egiptleut a zingari. Nelle città dell’Europa centrale ed occidentale i rom cominciarono ad arrivare in gruppi da 30 a 300 individui. Erano guidati da personaggi che si presentavano con titoli nobiliari (conti, duchi o voivoda) e dichiaravano di essere pellegrini. Difatti secondo il diritto canonico dell’epoca, chiunque dichiarasse a un’autorità religiosa di aver perso la fede e di volerla riacquisire, era obbligato a vagare per sette anni durante i quali aveva diritto ad essere alloggiato, rifocillato e anche di ricevere elemosine. I rom si avvalsero di questo espediente per sottrarsi ad angherie e vessazioni.

Il flusso migratorio dei rom verso l’Europa centrale e occidentale ha avuto inizio con l’invasione dell’Europa sud orientale da parte delle armate turche. L’invasione comportò vaste distruzioni di città, villaggi e monasteri. È pertanto del tutto comprensibile che comunità di rom si siano spostate in regioni più sicure. Talvolta i rom fuggivano dalle regioni inglobate nell’impero ottomano dichiarando di aver temuto il trattamento che loro sarebbe stato riservato dagli “infedeli”. Così si aspettavano un’accoglienza più generosa nell’Europa cristiana. Ma la maggior parte dei rom rimasero nelle regioni conquistate dai turchi. In parte perché nei principati danubiani erano stati resi schiavi e in parte perché i governanti ottomani si dimostrarono spesso più tolleranti dei precedenti anche sotto l’aspetto religioso. Tuttora in Turchia vivono circa 2,5 milioni di rom anche se la severa politica dell’attuale governo turco nei confronti delle minoranze etniche (si pensi ai curdi) ne ha fortemente limitati i diritti. Per esempio i rom turchi non parlano più il romanès come del resto i rom spagnoli (gitanos). In Macedonia, Bosnia, Montenegro e Kosovo, dove vivono i romà xoraxanè (da corano) costoro hanno conservato la religione musulmana (alle volte rigorosamente praticata a volte assai trascurata). Ho sentito una volta una romnì (donna rom) serba di religione ortodossa ed appartenente alla comunità dei kaniarija riferirsi ai xoraxanè col termine (proferito di spregiativamente) di “turchi”.

In una Cronaca vergata da un monaco domenicano nel 1417 si descrive l’arrivo a Lubecca, Amburgo, Rostock di un gruppo di viaggianti stranieri sconosciuti. Si tratta del primo ampio resoconto circa l’arrivo di un numeroso gruppo di rom che avevano attraversato tutta la Germania. Nello stesso periodo i rom apparvero in Alsazia: nella cronaca della città di Strasburgo si legge che nel 1418 erano arrivati gli “Zeyginger” di cui si dice che “avevano abbastanza denaro e non facevano male a una mosca”. Secondo questa cronaca sarebbero stati originari dell’Epiro che allora – strano ma vero – era chiamato il “piccolo Egitto”.

I primi arrivi delle comunità rom nell’Europa centrale e occidentale fruirono di una benevola accoglienza sia in forza della dichiarazione di stare effettuando un pellegrinaggio sia per via dei salvacondotti in loro possesso. Tuttavia la popolazione maggioritaria, specialmente nei paesi germanofoni, nutriva nei loro confronti sentimenti di sospetto. Molto presto la loro figura di stranieri sia per le pelle “nera” sia per l’aspetto “spaventoso” fu associata a tratti caratteriali negativi e a comportamenti socialmente reprensibili. Le descrizioni neutrali sono rare mentre sempre più numerose sono quelle negative. Già le prime fonti descrivevano gli “zingari” come selvaggi privi di educazione e senza dio. Modesti reati contro la proprietà e piccoli imbrogli sono stati all’origine della cattiva reputazione dei rom come “ladri astuti”. La predizione del futuro, che era considerata spesso come una copertura per il taccheggiamento, sollevò l’ostilità delle autorità religiose. La Chiesa rubricò i piccoli trucchi dei rom come stregoneria e magia e quindi manifestò preoccupazione per la solidità della loro fede.

Se da una parte le fonti cui possiamo attingere riportano frequentemente episodi di furto e predizioni del futuro che furono immediatamente etnicizzati, non ci sono pervenute prove che i rom abbiano operato come spie dei turchi, comportamento di cui sono stati ripetutamente accusati. Nonostante mai un rom sia stato condannato per spionaggio, la rappresentazione dei rom come elementi traditori e infidi si consolidò e perdurò per secoli. E obiettivamente non è cessata. A questo proposito è interessante tracciare un parallelo con l’altra infamante accusa che ha bollato e tuttora bolla i rom: quella di rapire in bambini. Molti ricorderanno lo scatenamento mediatico internazionale di qualche mese fa quando una bambina biondissima era stata individuata presso una famiglia rom greca di carnagione scura. Tutti la consideravano rapita ma poi si scoprì che era stata affidata dalla famiglia (bulgara) originaria. Tuttora in Italia la convinzione che i rom rapiscano i bambini è largamente diffusa. Eppure non è mai stato trovato un bambino scomparso in un campo rom anche se quando un bambino sparisce le prime immediate ricerche avvengono proprio nei campi rom. È interessante notare come anche i primi cristiani nell’era precostantiniana erano accusati delle stesse esecrabili azioni. Per non parlare degli omicidi rituali di cui erano imputati gli ebrei. La calunnia, l’odio etnico e razzista, l’umanità nel corso della sua storia non se li è fatti mai mancare.

