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Sconfinamenti

Una mostra fotografica sulle montagne in trasformazione.

di Giovanni Pietrangeli

sconfinamenti locandina

Si stanno moltiplicando i lavori di narrazione che con diversi linguaggi raccontano le molteplici dimensioni delle Alpi come “confine”. A ispirare autrici e autori di ricerche, libri, documentari ed esposizioni è certamente la collocazione dell’arco alpino a cavallo tra stati e aree linguistiche, tuttavia le riflessioni che accompagnano queste opere sono spesso più complesse e sfaccettate della sola dimensione geografica. Il recente Al confine delle Alpi curato da Fiammetta Balestracci e Pietro Causarano approfondisce molti spunti dell’omonimo convegno torinese del 2017 restituendo una visione plurale: le montagne come spartiacque politico, ambientale ed economico non solo tra paesi differenti, ma anche tra valli e versanti.

Non solo tra paesi differenti, ma anche tra valli e versanti. Più calata nel presente, e nella sovrapposizione di confine e frontiera, è la ricerca che Gabriele Proglio sta portando avanti sulla memoria delle frontiere in Europa. Questo lavoro, che può essere seguito nel suo farsi sulla pagina, lo ha portato per un lungo periodo a raccogliere testimonianze e immagini a Ventimiglia, dove le rotte delle migrazioni globali attraversano uno spicchio di territorio tra Alpi e Mediterraneo.

Il rapporto tra montagna e confine è anche all’origine del progetto di reportage ed esposizione fotografica Sconfinamenti. Percorsi di reportage in valle Gesso, organizzato dall’associazione culturale Contardo Ferrini e il supporto di istituzioni locali e museali piemontesi, tra cui il Museo nazionale della montagna (Mnm) che dal 5 aprile al 26 maggio 2019 ospita la prima mostra delle fotografie realizzate dai cinque autori protagonisti del progetto. Successivamente l’esposizione si sposterà presso le sedi del parco naturale delle Alpi marittime e, in autunno, presso le baite di Paraloup, sede della fondazione Nuto Revelli.

Sconfinamenti è il frutto di un’idea di racconto delle valli piemontesi che vuole rompere con un rappresentazione estetizzante della montagna che, attraverso le immagini “da cartolina”, espunge le criticità che le terre alte (e più in generale le aree interne) vivono tra crisi climatiche, demografiche ed economiche.

Già nel 2017 la collaborazione tra l’associazione e il Mnm aveva portato a sviluppare un contest intitolato La valle [ri]trovata, dedicato alla val Grana, una valle laterale in provincia di Cuneo, prossima, ma anche decentrata rispetto alla più nota e battuta Val Maira e per questo interessante punto di osservazione su come differenti strategie e modelli economici possano segnare il rilancio o l’abbandono di un territorio. In quell’occasione, il dialogo tra passato e presente era già all’origine del contest: i e le partecipanti si sarebbero dovuti confrontare, reinterpretandolo, con il lavoro del fotografo americano Clemens Kalischer che negli anni Sessanta attraversò e fotografò le valli canavesi e i cui scatti sono parte del patrimonio del Mnm. Con questa seconda edizione e la terza già in preparazione, che avrà come territorio di riferimento la Valle Varaita, il progetto può concretamente presentarsi come «mappatura sistematica delle valli alpine», come spiegato dal coordinatore del contest Luca Prestìa alla presentazione dell’esposizione.

Il reportage collettivo Sconfinamenti ha dunque visto la partecipazione di cinque fotografi e fotografe provenienti da tutta Italia che hanno trascorso in Valle Gesso una settimana, supportati anche da una residenza d’artista nel comune di Entracque. La scelta del confine come asse tematico su cui lavorare è stata ispirata da molteplici fattori, chiariti all’interno del catalogo edito dalla casa editrice Araba Fenice di Boves: «sarebbe riduttivo ricondurre le ragioni che spiegano questa ricerca al solo confine fisico con le valli del Mercantour francese. Nei fatti, sono molti i caratteri specifici mediante i quali si sono concretizzati la contaminazione, l’incontro, il passaggio di un limite che pareva insuperabile» (p. 7). La parola confine infatti «racchiude in sé un concetto ampio e complesso […] un confine può essere fisico o mentale, così come geopolitico o culturale» (p. 9). Al catalogo è anche allegato un documentario di Erica Liffredo che amplia la riflessione: dallo sconfinamento degli ebrei francesi in fuga verso l’Italia con la neve alla cintola, al lupo che «se ne frega dei confini» ed è venuto a popolare la Valle Gesso dall’Appennino emiliano.

