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In ricordo di Pucci Saija Panzieri

«Vogliatemi bene e ridete pure, perché anch’io a momenti ci rido sopra»1

di Mariamargherita Scotti

Ho incontrato per la prima volta Pucci Saija Panzieri nel pomeriggio del 24 settembre del 2004, nella sua casa di via Sei Ville, a Torino. Da pochi mesi avevo cominciato a occuparmi di suo marito, Raniero Panzieri, per una tesi di dottorato sul rapporto tra intellettuali e Partito socialista. Avevo 26 anni e Pucci stava per compierne 87. In borsa avevo un registratore, e l’intenzione di farle un’intervista. L’incontro prese da subito una piega diversa. Non ho mai registrato le nostre chiacchierate e abbiamo parlato di Raniero, sì, ma anche di lei e – soprattutto – di me, delle mie idee, delle mie aspettative, delle mie preoccupazioni.

Ci siamo incontrate poche altre volte, prima che la vita mi travolgesse con i suoi cambiamenti, allontanandomi da Torino e rendendo più difficile andare a trovarla. Tutte le volte che ho parlato con lei l’ho fatto come avrei potuto fare con un’amica che conoscevo da molto tempo. Se ripenso a lei oggi, se cerco un’immagine, una sola, è quella di lei che mi aspetta sulla tromba delle scale mentre salgo a trovarla, e che dalle stesse scale mi saluta quando vado via.

Mi piace pensare che Pucci mi abbia accompagnato molto oltre quel pianerottolo, in un momento della vita in cui cominciavo a fare le scelte che mi avrebbero reso la donna che sono oggi. Con la sua forza carica di serenità («armonia», ha detto la figlia Susanna qualche giorno fa, al suo funerale) mi ha indicato una direzione possibile, un modello di femminilità capace di tenere insieme la politica, il lavoro intellettuale, la famiglia e l’amore, senza bisogno di fare appello al sacrificio o alla rinuncia di sé. Pucci Saija è stata la moglie di Raniero Panzieri, il suo sostegno e il suo interlocutore privilegiato (basti rileggere le lettere tra i due pubblicate nel volume Raniero Panzieri, Lettere 1940-1964, a cura di Stefano Merli e Lucia Dotti, Marsilio, Venezia 1987), e certamente è così che le piacerebbe essere ricordata. Tuttavia, Pucci è stata anche una militante appassionata, un’insegnante molto amata e una fine germanista, traduttrice di testi come Tre novelle di Eduard Mörike (UTET, 1947), Scritti politici di Martin Lutero (UTET, 1949), Comandante ad Auschwitz di Rudolf Höss (Einaudi, 1958), Breviario di Sören Kierkegaard (Il Saggiatore, 1959, con Domenico Tarizzo), Hiroshima, il giorno dopo di Robert Junkt (Einaudi, 1960), Storia del Giappone moderno di William Gerald Beasley (Einaudi, 1969), Uscire dall’utopia di Ralf Dahrendorf (Il Mulino, 1971), Critica illuministica e crisi sociale della civiltà borghese di Reinhart Koselleck (Il Mulino, 1972), Vita nobiliare e cultura europea di Otto Brunner (Il Mulino, 1972), La società di corte, La società delle buone maniere e La società degli individui di Norbert Elias (Il Mulino, 1980, 1982 e 1990). Ha inoltre tradotto, insieme al marito (pur non comparendo ufficialmente tra i traduttori), i due volumi del Libro Secondo de Il Capitale di Karl Marx (Edizioni Rinascita, 1953).

Quando uscii da casa sua la prima volta, piena di emozioni, mi fermai su una panchina in via Villa della Regina e cominciai a trascrivere su un foglio di carta le informazioni e le sensazioni che mi turbinavano in testa. Tornata a casa, rielaborai tutto sul computer.
Queste sono le mie parole di allora.

Torino, 24 settembre 2004
Ore 16,00

Supero il cancello, chiedo di lei, e arrivo davanti al portone. Pucci è lì, sul balcone, che aspetta e mi invita a salire. Apre la porta con un sorriso, di quelli che ti entrano nel cuore, subito, senza diffidenze o distanze: è un sorriso che riscalda, soprattutto in questo pomeriggio di pioggia fitta, umido, che annuncia l’eterno autunno torinese.