I popoli sedentari accolsero amichevolmente i rom solo per un breve lasso di tempo. A un certo punto ebbero avvio una serie di tentativi di impedire ai rom di entrare in città. Il primo documento di questa nuova politica risale al 1463: nella cronaca di Bamberg si legge che agli “zingari” furono elargiti sette talleri affinché lasciassero la città entro un’ora e non recassero nocumento alla città. Nel caso di ritorno, cosa che facevano nonostante i divieti, le scomuniche, la deportazione, si registrarono le prime espulsioni forzate. A causa della montante sfiducia e della crescente ostilità della popolazione nei confronti degli stranieri, le autorità locali e gli stati cominciarono ad assumere iniziative drastiche. L’elettore del Brandeburgo nel 1482 emanò un editto che vietava agli “zingari” di risiedere nel suo territorio. Nel 1497 nella sessione parlamentare svoltasi a Lindau gli “zingari” furono dichiarati “fuorilegge”. Furono i primi passi della persecuzione su larga scala degli “zingari”.

I rom in Francia, il cui etnonimo è manouches, sono arrivati all’inizio del 1400 (1419 Avignone, 1427 Orléans e Parigi, 1436 Bordeaux). Per l’arrivo in Spagna i rom, il cui etnonimo è calè (in romanés calò significa scuro) sono arrivati seguendo due strade: una settentrionale attraversando la Francia e una meridionale attraverso il maghreb dove nell’odierno Marocco è presente una comunità rom: i kaulia. Nel 1425 ne è documentata la presenza a Saragozza e nel 1462 a Siviglia. La Spagna è il paese dell’Europa occidentale con la presenza più numerosa di rom, circa 800.000 che nei secoli sono stati sottoposti a una feroce repressione una delle cui conseguenze è la snazionalizzazione. Los gitanos non parlano più romanés mentre il governo spagnolo è quello più aperto e accogliente tra tutti i governi europei. In Inghilterra le prime documentazioni della presenza dei rom risalgono al secolo XVI e prima a York (1505) che a Londra (1513). La diaspora dei rom in Europa non ha escluso nessun paese: in Olanda (Amsterdam) la loro presenza è già documentata nel 1407, in Svezia (Uppsala) nel 1512, in Finlandia (Abo) nel 1540.

In Italia la prima testimonianza della presenza dei rom (a Bologna) risale al 1422 e si parla di una comunità guidata da un certo duca Andrea. Oggi la popolazione romanì in Italia conta due gruppi presenti da secoli. Sono i rom insediati nel sud che prendono il nome dalla località di insediamento (abruzzesi, napoletani, cilentani, calabresi ecc) e i sinti insediati nel centro nord e anch’essi distinti secondo la regione di insediamento (piemontesi, lombardi marchigiani, estrekaria, gackanè ecc.). A questi vanno aggiunti i rom di recente immigrazione dalle repubbliche dell’ex Jugoslavia e dalla Romania che approssimativamente eguagliano i rom di cittadinanza italiana (in tutto 160.000).

Verso la metà del XIX secolo ha luogo quella che è denominata come la Seconda Grande Migrazione e la dislocazione dei rom nel mondo assunse una diversa configurazione. I rom kalderasha, lovara ed altri gruppi residenti nell’Europa centrale e sud-orientale presero a spostarsi verso est e verso ovest migrando in paesi lontanissimi come l’America e l’Australia. La Prima Grande Migrazione ha avuto luogo nel 1400, più di quattro secoli prima, questa seconda è stata innescata da profondi mutamenti sociali che hanno investito le varie comunità rom. Il primo di questi mutamenti sociali è stata l’abolizione della schiavitù (1856) in Valacchia e Moldavia e il secondo l’avvio del processo di industrializzazione capitalistica.

Infine registriamo una Terza Grande Migrazione che ha avuto luogo nella seconda metà del 1900. Questa migrazione è stata innescata da guerre, mutamenti politici, crisi economiche che hanno costretto molti individui ad abbandonare il paese di origine. Nel caso dei rom va doverosamente aggiunta la pervasività di massicce forme di razzismo e aperta discriminazione.

Alcuni esempi. Nel 1956 in seguito ai moti d’Ungheria si stima che 150.000 furono coloro che abbandonarono il paese tra cui molti rom appartenenti soprattutto alla comunità dei Lovara con destinazione Austria, in prevalenza.

Il ventennio tra il 1960 e il 1980 ha visto un consistente flusso di rom migranti dalle regioni più povere della Serbia-Montenegro, della Bosnia-Erzegovina e della Macedonia verso l’Europa occidentale soprattutto Italia, Austria, Germania, Francia e Olanda.

Tra il 1991 e il 1995 in concomitanza con lo scoppio della spietata guerra civile in Bosnia-Erzegovina i rom xoraxanè cergarija e crna gorski non sentendosi di parteggiare per alcuna delle due fazioni in lotta feroce fuggirono il conflitto e chiesero asilo politico (che fu loro concesso) in Austria, Italia, Svezia, Regno Unito, Germania e Svizzera.

Il 1998-99 ha conosciuto un’altra guerra civile, quella del Kosovo la cui popolazione, di prevalente etnia albanese, ha lottato per l’indipendenza dalla Serbia. I rom, considerati dai combattenti albanesi di essere filo serbi, sono stati considerati nemici. Sono stati costretti a fuggire, prevalentemente in Italia che ha loro riconosciuto lo status di rifugiati.

Dall’inizio di questo secolo si è avviato un consistente flusso migratorio dalla Romania verso occidente e in particolare verso l’Italia con la quale esistono sentimenti di accentuata simpatia. Molti romeni infatti si considerano cugini degli italiani dati i precedenti storici. Così mentre i cittadini romeni attualmente costituiscono il gruppo straniero più numeroso (un milione su cinque) anche tra i rom stranieri quelli provenienti dalla Romania sono i più numerosi e i peggio trattati nonostante dal 2007 siano diventati cittadini europei.

Pubblicato su: «Il Manifesto», 18 giugno 2015.

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