Ogni partecipante ha scelto dunque soggetti e luoghi differenti della valle, per rappresentare attraverso gli scatti la propria interpretazione dei confini che attraversano il territorio. Lara Bacchiega, vincitrice del contest, si è mossa tra le case di Desertetto, «la valle sospesa», frazione di Valdieri: un luogo ormai in abbandono senza più abitanti fissi, dalle centinaia che lo popolavano appena qualche decennio fa. Le foto di Bacchiega raccontano di ciabot (abitazioni alpine) chiusi, alcuni ristrutturati e altri in rovina, di serrande abbassate e del contrasto tra un passato recentissimo di relativa vivacità turistica, testimoniato dalle persistenze di un vecchio skilift privato e dagli adesivi che ricordano che qui fino a pochi anni fa era una piccola località sciistica. Ma raccontano anche le storie di Armando ed Elisabetta che passano a Desertetto poche settimane l’anno facendo pascolare le pecore e preparando il formaggio. Raccontano anche delle cave di marmo cipollino ormai in disuso, ma fino agli anni Settanta “eccellenza” esportata da Bangkok all’Avana. Qui il confine è tra modernizzazione e abbandono, tra modelli di sviluppo che hanno portato da un effimero benessere a una radicale desertificazione: dalle cave, sulla carta ancora utilizzabili, ma rese anti-economiche per le modalità invasive di estrazione che hanno danneggiato i filoni, agli impianti di risalita che hanno chiuso lasciando sul posto le proprie evidenti tracce. Anche Alessandra Carosi si è concentrata su Desertetto e le persone che, seppur sporadicamente, vivono qui: sono ritratti di anziani che svolgono prevalentemente lavori agricoli, curano orti e appezzamenti, particolari degli interni. Tutto concorre a sottolineare il confine tra la vita urbana e quella nelle terre alte, in luoghi pressoché disabitati dove ancora qualcuno cerca alternative e memoria di sé e della propria comunità. L’umanità è invece allo stesso tempo ingombrante e assente negli scatti di Lorenzo Attardo, che raccontano l’antropizzazione delle aree più remote della Valle Gesso. Architetto paesaggista, Attardo ha fotografato dighe, strade, piloni dell’alta tensione. Una infrastrutturazione che ha ridisegnato il paesaggio a partire dalla seconda metà XIX secolo per rispondere alle esigenze della monarchia sabauda prima e del capitalismo di fondovalle poi. Qui l’interpretazione del confine, tra spazio antropizzato e wilderness, è esplicito: «una volta domato, plasmato, scalato, superato, il paesaggio continua a ospitare la commedia di un uomo in cerca di limiti da oltrepassare e diventa teatro di contese: confine da difendere o conquistare», sono le parole con cui Attardo presenta la sua sezione, intitolata Ortografie (p. 35). Curiosamente, negli scatti l’essere umano è invadente, ma assente, salvo un passante lontano, lungo la carrozzabile voluta dai Savoia per raggiungere la Reale riserva di caccia stabilita in Valle Gesso. La ragione, spiega l’autore, è tuttavia casuale, anche se forse ci dice qualcosa in più della vita nella valle: il periodo in cui si è svolto il contest, tra fine primavera e inizio estate, è tra i meno vivaci dell’anno e gli itinerari prescelti da Attardo sono periferici rispetto ai percorsi escursionistici più battuti.