La casa – la stessa nella quale è vissuta con Raniero, dal 1959 – è grande e confortevole. È un po’ buia, a dire il vero. Pucci mi spiega che è colpa delle piante, che sono cresciute a dismisura, la scorsa primavera, dopo le piogge. Mi porta sul balcone e mi mostra una bellissima magnolia, che la fa impazzire perché toglie luce al salotto. A lei, che già ci vede così poco. È una malattia, mi spiega, che si chiama “maculopatia” (così le ha detto il suo amico oculista, che abita nel palazzo di fianco): la sua è una forma senile, abbastanza diffusa, che l’ha colpita una decina di anni fa. Non può più leggere, né scrivere. Se scrive in stampatello, dice, non riesce a non lasciare spazi troppo ampi tra le lettere. Se scrive in corsivo, la sua grafia è troppo brutta per essere comprensibile.

venezia pucciMi fa accomodare sul divano, di fianco a lei. Mi sorride continuamente. I suoi occhi, tutt’altro che ciechi, sono vivi e giovani. Non è vecchia, Pucci. È come se la vita le fosse corsa velocemente davanti agli occhi, accecandola e invecchiandola senza che lei avesse il tempo di accorgersene. A 87 anni, è ancora una splendida ragazza che ama il tedesco, il francese, e la musica classica. Davano la Nona di Beethoven, ieri sera, su Radio3. A lei piace tanto, e avrebbe voluto ascoltarla. Ma erano le undici di sera, e la Nona va ascoltata a pieno volume, e non ha voluto disturbare i vicini. Non importa, l’ha sentita molte volte, negli anni passati, quando ancora andava a teatro. E incontrava Maria Laura Gardoncini, che ci ha fatto conoscere: lei seduta nelle prime file, perché già non ci vedeva, Maria Laura un po’ più indietro, finché ha potuto. Ora è quasi completamente sorda, e non va più neppure lei. Sono vecchie, e si devono rassegnare.
Sospira, Pucci, non ha voglia di parlare. Ha voglia di ascoltare. Ha parlato tanto negli ultimi mesi: una vecchia compagna dei «Quaderni Rossi» le ha chiesto il permesso di registrarla mentre raccontava la sua vita con Raniero. In occasione del quarantesimo anniversario della sua morte, che cadrà il 9 ottobre di quest’anno, alcuni compagni hanno pensato di pubblicare un contributo collettivo alla sua memoria, e le hanno proposto di collaborare con loro2, per scrivere di Raniero “uomo”, in famiglia, al di là e oltre la politica. Lei avrebbe voluto rifiutare, non ne aveva molta voglia, ma a una compagna non ha saputo dire di no, e poi capisce l’importanza di ricordare, scrivere, testimoniare. Ma è stanca. Stanca di parlare, stanca di ricordare. Mi pare di intravedere un luccichio particolare nei suoi occhi, mentre mi dice questo. Desisto immediatamente dall’idea di farle troppe domande, e di accendere il registratore.

Pucci-RanieroRaniero è morto nel 1964, ma è come se fosse una ferita fresca, mai rimarginata. Quando l’ho chiamata al telefono, qualche giorno fa, mi ha accennato: «Gli anni con mio marito sono stati anni meravigliosi. Peccato siano stati così pochi. Quando l’ho conosciuto, ho deciso che dovevo essere sua moglie. Avevamo un’intesa straordinaria, una comunione politica totale. Dopo essere stata con lui, non ho potuto nemmeno immaginare di poter stare con un altro uomo».

