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Valle de los Caídos: di sparizioni forzate e fosse comuni

Per quanto in Italia non se ne sia parlato molto, negli ultimi mesi la decisione del primo ministro spagnolo di approvare l’esumazione del dittatore Franco sta scatenando un certo dibattito. Il suo corpo rappresenta un crocevia di memorie contrastanti e conflittuali, che permettono una riflessione più ampia su come gli spagnoli stanno facendo i conti con un passato molto presente. Abbiamo chiesto un commento a Javier Tébar Hurtado e Rosa Toran.

Valle de los Caídos: di sparizioni forzate e fosse comuni

di Javier Tébar Hurtado e Rosa Toran

Il franchismo è morto, la sua memoria no. Come regime politico, la dittatura del generale Franco è parte della storia spagnola ed europea del ventesimo secolo. È stata una delle dittature più longeve fra quelle sorte durante l’epoca dei fascismi. La sua memoria, senza dubbio, riverbera oggi nello spazio pubblico, senza essere perfettamente assorbita. Sono le ultime note di un’antica melodia, come ci ricorda l’esistenza di una Fondazione “nazionale” che porta il nome del dittatore e che ha ricevuto fondi pubblici per esaltare la sua figura. Questa è una totale anomalia rispetto agli altri paesi europei.

Manuel e Antonio Lapeña

Nel corso dell’estate è nata una polemica che, al di là delle sue congiunturali motivazioni politiche e elettorali, potrebbe indicare la pervicacia di questa memoria, e la persistenza di questa anomalia. Stiamo facendo riferimento alla questione concernente il significato e il futuro della Valle de los Caídos. Questo argomento è diventato oggetto di dibattito politico e giuridico, e, in una certa misura, sociale. A ciò ha contribuito la sentenza emessa da un tribunale de El Escorial (Madrid), che il 23 aprile 2018 ha permesso l’inizio dell’esumazione dei fratelli Manuel e Antonio Lapeña, due repubblicani fucilati nel 1936, accogliendo il diritto a una degna sepoltura; e la esumazione di Pedro Gil Calonge e Juan González Moreno, appartenenti all’esercito franchista, dopo la richiesta presentata dalle rispettive famiglie a Patrimonio nacional1.Ciò è stato possibile nonostante l’opposizione del priore amministratore dell’abbazia benedettina della Santa cruz della Valle de los Caídos, Santiago Cantera, il quale ha infine ritirato il ricorso che impediva l’adempimento della sentenza.

Più recentemente, nel corso dei mesi di luglio e agosto, la proposta dell’attuale governo socialista di esumare i resti di Francisco Franco, e il suo progetto di ridefinizione dei confini della Valle los Caídos – parte del Patrimonio nacional – ha scatenato un dibattito politico lungo e asfittico da parte delle forze della destra spagnola, rappresentate dal Partido popular e da Ciudadanos, che si oppongono al decreto legge approvato dal governo lo scorso 24 agosto 20182. Attraverso quel decreto si aggiunge un paragrafo all’articolo 16 della cosiddetta ley de memoria histórica3, approvata nel 2007 dal gabinetto di Rodríguez Zapatero, indicando il “carattere urgente” di questa esumazione e indicando, sempre nella stessa legge, al governo le modalità per effettuarla. Questo decreto legge, che deve essere approvato dal parlamento a maggioranza semplice, rende legale l’esumazione e la traslazione – senza però precisare dove – delle spoglie di Franco. Tuttavia, l’opposizione dei partiti di destra è in contrasto con la dichiarazione del parlamento del 12 maggio 2017, quando in seguito a una iniziativa parlamentare sul ritiro delle spoglie del dittatore proveniente dal Psoe, il Pp si astenne e Ciudadanos votò a favore. Al tema sono state dedicate ore e ore di trasmissioni televisive e dibattiti nei mezzi di comunicazione. Allo stesso modo, sono state avanzate diverse proposte di utilizzo del complesso monumentale, suggerendo di convertirlo ne “El Valle de la Paz”, o anche il progetto iniziale del governo socialista di Sánchez di creare un centro di studi sulla “Riconciliazione”. Alla fine di agosto, entrambe le proposte sono state scartate

