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«Sideralmente lontana dalla follia politica del compagno»?

Riflessioni a margine di un articolo di Simonetta Fiori sulla morte di Inge Schönthal Feltrinelli

di Enrico Serventi Longhi

«Aveva capito che non avrebbe cambiato il mondo con i libri,
o l’avrebbe cambiato troppo lentamente»
(Inge Schönthal Feltrinelli su Giangiacomo Feltrinelli)

Non sono certo il solo ad aver nel tempo notato come ambigue, ambivalenti e non sempre ortodosse siano le modalità e le motivazioni con cui la pratica giornalistica si occupa di storia. A tal proposito ho recentemente avuto modo di rilevare su «la Repubblica» un incidente di percorso solo apparentemente di scarsa importanza.

La giornalista Simonetta Fiori si occupa da molto tempo e in modo più o meno convincente dei contenuti storici del giornale ed è divenuta oramai un punto di riferimento dell’universo culturale che fa capo a «Repubblica» e all’editore Gedi. In data 20 settembre 2018, la giornalista dedica un ampio panegirico alla signora Inge Schönthal Feltrinelli, scomparsa da poco, all’età di 88 anni. Simonetta Fiori non è una autrice qualsiasi: nel 2010 ha curato l’intervista a Inge Schönthal Feltrinelli, per il documentario Inge Film, diretto da Luca Scarzella e prodotto dalla Fondazione Feltrinelli. Simonetta Fiori conosce quindi da vicino la “regina dell’editoria internazionale” e si è già dimostrata capace di restituirci vibranti spaccati di vita personale nel documentario di Scarzella.

Nell’articolo su «la Repubblica» la giornalista scrive anche della morte del compagno di una vita di Inge Schönthal Feltrinelli, Giangiacomo Feltrinelli, fulminato su un traliccio mentre compiva un attentato rivoluzionario nel marzo 1972. Simonetta Fiori dice testualmente: «Sideralmente lontana dalla follia politica del compagno, Inge non riuscirà mai a trovare un senso a questo epilogo».

Ora leggendo qualunque altro giornale, qualunque altra fonte, in particolare l’intervista rilasciata da Inge Schönthal Feltrinelli ad Aldo Cazzullo nel marzo 2017, appare evidente che la “regina dell’editoria” un senso l’aveva trovato ed era tutt’altro che «sideralmente lontana dalla follia politica del compagno», comprendendone e giustificandone le scelte almeno fino alla rottura matrimoniale:

Certo non è stato un incidente. Fu un delitto politico. Giangiacomo fu assassinato; anche se non so da chi. Era un uomo scomodo. Troppo scomodo, troppo libero, troppo ricco; troppo tutto. Era tenuto d’occhio da cinque servizi segreti, compresi il Mossad e la Cia. E ovviamente quelli italiani. Forse sono stati loro. Lui sapeva di Gladio e dei loro depositi di esplosivi. Per difendersi da Gladio fondò i Gap, reclutando ex partigiani e giovani rivoluzionari. Temeva un golpe di destra; e non era una paura immaginaria

Era questa una tesi rifiutata dagli stessi ambienti rivoluzionari e proposta a quei tempi solo da Camilla Cederna e, scherzi del destino, da Eugenio Scalfari. Ma non voglio entrare nel merito delle cause della morte, ripudiando da storico la logica complottista, anche quando di famiglia (sul problema rimando al contributo di Eros Francescangeli, Morte a Segrate. La tragica fine di Giangiacomo Feltrinelli e le sue interpretazioni; segnalo poi un articolo molto ben fatto sul «Corriere della Sera»); appare però chiaro che Simonetta Fiori, non potendo non conoscere ciò di cui parla, distorce consapevolmente una importante chiave di lettura del passato dei Feltrinelli, mostrando quanto possa divenire pericolosamente disorientante l’esercizio giornalistico quando non presta attenzione alla “verità” storica.

Inge Schönthal Feltrinelli - la Repubblica 21.09.2018

Due delle quattro pagine dedicate alla fotoreporter ed editrice scomparsa («la Repubblica», 21 settembre 2018)

Quella de «la Repubblica» è una scelta editoriale ben precisa, bissata dall’articolo ben più fastidiosamente “mondano” e francamente demoralizzante a cura di Natalia Aspesi. Ma tale scelta non era necessariamente l’unica percorribile. Goffredo Fofi per «Il Sole 24 Ore» soprassiede con eleganza alla questione delle scelte politiche di Giangiacomo Feltrinelli e scrive un coccodrillo che esalta la figura imprenditoriale dell’editrice, senza scadere in categoriche interpretazioni degli intimi sentimenti della donna. Anche Mauro Baudino per «la Stampa» dimostra notevole tatto nell’affrontare la questione del lutto che colpì la famiglia nel 1972. Una lettura più complessiva è invece presente anche sul «manifesto», da cui in effetti era lecito attendersi un’interpretazione attenta alla parabola politica della coppia.