Si erano conosciuti a Roma, alla fine degli anni Quaranta. Lei, nata ad Alessandria nel 1917, era cresciuta su e giù per l’Italia, alla rincorsa di un padre statale non fascista e per questo malvisto e continuamente trasferito: Sicilia, Sardegna, Toscana… il ginnasio e il liceo li ha fatti a Gorizia, città che ricorda viva e aperta. Le ragazze erano molto belle, e libere: ha ancora qualche amica, lassù, che sente ogni tanto. L’università, invece, l’ha fatta a Torino. Lingue e letterature straniere. Le sarebbe piaciuto fare storia, ma erano gli anni del fascismo, e i professori migliori, antifascisti o ebrei, erano stati allontanati dalle loro cattedre. Ricorda di averne incontrato uno, per strada, una volta, ebreo (forse Arnaldo Momigliano), e di averlo salutato. Anni dopo, lui la ringraziò: era rimasto stupito che, in quei giorni così difficili, una sua allieva lo salutasse in pubblico. «Pensa – mi dice – per così poco…».
Momigliano era severissimo, ricorda. Costringeva gli studenti a portare Tucidide ed Erodoto in greco antico. Era molto giovane, ma molto severo.

Finita l’università, con una tesi su due frammenti di Hölderlin («Sei pazza?» – le chiede il suo professore: di Hölderlin non esisteva nulla di tradotto in italiano e il suo nome non era citato nemmeno nelle principali antologie della letteratura tedesca), ha vinto una borsa di studio di due anni presso l’Istituto di Studi Germanici di Villa Sciarra, a Roma. Una grande fortuna. A Villa Sciarra, per di più, i professori era quasi tutti antifascisti: Ernesto Sestan di storia, Giuseppe Gabetti di letteratura tedesca…
Roma era bellissima, e Pucci ricorda di aver trascorso due anni meravigliosi: ogni mattina, da piazza Fiume, prendeva la bicicletta e andava sul Gianicolo, dove si trova Villa Sciarra. Roma le piaceva così tanto che ha deciso di tornarci al più presto possibile: nel dopoguerra è andata da qualcuno, al Partito socialista, a Milano, a chiedere se avevano un lavoro per lei a Roma3. Le hanno detto che c’era bisogno di qualcuno che facesse lo spoglio delle riviste straniere. Allora è partita per Roma, ma alla sede del Partito non c’era spazio né per lei né per le riviste: così, l’hanno mandata all’Istituto di studi socialisti, che Rodolfo Morandi aveva appena aperto. E lì ha incontrato Raniero, che era collaboratore di Morandi e segretario dell’Istituto. Nel settembre 1948 si sono sposati, civilmente, mentre Pucci era già incinta della figlia Susanna (seguiranno, negli anni successivi, due figli maschi, Daniele e Davide). Raniero era di famiglia ebrea, Pucci di famiglia cattolica. Entrambi erano tuttavia atei, e non hanno fatto battezzare i loro figli. Ricorda che Raniero era completamente estraneo alla comunità ebraica di Roma e solo in occasione della morte del padre ebbero qualche contatto con dei parenti praticanti. Durante il fascismo, perché ebreo, Raniero aveva dovuto studiare all’Università del Vaticano, per poi laurearsi, dopo la Liberazione, ad Urbino. Lui le raccontava sempre che, durante l’Università, faceva già attività politica e spesso, per colpa delle riunioni, tornava in collegio dopo il coprifuoco. Ma i preti, in fondo, lo tolleravano. Hanno salvato tanti ebrei, in quegli anni.

Pucci ricorda che un giorno, dopo la guerra, camminando per strada, lei e Raniero hanno visto un manifesto che invitava i giovani ebrei che durante il fascismo non avevano fatto il militare ad iscriversi alle classi di leva: crede di non aver mai visto Raniero ridere così tanto come davanti a quel manifesto.
Nel 1949 l’Istituto di studi socialisti chiude, e quel periodo si conclude. Pucci e Raniero si trovano entrambi senza lavoro. Per fortuna, Raniero incontra Galvano della Volpe, che lo invita a Messina, alla cattedra di Filosofia del diritto. Si trasferiscono in Sicilia, dunque, e Raniero prosegue ed intensifica il suo lavoro politico, stando al fianco dei braccianti nelle loro battaglie per l’occupazione delle terre. Pucci ricorda che molti di questi compagni morivano letteralmente di fame: Raniero, allora, li portava a casa e lei preparava delle grandi pastasciutte, o più semplicemente patate e burro, come si fa a Torino. Alcuni compagni siciliani, recentemente, le hanno detto che questo piatto piemontese è rimasto nelle loro abitudini alimentari, da allora. La ama molto la Sicilia, Pucci, ne parla con un affetto straordinario. Soffre nel vederla devastata e misconosciuta. Dice di aver conosciuto persone straordinarie, compagni e amici che non può dimenticare, che erano molto vicini a lei e a suo marito4.