La Valle de los Caidos

In questo senso, vale la pena ricordare che durante l’ultimo governo Zapatero (2004-2008), una commissione di esperti fu incaricata dalla presidenza del consiglio di elaborare uno studio, consegnato il 29 novembre 2011. Fra le 33 raccomandazioni proposte, c’era quella di convertire il sito in un luogo di memoria dei morti e delle vittime della Guerra civile, un centro studi sulla dittatura e sull’attuale democrazia. L’idea centrale era quella di spiegare, non di distruggere; di costruire un significato adeguato al presente senza fare tabula rasa del passato. Rendere dignità al cimitero e traslare i corpi del dittatore e di José Antonio Primo de Rivera – fondatore della Falange spagnola – ciò su cui sta promettendo di impegnarsi l’attuale governo spagnolo. Inoltre, dovrebbe essere stilata una nuova convenzione con la Chiesa spagnola, dato che la precedente è del 1959, per determinare e distinguere la responsabilità giuridica fra un luogo di culto come la basilica, inviolabile, e le pertinenze statali. In definitiva: è trascorso più di un lustro prima che alcune delle stesse questioni venissero poste nuovamente, anche se oggi sono caricate di una connotazione morale, legata alla “pace” e alla “riconciliazione”, che in realtà hanno poco a che fare con il rigoroso lavoro dei 14 specialisti che assicuravano il carattere interdisciplinare della commissione. Un centro studi sul significato della dittatura, dei valori democratici e del rispetto dei diritti umani, così come sul significato del fenomeno delle sparizioni forzate, tutti elementi che fanno parte della nostra storia, esige senza dubbio un maggior coraggio e la decisione politica di porre fine alla tentazione di perpetuare una memoria nascosta, come quella che vorrebbe oggi seppellire di nuovo il ricordo nelle fosse comuni che esistono in Spagna.

Ciononostante, in questa occasione lasceremo al margine la questione della congiuntura politica, con le sue scaramucce ideologiche e parlamentari, per trattare in chiave storica alcune questioni rispetto al significato di un monumento alla dittatura oggi, monumento che è sopravvissuto a 43 anni di democrazia spagnola.

Il complesso della Valle de los Caídos fu costruita nel corso di quasi venti anni, fra 1939 e 1958. Dichiarato bene di interesse culturale dallo stato, è una enclave nella valle di Cuelgamuros, a sud-est della Sierra de Guadarrama, nel comune di San Lorenzo de El Escorial, a soli 9 chilometri dal monastero omonimo. Per questo motivo, normalmente le escursioni e le visite proposte partono da Madrid, che dista 60 chilometri. “Vivi la valle” è uno degli slogan turistici nel quale può capitare di imbattersi, non senza provare inquietudine.

Il complesso monumentale ha, quindi, una grande potenza evocativa e simbolica. Sandra Ruesga, regista e sceneggiatrice del corto “Haciendo memoria” del 2005 , è una giovane nata nel 1975 che si chiede: “com’è possibile che per molto tempo la dittatura franchista per me non abbia significato nulla?”. A partire dai filmati familiari in Super8, ci mostra immagini delle occasioni in cui ha visitato la Valle de los Caídos da bambina con i genitori. Questo la porta a riflettere su come fosse possibile per loro andare in gita nei giorni di festa in quella zona, che le risulta allo stesso tempo famigliare e priva di significato. Quindi chiede ai suoi genitori, e la memoria inizia il suo lavoro. La giovane regista ci interroga sul problema dei comportamenti sociali, vari e contradditori, sotto la dittatura. L’esperienza della mancanza di libertà fu accettata da parte di ampi settori della popolazione attraverso l’appoggio attivo o l’accettazione rassegnata, anche se non mancò tanto una disaffezione individuale e dissidente, quanto una sfida aperte al franchismo da parte di una opposizione organizzata. Tuttavia, una questione di fondo sollevata dal lavoro di Ruesga, è come quel regime sia riuscito in buona parte a ottenere che le persone interiorizzassero la politica come un elemento negativo, da rifiutare. La famosa frase “non immischiarti nella politica”, presente con minore o maggiore forza a seconda dei momenti storici, è in effetti una delle conseguenze a lungo termine del franchismo nella società spagnola.