I giornali di “destra” meritano un discorso a parte. Pur accecati dal consueto livore anticomunista, sembrano paradossalmente più onesti di Simonetta Fiori quando, come fa Stenio Solinas, ricordano il brindisi di Inge Schönthal Feltrinelli e quello di Gae Aulenti all’attentato subìto da Indro Montanelli e quando sottolineano l’inscindibilità tra la complessa vita della compagna di un rivoluzionario-“terrorista” e la figura edulcorata di “regina dell’editoria internazionale”.

La vulgata della distanza “siderale” tra Inge e Giangiacomo risale al libro del giornalista Giorgio Bocca (Il terrorismo italiano, Milano, 1978), che individuò proprio nel «troppo buon senso e troppo spessore umano» di Inge Schönthal Feltrinelli la ragione della fine del rapporto matrimoniale tra i due. Non giudico il lavoro di Bocca, ma sottolineo come negli anni successivi siano usciti fiumi di inchiostro capaci di scoprire, indagare, approfondire i processi storici che portarono alla nascita e alla conclusione della stagione della lotta armata, rendendo più complesso e articolato il tema. Solo per citare quelli più recenti ricordiamo la biografia di Aldo Grandi (Feltrinelli: la dinastia e il rivoluzionario, Milano, 2000) e i lavori di Simone Neri Serneri, di Guido Panvini (Ordine nero, guerriglia rossa: la violenza politica nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta, 1966-1975, Torino, 2009), nonché il fresco saggio di Eduardo Rey Tristán e Guillermo Gracia Santos (The Role of the Left-wing Editor on the Diffusion of the New Left Wave: The Case of Giangiacomo Feltrinelli, in Revolutionary Violence and the New Left: Transnational Perspectives, Londra, 2016).

Inge Schönthal Feltrinelli fu certamente protagonista “attiva” prima della politica editoriale rivoluzionaria tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, come fu assoluta protagonista del “riflusso” della sinistra rivoluzionaria negli anni ’80, quando accompagnò la sua casa editrice lontano dai furori guerriglieri e terzomondisti del decennio precedente e abbracciò una visione culturale più aperta, internazionale, cosmopolita, democratica, letterariamente più stimolante e redditizia, accompagnandola con una politica commerciale spregiudicata e, senza dubbio, d’avanguardia, nel senso più propriamente capitalista.

Rimase però ben lontana dalla smania che coinvolse gran parte dei “reduci”, pronti a ripulirsi, a normalizzarsi, a legittimarsi, a prendere le distanze e a condannare in blocco un intero ciclo di lotte più o meno rivoluzionarie, più o meno sincere, più o meno efficaci. Continuò a contestualizzare le scelte personali e politiche di quella generazione, a ricordarne i motivi di fondo, a recuperare il senso dell’“assalto al cielo” che, a partire dalla visione difensivista e antigolpista, porterà altri militanti a optare per l’offensiva armata contro lo stato. Non umiliò mai, in una parola, la memoria dell’ex marito, restituendone la dolcezza di carattere, la cultura, la statura morale e la disponibilità al sacrificio.

Ricordiamo che al “folle” rivoluzionario comunista è dedicata non solo la casa editrice, ma anche la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, che certamente non può essere considerata un’istituzione culturale di secondaria importanza. Ma ricordiamo anche, a scanso di ulteriori illusioni sulla «follia politica» di Giangiacomo Feltrinelli, che nel 2012, quindi non un secolo fa, la casa editrice gli rese omaggio ripubblicando i suoi scritti ideologici e politici, confezionati dal rivoluzionario nella stagione della clandestinità: Estate 1969, Contro l’imperialismo e la coalizione delle destre, Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia. Ciò non significa che la Feltrinelli si sia riscoperta radicalmente antifascista, considerando, ad esempio, i recenti inviti a Florian Philippot e Alain de Benoist a un ciclo di conferenze su cosa significhino destra e sinistra e cosa resti oggi di questi concetti. Questa ennesima operazione di sdoganamento del neofascismo, così agli antipodi rispetto ai valori e alle lotte del fondatore, è stata pubblicamente contestata, in particolare con una sentita lettera aperta di diversi studiosi del fenomeno, portando all’annullamento delle iniziative previste.

Resta quindi davvero difficile accettare l’operazione di Simonetta Fiori e de «la Repubblica». Essa svela un’altra faccia del livore ideologico che ancora inficia il dibattito storico-storiografico: quell’evidente tendenza degli ambienti liberaldemocratici progressisti a negare il senso politico di precise e anche tragiche scelte personali e a liquidare in blocco l’intera cultura rivoluzionaria extraparlamentare di “sinistra”. Questa tendenza non denuncia gli eventuali orrori e gli eventuali errori di tale cultura, come farebbe legittimamente un qualsiasi foglio conservatore; non contestualizza e non problematizza; semplicemente distrae. Non invita all’approfondimento, ma a guardare con un esplicito senso di superiorità, e in ultima analisi disprezzo, a quel patrimonio etico e ideologico che, al di là delle sensibilità politiche attuali, rimane un pilastro della storia del Novecento, straordinario e terribile.

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