Mentre Raniero insegnava filosofia del diritto, anche lei per tre anni è assunta a Messina come docente di letteratura tedesca, in assenza del docente incaricato. Poi, però, devono trasferirsi a Palermo.

Pucci ferma il suo racconto, mi guarda, mi sorride. Vuole sapere un po’ di me, adesso. Dove vivo, che cosa faccio, che cosa fanno i miei genitori, se ho fratelli o sorelle. Le rispondo, confusamente come mio solito. Ma mi sento a mio agio con lei, come se la conoscessi da tempo. E forse, in fondo, davvero la conosco. Ho letto le sue lettere, conosco suo marito forse meglio di tante persone che vedo tutti i giorni. Per più di un anno, quotidianamente, ho letto i suoi scritti e spulciato tra le sue carte, senza interruzione. Conosco la sua grafia, il suo stile, le sue manie. So che tardava sempre a rispondere alla corrispondenza, so dove andava in vacanza, so quali erano i suoi amici e quali le persone che non gli piacevano. Sarei in grado di riconoscere un suo scritto da una parola, da una locuzione, dalla costruzione di una frase.
E adesso sono qui, seduta nel suo salotto, a parlare con sua moglie, guardando fuori dalla finestra, come avrà fatto anche lui chissà quante volte. Guardo la pioggia, quella pioggia che tanto lo deprimeva nei suoi primi mesi a Torino, come scriveva agli amici. Il trasferimento da Roma è stato un dolore per tutti, mi dice Pucci, soprattutto per Raniero. Uno dei suoi figli, a scuola, una volta, dovendo scrivere un tema sulla chiesa della Gran Madre, scrisse: «La Gran Madre di Torino non ha niente a che vedere con il Pantheon di Roma». Si capisce. Come negarlo?

Si alza, mi fa vedere delle foto. Non le riconosce, in effetti. Una è un ingrandimento della famosa foto in cui lei e Raniero si salutano davanti ai cancelli della Fiat. Raniero ha dei volantini in mano, e sembra in procinto di andare via. «Erano le sei del mattino», mi ricorda. Si andava all’alba, davanti alle fabbriche, quando gli operai entravano per il turno diurno.

In un’altra ci sono loro due, giovanissimi, con una signora. In camera, più tardi, vedrò la loro prima foto insieme, e una foto scattata al matrimonio di Bianca Beccalli. Il fotografo aveva scambiato Pucci per la sposa, perché era vestita di bianco. Li trovo bellissimi. Lui, alto, elegante, magnetico. Lei, bellissima, «una delle donne più belle che abbia mai visto», come mi ha detto Maria Laura Gardoncini

Mi chiede se voglio un tè, e ci spostiamo in cucina.
Si muove con sicurezza, nel suo buio, Pucci. Anche se per quella civetteria tipica degli anziani dice di barcollare e sbandare un po’. La cucina è semplice, quasi demodé. Una finestra è aperta sulla collina, e sulla nebbia che ormai avvolge il circondario.

Accende il gas, cerca i biscotti, tira fuori due bellissime tazze da nonna. Racconta, intanto. Parla di Nenni, che in fondo considera un brav’uomo, nonostante Raniero sia stato sempre mal visto all’interno del Partito. E di Basso, che era una persona fredda e antipatica. E di Giovanni Pirelli, che ha fatto quella fine così orribile, morto bruciato…

