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Hack the System su «Le Monde diplomatique»

È apparsa sulla “diploteca” di «Le Monde diplomatique – il manifesto» di luglio/agosto 2018 (n. 7/8, a. XXV) una bella recensione, firmata da Luca Alteri, di Hack the System, il numero 45 di «Zapruder» curato da Ilenia Rossini e Ivan Severi, che vi proponiamo nella rubrica “Dicono di noi”.

Recensione di Hack the System

di Luca Alteri

Se è vero che tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria, il numero di Zapruder dedicato all’hacking, paradossalmente, lascia ben sperare: cosa più solido, di contro, del “virtuale”, quindi dell’immateriale per antonomasia? L’evanescenza, a ben vedere, si manifesta su più livelli: l’individuazione e il reperimento delle fonti, pre-condizione di scientificità ma suscettibili di precoce scomparsa in caso di passaggio offline; la distinzione tra attivisti e ricercatori, cioè tra protagonisti e narratori, particolarmente ardua per la tematica in oggetto eppure weberianamente fondamentale al fine della credibilità scientifica del lavoro; la definizione stessa di ‘hacker, che i due curatori, Ilenia Rossini e Ivan Severi, hanno inteso nell’accezione più larga possibile, inseguendo un approccio insieme democratico e “astuto”, dal momento che ha permesso loro di volare alto rispetto alle distinzioni, iper-tecniche e spesso bizantine, sulle famiglie di hacking e sulle classificazioni tra “chi sia più hacker degli altri”; l’esistenza o meno di un “elitarismo hacking’ che descrive il mondo degli smanettoni viziato da una sorta di rivendicato digital divide, per cui la mancata disponibilità di un approfondito know-how informatico inibirebbe ogni sorta di hacktivismo (ulteriore merito del presente numero di Zapruder consiste nel ricordare l’impegno per una ”pedagogia hacker’, vale a dire la collettivizzazione quantomeno di una tecnicità elementare, utile all’emancipazione informatica); la certezza sull’ontologia dell’hacker, dimidiato tra l’anarco-individualismo – tipico della tradizione statunitense e non a caso egemonico nelle rappresentazioni mediatiche – e la concezione più attenta all’uso sociale delle tecnologie digitali, come da costume italiano (“Hacking for People”, nella definizionedi Sebastiano Usai); la “doppiezza”, infine, nell’uso stesso della rivoluzione informatica, i cui frutti sono risultati benefici nell’individuare linee di inten1ento politico e, più in generale, un intero spazio di azione, “avvelenati” – però – nel permettere una repressione ancora più sofisticata e mirata che non nel passato.

Una macro-friabilità sovrasta quelle appena elencate: nel n. 45 di Zapruder la virtualità dell’hacker è studiata secondo gli approcci, pervicacemente “solidi”, della partecipazione e del mutamento politico, legando la teoria dello smanettamento alla sua prassi. Non un Nerd Power fine a se stesso, quindi, ma uno studio sull’attività digitale funzionale al conflitto, in coerenza con la “vocazione” della Rivista e con l’identità dei suoi artigiani, contemporaneamente ricercatori e militanti. In coerenza, inoltre, con il quadro interpretativo suggerito ad esempio da Rinaldo Mattera, secondo il quale l’invenzione della stampa a caratteri mobili, da parte di Johannes Gutenberg nel 1455, introdusse di fatto la modernità politica, in quanto permise – nel lento volgere dei decenni – la produzione e la riproducibilità dei processi di informazione. Questi ultimi, elevati a paradigma tecnologico, influenzano i modelli di sviluppo, la cultura materiale e i rapporti social. La (relativa) facilità della stampa significò la diffusione delle idee liberali, del sapere scientifico secolarizzato, della fabbricazione autonoma di documenti, persino del “decentramento confessionale” (tutti potevano consultare la Bibbia, tanto che Lutero mise in moto la sua valanga), della borghesia, in una sola parola. Se «la modernità può essere vista come punto di ingresso delle masse popolari nella produzione attiva di documenti» (p. 12), la microelettronica e il digitale segnano un nuovo livello dell’evoluzione sociale, che si apre ad avanguardie di utenti a partire dalla seconda metà del Novecento, ma che diventa massivo solo negli ultimi decenni. Capire come ciò si rapporterà alla struttura di potere è il nostro compito odierno, Hack the System ne costituisce un’utile bussola, il Mediattivista è il nostro Caronte e l’Hacking – piaccia o meno – è il software che ne ha disegnato la mappa, soprattutto se mutuiamo l’accezione fornita ancora da Rinaldo Mattera, quando definisce tale pratica «in senso più ampio una filosofia di vita, che prevede di intraprendere liberamente il rapporto tra individuo, comunità e tecnologia, negli aspetti materiali e immateriali, tanto nel costruire e migliorare le macchine, che nel creare e distribuire codici e programmi per il loro funzionamento» (p. 13). ll cyberpunk, i pirati informatici stricto sensu, i server indipendenti, gli “spioni” Anonimi e Autonomi vs quelli istituzionali, gli inventori delle prime tv satellitari e i surfer delle radio online, gli hacker meeting nei centri sociali e i cyber-artisti, fino a coloro che si indignano quando scoprono (sic) che i social network mettono a rischio la loro privacy… sono tutti folletti di un mondo magico che oscilla tra piatta quotidianità e istanze sovversive, tra la likecrazia come crisi delle formule politiche e la “contemporaneità digitale” che offre scenari ancora inesplorati, come tali promettenti e inquietanti insieme. In filigrana rispetto alla “sentenza” – definitiva il giusto – pronunciata dai due Curatori nel commentare il contributo di Ippolita, ma forse allargabile all’intero Numero («La tecnologia è una macchina bestiale solo quando non interviene una politica ad addomesticarla: il primo passo in tal senso è costituito dalla dimensione pedagogica dell’hacking un nuovo modo di pensare al nostro modo di fare politica», p. 9), troviamo l’essenza stessa di Zapruder e del suo percorso assembleare, della sua quindicennale ostinazione nel fare una scelta di campo, nell’incessante de-ideologizzare l’attuale panorama delle scienze sociali e contemporaneamente re-ideologizzare la storiografia, la ricerca, la politica. Le fonti orali, la storia di genere, la con-ricerca, la storia sociale, le dicotomie più rigide e i movimenti ”più eretici”, le sopraffazioni dimenticate, gli imperialismi edulcorati e le ibridazioni più ardite (come testimoniato proprio da questo numero), hanno trovato albergo e camera di discussione in un prodotto collettivo che ricorda al lettore l’importanza della dignità. Dalla storiografia e per la storiografia. In mezzo c’è la politica.

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