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“Gilets jaunes”: una rassegna

In aggiunta alla riflessione di Michelle Zancarini-Fournel, presentiamo una selezione di articoli e approfondimenti utili a capire cosa sta succedendo in Francia. È una sorta di “guida alla lettura”, e in coda al testo potete trovare una ulteriore serie di interventi, che ci proponiamo di aggiornare col proseguire della mobilitazione. Sentitevi liberi di segnalare contributi!

“Gilets jaunes”: una rassegna

di Gabriele Proglio

“E la prima cosa che faremo sarà uccidere tutti gli avvocati”

Shakespeare, Enrico VI, Atto Secondo

“Ce qu’on fait est petit, mais ce qu’on brise est grand”

Victor Hugo, L’année terrible,1872

Questa rassegna stampa raccoglie una selezione degli articoli più interessanti finora prodotti sui “gilets jaunes” e sul movimento francese. Talvolta, come nel caso dello scritto di Mattia Galeotti, la cronaca degli scontri permette riflessioni importanti: «un’insurrezione – scrive Galeotti – si piazza esattamente ai limiti del linguaggio, dove nuove verità, finora trattenute da vecchi ordini simbolici, debordano nel reale senza mediazioni». L’insurrezione, cioè, non è l’alternativa ma, semmai, la risposta alla mancanza di alternative; l’insurrezione non è un contenitore delle differenze, è il luogo attraversato da chi ha un nemico comune.

Per Samuel Hayat, invece, lo sguardo storico mostra le particolarità di un movimento nazionale e autonomo – adottando le categorie proposte da Charles Tilly – che rifiuta le regole del manifestare: nessun percorso definito, nessun responsabile di piazza, nessun volantino, ma una «miriade di slogan personali scritti sul retro di un gilet jaune». Tanto è bastato per mandare in fumo l’ordine fisico della città, sotto l’egida della polizia, e quello simbolico della politica. Quest’ordine vacilla e «la città è lasciata ai manifestanti» scrive Hayat, ragionando intorno ai concetti di economia morale, proposta da E.P. Thompson, e di emancipazione.

Nel Contributo alla rottura in corso, scritto dai compagni del Parti Imaginaire, le piazze francesi hanno mandato in frantumi le forme di protesta precedenti, mostrandone l’obsolescenza nelle pratiche e nei linguaggi. La mobilitazione in corso, inoltre, non ha bisogno di essere gonfiata da altri soggetti o movimenti paralleli: «già raccoglie forze eterogenee, politicamente diverse, con visioni opposte (anche se sovente sociologicamente prossime)». Il movimento si basa «sulle socialità locali, vecchie e quotidiane, sulle interconnessioni esterne ai luoghi di lavoro, nei caffè, nelle associazioni, nei club sportivi, negli edifici e nei quartieri». E, inoltre, si situa come cerniera di due periodi del capitalismo, sulla soglia di due modi governamentali: «porta in evidenza i segni del passato ma lascia anche percepire un futuro possibile di lotte e di sollevazioni».

La Plateforme d’Enquêtes Militantes, poi, aggiunge altre considerazioni interessanti. Il potere espresso dai Gilets Jaunes ha provocato una crisi profonda in seno al governo. Quando, sabato 1 dicembre, l’Eliseo ha tentato di indebolire il movimento, questo ha risposto «alzando il livello dello scontro, già alto nelle settimane precedenti». I manifestanti sono stati tantissimi e hanno dimostrato di essere pronti a fronteggiarsi con la polizia. Da un lato i gilets jaunes hanno trasformato il contesto della politica, introducendo una nuova forma di sciopero; dall’altro, è accaduto l’esatto contrario: ossia, è l’opinione pubblica ad aver attribuito loro un ruolo politico che, all’inizio della protesta, non avevano. Lo scenario a venire rimane sospeso, ma in profonda trasformazione. Se il “noi” che comprende i gilets-jaunes rimane nebuloso, «il processo di designazione del “loro” si evolve rapidamente»: quel “loro” che si incarna in Macron, sia come espressione di certe politiche, sia come espressione della classe dirigente.