Le chiedo di Fortini, non resisto. «Franco era un uomo strano», mi dice. Veniva qui, cenava e poi stavano ore, con Raniero, a discutere, anche molto animatamente. Lei, ad un certo punto, se ne andava a dormire, e li lasciava da soli. A volte, quando smettevano di parlare, era così tardi che Fortini doveva fermarsi a dormire da loro. Erano grandi uomini, quelli. Anche a Roma, hanno avuto la fortuna di conoscere Bassani, Pasolini, e molti altri artisti… e Primo Levi, poi, che era un uomo dolcissimo. E Calvino, così strano, a cui lei una volta regalò un elaborato sul Barone Rampante fatto dai suoi allievi. Ne aveva tre copie, e fu costretta a dare via anche la sua: la vollero anche Bobbio ed Einaudi, presenti alla cena. Avevano scritto che il senso del libro era la «ricerca della libertà», dice fiera. È certamente stata un’insegnate meravigliosa, e molto amata.

Le parlo della mia ricerca, degli archivi che sto consultando: appena faccio cenno a Siena, mi parla di Luca Baranelli, e mi dice che lo devo assolutamente conoscere. Lui e sua moglie Fiamma sono persone deliziose, degli amici preziosi.

Pucci-Raniero_carrozzinaIl licenziamento di Raniero dalla casa editrice Einaudi del 1963 è un argomento particolarmente doloroso, me ne rendo conto. Non c’è più rancore, ma c’è un rifiuto a comprendere immutato nel tempo. L’hanno licenziato (insieme a Renato Solmi) per motivi politici, con il pretesto della discussione sul libro di Fofi5. Quando è arrivata la lettera, Raniero era a Roma; quando è tornato, è stata Pucci a comunicarglielo. L’anno seguente è stato un anno terribile, di cui non ama parlare, dice: meno male che aveva qualche traduzione da fare. Letteralmente, quando Raniero è morto, non aveva di che pagargli il funerale. Sono venuti tanti compagni a trovarlo, quel 9 ottobre. C’erano tutti. È venuto anche Giulio Einaudi, con le lacrime agli occhi. Lei non avrebbe voluto aprirgli, ma poi, che vuoi, l’ha fatto lo stesso.
Prendiamo il tè, e Pucci fuma una sigaretta. Le faccio compagnia. Il medico le ha detto che dovrebbe smettere ma lei, ad 87 anni, non ci pensa nemmeno. Ha un po’ diminuito, ma non riesce a stare al di sotto delle dieci sigarette al giorno: che le importa, in fondo?

Mi descrive gli anni di lavoro all’Istituto di studi socialisti: ci tiene a raccontarmi che solo allora la “iniziarono” al caffè, che non aveva mai bevuto. Lì, i compagni e le compagne lo bevevano continuamente, e anche lei ha preso il vizio. Mi dice di Rodolfo Morandi, che era un uomo grande, intenso, l’unico per il quale abbia mai visto piangere Raniero, quando è morto. È morto a causa di una setticemia seguita a un’operazione all’intestino, improvvisamente. Le dico di aver letto nel diario di Gianni Bosio che Panzieri era uno dei pochi che Morandi aveva voluto vedere nelle ultime ore della sua vita, raccomandandogli di tenere d’occhio Nenni. Pucci aggiunge che gli chiese: «Abbiamo fatto bene a fare tutte le cose che abbiamo fatto?». E Raniero gli rispose di sì.

Nello stesso periodo, Pucci ha lavorato anche nella redazione di «Noi Donne», con altre compagne. Per aiutarmi a capire il clima del periodo, mi racconta di come, una volta, dovendo scrivere la didascalia ad una foto che rappresentava un bambino che si era salvato per un pelo dall’investimento di un tram, Pucci scrisse «salvato miracolosamente». Qualche ora dopo, Nilde Iotti e Rosetta Longo la rimproverano, dicendole: «Noi siamo atei, e il comunismo rifiuta i miracoli!». Lei andò su, dagli altri, e fece ridere le sue colleghe. Erano così, certi “capoccia”.

