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Comunismo17: “Ma l’amor mio non muore”

Si è appena chiuso il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, un evento/processo epocale che ha segnato la storia del Novecento e che abbiamo analizzato nel numero in distribuzione di «Zapruder», dal titolo Ottobre rosso. Fra gli appuntamenti – a dire il vero non molti – che hanno scandito le tappe del “2017 bolscevico”, ripartiamo da C17, la conferenza di Roma sul comunismo che dal 18 al 22 gennaio di un anno fa ha portato a ESC Atelier e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna centinaia di persone a seguire conferenze, un concerto sinfonico, la mostra Sensibile comune e molti momenti di discussione e confronto, fra cui, quello noto di porre le basi delle Proposizioni per un Manifesto a venire, che dovrà in futuro dare vita a una rivista online transnazionale e alla continuazione, itinerante, del progetto della conferenza. L’anno scorso avevamo chiesto al collettivo C17 di raccontarci la loro iniziativa, oggi vi riproponiamo quel testo (già apparso sulla nostra pagina Facebook) perché quelle riflessioni non restino nella scatola del centenario.

“Ma l’amor mio non muore”

Intervista al collettivo organizzatore di Comunismo17

a cura di Storie in Movimento

Da Enzo Traverso a Toni Negri, da Saskia Sassen a Ceren Ozselcuk. I tanti partecipanti alla conferenza di Roma sul Comunismo rappresentano trasversalmente ambiti disciplinari, geografici e politici differenti. Eppure si notano alcune assenze del panorama del pensiero critico internazionale. Come è avvenuta la chiamata a raccolta di tante energie? Puoi riassumerci il processo di costruzione della conferenza?

La circostanza che è stata indagata, da più di un anno e mezzo, è la mancanza di alternative al comunismo, una mancanza che simbolicamente il centenario della rivoluzione d’ottobre sottolinea: il Capitale ci ha fatto scivolare nella barbarie della crisi, nella barbarie della guerra, nella barbarie di una diseguaglianza che non smette di avanzare. Un gruppo di ricercatori, giornalisti, attivisti, editori e scrittori si è riunito, per individuare, all’interno di cinque grandi temi, le domande estratte da cinque assi tematici: i comunismi storici, chi sono i comunisti, qual è la fisionomia di un potere comunista, la critica dell’economia politica e il comunismo del sensibile ovvero la sua traccia sullo specchio del reale. Il materiale raccolto verrà discusso nei seminari e nei workshop, per i quali si è cercato di proporre un’analisi in grado di spaziare dalla prospettiva filosofica a quella economica, dall’ottica delle scienze sociali a quella dell’arte. Un metodo di indagine che si rispecchia anche nella scelta dei relatori. Avremo la grande opportunità di confrontare i pensieri, le mappe, le idee, le vie di fuga di pensatori, storici, protagonisti della politica del Novecento, attivisti e movimenti che si occupano di sindacalismo sociale, di nuovo mutualismo, di difesa e riappropriazioni dei beni comuni. È un lavoro cui non è mai mancata la passione, quella comunista, di un mondo più equo, più bello.

Obiettivo dichiarato di C17 è avviare un lavoro di stesura per un nuovo Manifesto del comunismo. L’originale nacque in una situazione storicamente ben differente, con una diffusa insorgenza a livello europeo e movimenti costituenti (all’epoca in senso letterale). Oggi, lo dite anche bene nell’appello di convocazione, i movimenti “di classe” sono schiacciati tra opzioni neo-autoritarie e poteri simmetrici che si affrontano sul terreno della guerra armata, del controllo delle catene di approvvigionamento e dei dati digitali. E’ davvero realistico riuscire a trovare una sintesi degli obiettivi e delle traiettorie dei movimenti anticapitalisti e di classe a livello globale?

L’interrogativo posto si colloca nell’ambito di indagine sui processi di politicizzazione attuale, su quali leve è necessario agire per comporre lotte politiche e lotte economiche. Nella presentazione del progetto prendiamo in prestito le parole di Marx e Engels, quando si interrogano sui vettori organizzativi necessari alla «formazione del proletariato come classe». A cento anni dal 1917 questa ricerca risulta non solo attuale ma anche necessaria per la creazione di nuove forme di vita capaci di sottrarsi all’occupazione da parte del Capitale e in grado di non trovare il proprio baricentro nelle pericolose sirene sovraniste. L’obiettivo in grado di diventare il fil rouge delle politiche antagoniste è quello di imporre all’attualità la necessaria esigenza di quella vita degna così brutalmente espropriata dalle diseguaglianze, le povertà, le guerre, le iniquità dettate dalle politiche ordoliberiste.

Balza all’occhio la scelta di due location molto differenti per la conferenza e la mostra Sensibile comune. Da una parte uno spazio sociale, autogestito e indipendente, dall’altra la Galleria nazionale di arte moderna. Perché questa scelta?

Abbiamo ragionato sul fatto che fare una mostra in occasione dei cento anni della rivoluzione d’ ottobre richiedesse uno spazio adeguato, come dimensione spaziali e collocazione culturale, allora abbiamo provato a presentare un progetto espositivo alla direttrice della GNAM che lo ha accolto con entusiasmo. Inoltre eravamo convinti che la scelta dello spazio fosse strategica, almeno in due sensi: la Galleria non è molto distante dall’altra sede, quella di Esc e soprattutto questa collocazione permetteva di costruire una critica dell’istituzione culturale dal suo interno, ovvero permetteva di mettere in questione lo spazio del museo e la formula culturale della mostra, così come è stata intesa finora, della manifestazione culturale, come per esempio il festival. Insomma questa collocazione permetteva di porre immediatamente e a un livello adeguato la questione delle istituzioni culturali del comune: quali sono e/o quali potrebbero essere queste istituzioni, quali le loro forme?

A proposito di Sensibile comune, esiste davvero un terreno condiviso tra arte figurativa e lotta di classe? Come, in quali spazi e momenti, si sostanzia nel XXI secolo il rapporto tra arte e trasformazione dell’esistente?

Sì, questo terreno è sempre esistito, basta pensare all’esperienza delle avanguardie storiche e al loro rapporto con la rivoluzione d’ ottobre e poi con tutti i movimenti sociali e politici del Novecento: il loro obiettivo era sempre fare del linguaggio un terreno di lotta e costruire forme di vita che non fossero sussunte nell’ordine esistente. Ogni volta che le avanguardie hanno tradito questa collocazione tutta interna alla lotta di classe, queste avanguardie sono fallite, come è fallita la rivoluzione. Siamo convinti che nel XXI secolo questo rapporto si dia, ancora una volta, come dice Rancière, ogni volta che l’arte cambia le condizioni della percezione: l’arte non inventa niente di nuovo, non è una creazione ex nihilo, piuttosto inventa un nuovo modo di vedere qualcosa che c’era già.

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