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Block the box. Un’intervista a Sergio Bologna su Napoli Monitor

La rivista Napoli Monitor ha pubblicato un estratto dal numero 46 di «Zapruder», Block the box, curato da Niccolò Cuppini, Mattia Frapporti e Ferruccio Ricciardi.

Block the box. Un’intervista a Sergio Bologna dal nuovo numero di Zapruder

Niccolò Cuppini, Mattia Frapporti: Come sottolinei tu stesso in alcune interviste anche recenti, la tua formazione è quella dello storico. Storia tedesca contemporanea e storia del movimento operaio, soprattutto. La prima domanda che vorremmo farti è proprio su questo punto. Perché la storia? Che cos’è per te la storia e qual è la sua importanza per la società?

Sergio Bologna: L’interesse per la storia si è manifestato in me al secondo anno d’università, quando stavo ancora a Trieste, forse volevo rendermi conto di quanto avevo visto e vissuto da bambino, la guerra, i bombardamenti, il fascismo, i partigiani di Tito, le truppe anglo-americane, la questione di Trieste. Questo interesse divenne definitivo quando a Milano incontrai un grande maestro come Umberto Segre, che aveva subito le persecuzioni come antifascista e aveva visto decine di membri della sua famiglia scomparire nei lager nazisti. Fu lui a suggerirmi l’argomento della tesi di laurea sulle correnti all’interno della chiesa protestante che si opposero al nazismo. Così, in più di due anni di ricerche, soprattutto in Germania, imparai cos’è il mestiere dello storico. Dopo la laurea continuai sullo stesso filone e riuscii a scrivere un libro sulla Resistenza tedesca al nazismo. Il manoscritto, duecentocinquanta cartelle circa, fu consegnato all’editore, che poco dopo fallì. Da persona onesta com’era, mi pagò e mi restituì il manoscritto, che poi andò perduto. Cominciai a specializzarmi sulla storia della Germania dalla repubblica di Weimar alla seconda guerra mondiale, facevo il lettore per case editrici e tradussi qualche testo sull’argomento, collaboravo alla rivista dell’Istituto nazionale del movimento di liberazione. Anche i miei primi interventi sui Quaderni piacentini riguardano questi temi e così il saggio sui consigli operai che apparirà nel 1972 su Operai e stato ma fu scritto cinque anni prima. Su Classe operaia pubblicai invece un saggio sul Fronte popolare in Francia. Dopo l’interruzione del ’68 e dell’autunno caldo, dopo l’uscita da Potere operaio, ripresi il lavoro di storico con il saggio su Marx e la crisi bancaria del 1857, che apre la stagione di Primo maggio. Ho sempre concepito il lavoro di storico come un impegno civile, strettamente legato alla militanza; l’operaismo mi aveva consegnato un modello interpretativo. Mettendo le due cose insieme, è saltata fuori l’idea di Primo maggio, leggere la storia con gli occhi del presente.

Leggi l’intera intervista…

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