Allo stesso tempo, è un paradosso che sia un luogo come la Valle de los Caídos a presentarsi oggi come uno spazio pieno di significati contraddittori e divergenti. Adesso che sono passati anni, le visite turistiche si combinano con gli atti di rivendicazione dei nostalgici del franchismo, accolti in alcune occasioni dalla stessa comunità benedettina. La proiezione e la costruzione di questi nostalgici si basa sull’elogio della “Vittoria” del 1939, con lo stesso processo violento col quale si mise in moto il fallito colpo di stato del luglio 1936. Fin dal primo momento gli insorti ottennero un controllo effettivo del territorio, elemento che ha caratterizzato nei primi giorni e settimane intere regioni spagnole, e che ha finito per essere generalizzato al momento finale della guerra civile. È a partire da allora che è iniziata una sistematica eliminazione di persone. La maggior parte delle vittime dei cosiddetti «paseos» furono uccise già durante la prigionia, sotto la custodia delle nuove autorità. Si parla di oltre 150.000 assassinii fra il 1936 e il 1945: da questo, e dalla pratica delle sepolture irregolari, nasce il fenomeno delle fosse comuni. Le persone uccise non sempre venivano sepolte in maniera convenzionale: molte di loro furono sepolte in fosse comuni, senza che – nella maggior parte dei casi – i loro familiari avessero notizie esatte sulla loro posizione. Gli studi condotti da ricercatori, da differenti associazioni, e le informazioni raccolte in attuazione della “legge della memoria storica”, hanno permesso di constatare l’esistenza di oltre 2000 fosse comuni nel territorio spagnolo. Di queste, solamente in 332 casi sono state condotte delle operazioni di scavo e di esumazione fino al 2011, momento nel quale la mappa delle fosse ha smesso di essere aggiornata . Analogamente, sappiamo che il numero di persone sepolte in questo tipo di fosse arriva a una cifra vicina alle 100.000 unità, rendendo la Spagna il secondo paese al mondo per numero di desaparecidos, dopo la Cambogia di Pol Pot.

Mentre venivano condotte queste sepolture, si verificavano anche esumazioni clandestine, condotte da familiari senza disporre di mezzi. Questo è accaduto tanto durante il franchismo, quanto nel corso degli anni della Transizione, e perfino successivamente. I poteri pubblici non hanno mai preso parte a questo processo, in nessun momento. Senza dubbio, il regime franchista è stato quello che ha spostato il maggior numero di cadaveri per nutrire la grande cripta della Valle de los Caídos: in sostanza, i corpi venivano esumati dalle fosse comuni sparse per la Spagna per venire poi traslati alla valle di Cuelgamuros, in quella che altro non è se non una grande fossa comune dentro al perimetro della Valle de los Caídos. Fra il 1959 e il 1983 arrivarono all’ossario 33.847 cadaveri, anche se la cifra potrebbe essere più alta. Quanto accaduto in Spagna si inserisce all’interno dei fenomeni globali di violenza generalizzata associati alla sistematica violazione dei diritti umani del XX secolo4.

A fronte di questa situazione, la democrazia spagnola ha abdicato dalle sue funzioni e dai suoi obblighi, e si è limitata a sviluppare – tardi e in maniera molto limitata – una politica di sussidi perché fosse la società civile ad assumersi il carico di un processo che, vista la sua lunghezza e complessità, poteva affrontare solamente in parte. Va inoltre aggiunta la responsabilità specifica del potere giudiziario: la ben nota mancanza di protezione offerta alle vittime è stata proporzionale alla mancata assunzione di responsabilità dei poteri pubblici nelle esumazioni dei resti.

Però, al di là delle polemiche sull’anomalia rappresentata dalla Valle de los Caídos, che cosa rimane oggi della memoria del franchismo? Sono ancora oggi presenti una retorica e un immaginario, identificabili con quello che da anni viene definito “franchismo sociologico”, e che più propriamente dovrebbe essere definita già come “post-memoria franchista”5. Questa consiste nel ricordare ed esaltare la fase finale della dittatura. Si costruiscono visioni stereotipate di una dittatura che presenterebbe due facce ben distinte: una inziale, violentissima ed erratica (1939-1951), e una successiva (1959-1977), già matura, moderata e burocratica. Questo permette di costruire la bonaria caratterizzazione di un regime che nella sua fase finale avrebbe assunto una funzione modernizzatrice “dall’alto”, preparando così il terreno alla “transizione” da un sistema autoritario a uno democratico. Utilizzando questo schema si ignorano, en passant, tanto la crisi latente in quegli stessi anni, quanto la durezza e gli effetti che essa ha prodotto posteriormente, nel corso degli anni 80. Effetti con cui si dovette fare i conti durante la consolidazione di una democrazia spagnola fragile6.