Laurent Mucchielli, invece, riflette sul fatto che «la violenza non è una categoria d’analisi, né un insieme omogeneo di comportamenti». È – continua – una «categoria morale»: essa produce un effetto di «stordimento-fascinazione-repulsione» che imbriglia il pensiero. Bisogna quindi spostare lo sguardo oltre la violenza per formulare un’analisi. Le manifestazioni che hanno attraversato la Francia sono espressione di una collera maturata nel tempo, di soggetti che non hanno mai agito «in nome di qualche movimento politico né di una qualsiasi ideologia». Si tratta di «un movimento popolare, nato in seno alle classi popolari e alle piccole classi medie che compongono la maggioranza della popolazione». L’analisi, poi, approfondisce il divario tra ideologia, competizione elettorale e governance, focalizzandosi sul ruolo prettamente politico della protesta. Altre letture, come quella di Frédéric Lordon, considerano quanto accade in Francia una vera e propria sollevazione che «conquista i luoghi del potere» a Parigi e si dilata, nell’etere, con una metamorfosi narrativa della piazza da parte dei media». Maurizio Gribaldi analizza, nel suo contributo, il linguaggio e le metafore di Macron – che si iscrivono in un «modello di democrazia, detta rappresentativa, sostenuto dalle forze conservatrici e liberali sin dai tempi della Rivoluzione del 1789». Gribaudi, in un intervento ripreso da Effimera, approfondisce i perché della rivolta dei ‘gilet gialli’: contro l’ingiustizia fiscale e l’arbitrarietà dello stato. Si focalizza sul discorso presidenziale elaborato per proteggere gli interessi dei più ricchi, saccheggiando la ricchezza dei poveri. «Trump, Salvini, Orban – scrive Gribaudi – i sostenitori della Brexit, Bolsonaro… tutti questi personaggi non sono altro che tragiche marionette, che cavalcano l’onda di un fenomeno più profondo, espressione dell’esaurimento di un modello politico ed economico che ha perso tutta la sua sostanza». Félix Boggio Éwanjé-Épée legge il movimento francese come un «populismo dal basso» e attribuisce ad esso di un significato flottante. Joshua Clover, invece, vede nelle proteste l’esempio di una prossima ondata di rivolte che riguarderanno, tra le altre cose, anche le lotte ambientali.

 

Una selezione (in divenire) di articoli

Citati nel testo:

Maurizio Gribaudi, I gilet gialli «à la Macron», democrazia diretta e ideologia, «storiamestre.it», 23 novembre 2018.

Laurent Mucchielli, Deux ou trois choses dont je suis presque certain à propos des «gilets jaunes», «The conversation», 4 dicembre 2018.

Frédéric Lordon, Fin de monde?, «Le Monde Diplomatique», 5 dicembre 2018.

Samuel Hayat, Les Gilets Jaunes, l’économie morale et le pouvoir, blog dell’autore, 5 dicembre 2018.

Mattia Galeotti, Dentro l’incendio di Parigi. Una testimionianza dalla Francia squassata dai gilets jaunes, «Nero», 6 dicembre 2018.

Lundì Matin, Contribution à la rupture en cours, «Lundi Matin», 6 dicembre 2018.

Plateforme d’Enquetes Militantes, Une situation excellente?, «Plateforme d’Enquetes Militantes», 6 dicembre 2018, tradotto in italiano da «Dinamo Press».

Felix Boggio Éwanjé-Épée, The yellow vest: A floating signifier, «Verso», 7 dicembre 2018.

Joshua Clover, The roudabout riots, «Verso», 8 dicembre 2018.

Altre risorse:

Yassine Bnou Marzouk, Le comité Adama rejoint les gilets jaunes: « Ce n’est pas une alliance au prix d’un renoncement politique» , «bondyblog», 27 novembre 2018.

Edwy Plenel, La bataille de l’égalité, «Medipart.fr», 1 dicembre 2018.

Tradotti in italiano da «Effimera».

Per un buon racconto della giornata dell’otto dicembre: Paris Luttes, Acte 4 – Dispositif exceptionnel, débordement exceptionnel!, «paris-luttes infos», 9 dicembre 2018.

Annie Ernaux, Il n’y a pas de nouveau monde, ça n’existe pas, «Libération», 9 dicembre 2018.

Verso, “Paris is not an actor, but a battlefield”: Interview with Eric Hazan, «Verso», 9 dicembre 2018.

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