«Nel mondo antico le Alpi non costituivano una barriera, quanto piuttosto una via di transito: transito di genti, di saperi e di mercanzie, tra tutte il rame e il sale» (p. 49). Con queste parole Désirée Burlando introduce la sua sezione, per i cui scatti si è spostata a 2.800 metri, al passo di Pagarì dove nel XV secolo la via Pagarina svalicava verso la Francia e dove il notabile locale Paganino dal Pozzo contava di poter controllare il transito delle merci. Le fotografie raccontano dunque di confine nel senso più letterale del termine: qui infatti sono ancora visibili le persistenze militari realizzate tra fine Ottocento e inizio Novecento. Nizza, spiega Prestìa, è a poche decine di chilometri in linea d’aria. Tuttavia, i ritratti di escursionisti che sostano al rifugio Marchesini Federici e gli scatti alle attrezzature alpinistiche, rievocano l’incontro tra lo stile di vita urbano e il suo rifiuto, i ritmi e gli orizzonti differenti che in molti cercano nelle terre alte. Come Attardo, infine, anche Ludovica Lanci nelle sue fotografie ha messo l’accento sul tema dell’antropizzazione, lo ha fatto però concentrandosi sulla principale grande opera che insiste nella valle: la diga e la centrale elettrica “Luigi Einaudi” di Entracque. Nella presentazione all’interno del catalogo, Lanci sottolinea due aspetti in particolare: il tradimento delle aspettative che la realizzazione della diga portava con sé in termini di benessere per i valligiani e di integrazione tra opera e Parco delle Alpi Marittime e la centrale, inaugurati entrambi nei primissimi anni Ottanta. La domanda su cui insiste Lanci, nel rapporto tra essere umano e ambiente montano è se, nell’attuale condizione di dissesto diffuso del territorio italiano, «sia ancora possibile immaginare un equilibrio positivo da azione dell’uomo e paesaggio» (p. 77).

Nel complesso gli scatti ben rappresentano le tante possibili interpretazioni del fuoco del contest. L’assenza di un esplicito riferimento all’aspetto della frontiera da attraversare, che facilmente ci sollecita l’attenzione quando pensiamo al confine tra Italia e Francia, è dovuto alle specifiche condizioni geografiche della Valle Gesso. A differenza dei valichi che la cronaca recente ha messo sotto i riflettori perché privilegiati dalle persone in viaggio verso l’Europa centrale e settentrionale, spesso purtroppo per le drammatiche condizioni del viaggio e per le misure di controllo imposte dalle polizie di frontiera, questa valle non è utilizzata attualmente come attraversamento, perché più impervio e rischioso di Ventimiglia o del Colle della Scala in Val di Susa, come sottolinea Prestìa nel raccontare l’esposizione. La natura di frontiera politica della Valle Gesso non è però rimossa. Viene raccontata attraverso i resti delle fortificazioni erette nel secolo scorso, fotografate da Burlando, e la troviamo all’interno del documentario nelle storie di peregrinazione transfrontaliera degli ebrei francesi perseguitati e degli stagionali italiani, anche bambini, che venivano indirizzati da soli verso la Costa azzurra, o in quelle dei migranti che si sono stanziati sul territorio lavorando nei rifugi o nei servizi ambientali della valle. Un altro elemento che va sottolineato e che ritorna insistentemente nelle immagini di Lara Bacchiega e Alessandra Carosi è come interni, edificazioni, volti della montagna piemontese non rappresentano una specificità rispetto ad altri territori di alta quota, nelle Alpi come sugli Appennini. Non è una critica: al contrario, la rappresentazione degli oggetti devozionali, degli elementi di arredo, delle rughe di chi vive e lavora all’aperto da molti decenni, l’accumularsi di oggetti davanti alle porte delle case e le soluzioni per evitare di rimanere bloccati dalle nevicate invernali, ci racconta di un territorio che è “montagna ovunque”, con le sue problematiche e i suoi nodi irrisolti. L’invecchiamento della popolazione, l’abbandono o all’opposto la turistificazione spietata e incoerente, sono costanti delle terre alte italiane. Mettendole sotto la lente, i partecipanti al contest hanno raggiunto quello che era un obiettivo dichiarato del progetto: togliere qualsiasi filtro esotico al mondo alpino.

Infine, altro obiettivo riuscito del progetto è darci elementi per una storia critica della contemporaneità che viviamo: il fallimento del turismo invernale, il consumo di suolo, l’estrazione di risorse minerarie, l’infrastrutturazione e i sogni di sviluppo fuori tempo massimo attraverso le grandi opere ci sollecitano a riflettere ancora una volta sul fallimento del modello capitalista importato all’interno di un contesto di wilderness e impongono una riflessione sulle strategie da adottare in quelli che sono ancora territori contesi.

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