Mi chiede ancora di me, mentre aspira la sigaretta, fino al fondo, fino al filtro, come una ragazzina. Chiede di Pisa, come mi trovo, se è sempre bella come se la ricorda…

Mi dice di non desistere, di fare quello che amo. Di tenere duro, di provare fino in fondo. Anche suo nipote Francesco, che ha solo sedici anni, ama la storia, ed è lo “storico” della famiglia. Suo fratello maggiore, Jacopo, quando ha qualche dubbio sull’argomento, si fa aiutare da lui. Lui, invece, ha finito adesso il liceo, e si è iscritto a fisica. Quando l’ha saputo, Pucci avrebbe voluto scrivere a Margherita Hack, che sente spesso parlare alla radio e trova una donna molto intelligente…ma poi si è detta: perché dovrei scriverle? Che cosa dovrei chiederle?

Li ama molto i suoi nipoti, Pucci. Questo aneddoto lo dimostra, in tutta la sua semplicità. Ne parla con amore, e con ammirazione: sono tutti bravi, tutti “speciali”, soprattutto Francesco, che legge tanto, divora i libri, come quest’estate, che ha letto la Storia di Roma di Tacito.

Si fa buio, su Torino. Piove sempre più forte, e siamo avvolte in un tempo quasi surreale, come se fossimo fuori dal mondo. «Mica mi starai dando del lei?», mi chiede, offesa. Con uno sforzo, cerco da quel momento in poi di darle del tu. Sento che per lei è importante, naturale.

Mi porta nella sua camera da letto, mi mostra i libri di Raniero, e il lato del letto in cui dormiva. «Raniero dormiva di qua, e io dormo ancora dall’altra parte», dice, carezzando il copriletto. Ci sono i «Quaderni Rossi», le raccolte degli scritti di Raniero, il volume delle sue lettere: dice che le dispiace di avere solo una copia dei «Quaderni Rossi», di non averne conservate altre… so che me le regalerebbe, se le avesse. Sono cose che si capiscono al volo, in una persona. La generosità, per lei, non è nemmeno una virtù: è un qualcosa di connaturato, di spontaneo, di irrinunciabile.

È arrivato il momento che vada, sono le sei, e non la voglio stancare. Mi porta sul balcone, si vedono i Cappuccini, dietro la nebbia, come in un sogno, e la Mole, e la collina. Fuma un’altra sigaretta, e parla ancora di Raniero. Di come tutti gli volessero bene, soprattutto i giovani compagni dei «Quaderni Rossi». Ancora oggi lo ricordano come se fosse ancora vivo. Raniero è stato tanto per Torino, a volte se ne rende conto. Una volta, davanti alla scuola di uno dei suoi figli, mentre facevano il servizio d’ordine per controllare che non venissero picchiati dai fascisti (negli anni Sessanta), una signora, sentendo il suo cognome, le manifestò tutta la stima e l’ammirazione che aveva per lui, e lei quasi se ne stupì.

Sospira, e fuma un’altra sigaretta. Mi ringrazia di essere venuta a trovarla: «Altrimenti, dice, non avrei mai saputo della tua esistenza». Mi ringrazia, perché parlare con i giovani le riempie il cuore e perché sente che fra noi c’è un’intesa, qualcosa di profondo, che si sente a pelle. Una «visione delle cose», dice, «delle idee».

Ora devo proprio andare, anche se non vorrei farlo. La ringrazio, le dico che è stata una cosa che non dimenticherò mai. Ma le prometto che tornerò a trovarla, quando verrò a Torino da Pisa.
Mi addolora non poterle scrivere. Mi addolora uscire da quella porta, e sapere che non potrò tornare domani. Anche se lei ne sarebbe felice. Ma sento che è nato un legame, un qualcosa, un’amicizia.
Mi avvio a tornare a casa. Sulla porta, mi aggiusta il colletto della camicia, e mi abbraccia. Esce sul pianerottolo e mi parla ancora mentre scendo le scale. È un’emozione fortissima, che mi scuote.
Per fortuna, prima di arrivare nel traffico della città, devo camminare un po’ qui, oltre Po, e attraversare il fiume. Piove, e fa freddo. Penso velocissimamente, mi fermo su una panchina e scrivo, sperando di dimenticare il meno possibile.

Pubblicato su: «L’Ospite ingrato», 19 giugno 2015.

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