Questo modo di guardare al passato della dittatura ha, fra gli altri, due effetti diretti e evidenti. Il primo è quello di ignorare le trasformazioni di ogni sorta di quegli anni, i comportamenti e il ruolo giocato dalla società in quel frangente. Il secondo è di mascherare il legame della destra spagnola con quel regime politico e di impedirne contemporaneamente il definitivo allontanamento da quello, soprattuto dal punto di vista di una certa educazione sentimentale, ma anche su un piano maggiormente ideologico e culturale, di atteggiamenti, pratiche, stili. Facciamo alcuni esempi concreti. Il primo e più importante: la paura verso un esercizio democratico che vada oltre quello rappresentato da una democrazia dimezzata e ridotta alle tornate elettorali, elemento questo che si è reso manifesto nell’interpretazione della rappresentazione della sovranità nazionale in parlamento nel corso del mese di giugno 2018, quando la geometria parlamentare è stata messa in discussione per espellere dal governo il suo presidente, Maiano Rajoy, utilizzando il meccanismo costituzionale della mozione di sfiducia.

Vignetta di J. R. Mora

Il secondo si ritrova nella concezione del conflitto sociale come problema di ordine pubblico, elemento evidenziato dall’approvazione della cosiddetta “Legge bavaglio” (“Ley mordaza”) del 2015, una legge di pubblica sicurezza promulgata dal governo del Pp, con la quale sono state minacciate varie libertà, fra cui quelle di espressione, informazione e manifestazione.

Queste sono state via via concepite, in maniera oltremodo estensiva, come reati, limitando lo spazio per il dibattito pubblico, e scatenando una critica ai suoi effetti da parte dei sindacati, in quanto ha ridotto il diritto allo sciopero, criminalizzando i picchetti informativi. Questi sono ora perseguibili penalmente in applicazione dell’articolo 315 del Codice penale, utilizzando il quale sono stati condannati al carcere quasi 300 sindacalisti.

La “legge bavaglio” è stata denunciata anche da parte di svariate organizzazioni della società civile spagnola e da alcune organizzazioni come Amnesty Internacional, la quale ha recentemente (marzo 2018) denunciato in un report le conseguenze della sua applicazione.

Per concludere, ci pare che la necessità di ribaltare una visione duale del franchismo passi fondamentalmente attraverso la critica dell’immagine della “crescita senza democrazia”, che presenta senza alcuna sfumatura una sorta di “correlazione positiva” – mai realmente sviscerata – fra sviluppo economico e mancanza di libertà. Questa associazione è sempre un rischio, ma aumenta nei periodi di crisi, come quello che stiamo vivendo adesso.

Tanto il ricordo quanto la dimenticanza sono due strategie di sopravvivenza. Spesso cerchiamo di combinarle per evitare di sprofondare in una delle due, non conoscendo la profondità del pozzo che entrambe ci offrono. Il risultato di queste operazioni, è la nostra memoria. Senza dubbio, la memoria nazionale è costituita dalle trasmissioni e dai transiti fra generazioni. Per questa ragione, ci parrebbe adeguato proporre una sorta di manuale di istruzioni che ci permetta di comprendere alcune delle chiavi di quanto ancora oggi è un passato così presente per le giovani generazioni, che non hanno vissuto il franchismo, anche se magari hanno costruito una certa immagine di quel passato. Sebbene possa risultare loro qualcosa di tanto lontano come le guerre carliste del XIX secolo, per fare un esempio. Questa mancanza di conoscenza, di cui la scuola è la principale responsabile (basta sfogliare i manuali didattici per rendersene conto), implica un vuoto nella cultura politica dei giovani, cittadini o futuri cittadini. Dato che diciamo che il franchismo è morto, ma non la sua memoria, allora rimane ancora lavoro per la storia.

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