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«Parliamo delle interviste»: il SIMposio su Aiso

Chiara Paris è stata una delle partecipanti del XV SIMposio di storia della conflittualità sociale. Il sito di Aiso ospita una sua interessante riflessione, a partire da uno dei temi centrali del SIMposio: l’intervista e il posizionamento dello/a storico/a.

Parliamo delle interviste, parliamo dello strumento analitico

di Chiara Paris

La XV edizione del SIMposio di storia della conflittualità sociale si è tenuta nel parco naturale dell’isola Polvese, su Lago Trasimeno, dove ha trovato un luogo ideale nella fattoria “Il Poggio”: spazi aperti, stanze in condivisione, convivialità diffusa.

Per l’occasione Storie In Movimento ha proposto un programma (scaricabile qui) non eccessivamente fitto che ha potuto dispiegarsi lungamente in quattro giornate di intenso scambio tra i partecipanti. Il SIMposio 2019 ha dato prova dello stile informale e profondamente dialogico del progetto storiografico (SIM), di cui uno dei principi fondanti è la condivisione di esperienze e prospettive, in controtendenza al tradizionale andamento individuale e solitario del lavoro storiografico.

Difficile riportare sinteticamente la varietà dei temi emersi dai dialoghi, sicuramente però un filo conduttore si può rintracciare nell’interesse per gli aspetti pratici della ricerca e della divulgazione storica; con il fine di sperimentare nuove prospettive teoriche e metodologiche è emersa anche la storia orale. Al centro di gran parte degli interventi infatti si trova il come piuttosto del che cosa: come raccontare, tradurre, ricomporre la storia in nuove narrazioni, soprattutto se nel farla si rivolge lo sguardo verso contesti e soggetti marginali, posti sul crinale di vari confini sociali, di genere, di generazione.

Uno dei primi dialoghi, Inter-vista: storia orale e dialogo tra le generazioni, è stato interamente dedicato alla storia orale. Al centro dell’incontro come pilastro della riflessione condivisa, è stata posta l’intervista in sé in quanto prodotto e strumento fondamentale della storia orale.

L’etica, la politica, la tecnica dell’intervista è un qualcosa che ci fa parlare in tanti che facciamo cose diverse, che abbiamo sensibilità diverse, antropologi, giornalisti, registi, linguisti […] In un certo senso mettiamo da parte la Storia Orale, liberiamoci degli steccati disciplinari e parliamo delle interviste, parliamo dello strumento analitico.

(Intervento di Luca Peretti. Trascrizione dell’autrice a partire dalla registrazione audio del dialogo Inter-vista: storia orale e dialogo tra le generazioni, svoltosi il 26 luglio 2019 presso la fattoria “Il Poggio”)

Ci invitava così dal pubblico Luca Peretti (storico): a partire dalle esperienze pratiche di storia orale, puntuali e diverse, che ciascuno di noi chiamato a dialogare in quell’occasione, poteva mettere in campo. A riascoltare il file audio registrato durante il dialogo si sente una forte intensità di coinvolgimento e riflessione su quanto portato da condividere. Ho l’impressione che il dialogo sia stato per tutti un’importante occasione di confronto; d’altronde non è scontato, alle prime esperienze di ricerca, poter parlare nel dettaglio dei propri tentativi, in un contesto informale, potendone svelare gli inciampi e soffermarsi sui problemi piuttosto che imbellettarle in una performance ben studiata.

Al centro quindi l’inter-vista, intesa come momento di incontro e scambio attivo tra soggettività a confronto. A partire dalle nostre specifiche e singolari esperienze si è riflettuto sulle criticità che derivano dal posizionamento che di volta in volta abbiamo scelto di assumere rispetto all’interlocutore e alla sua storia. Abbiamo provato ad esprimere cosa significhi diventare depositario di una narrazione unica, esistenzialmente rilevante per qualcun altro e come gestiamo la prossimità con la sua storia. Guardata da questa prospettiva l’intervista diventa immediatamente anche ostacolo, ciò su cui si inciampa perché è delicato da rielaborare e da restituire. Questo soprattutto quando ci si spinge vicino la soglia del rischioso perché sul piano del dialogo si mettono in campo delle esperienze traumatiche, scandalose, violente o compromettenti, e rispetto alle quali non siamo equipaggiati.

L’intervista può essere vissuta più esplicitamente come un rapporto di potere, in cui ci si sente un po’ “bracconieri” e si ha la sensazione di prendere illecitamente per i propri fini senza che l’altro possa riceverne niente indietro, nemmeno una chiara consapevolezza di ciò a cui serviranno quelle narrazioni. Che legittimità hai tu di aprire quella porta? E come comportarsi quando questo avvicinamento in una zona di non comfort coincide con la sensazione di stare raccogliendo una storia succulenta che potrebbe tradursi in un buon capitolo da scrivere? Quanto facciamo leggere agli interlocutori di ciò che scriviamo a partire dalle loro narrazioni? Domande di questo tipo conducono al tema dell’autorialità e le criticità che questo solleva: assumere la coesistenza di almeno due autori – intervistatore e intervistato – e sulla base di questo prevedere un coinvolgimento consapevole dell’altro anche nella fase di restituzione.

Si è parlato anche dell’Intervista come momento privilegiato di raccolta di informazioni, come luogo principe dell’esplorazione e della raccolta di materiale per la ricerca. Al momento dell’incontro succede che si ottengano delle informazioni fattuali impreviste che illuminano la nostra prospettiva sugli eventi in maniera inaspettata. La contrastano, la suffragano, l’arricchiscono, e spesso anche grazie all’apporto di altri documenti personali a cui accediamo esclusivamente attraverso la relazione con l’intervistato, entrando nei contesti specifici, nelle case. Esserci, presentarsi, ragionare insieme, fa sì che l’intervista si arricchisca di contesto, di dettagli fondamentali che ci permettono di allargare il campo visuale, di trovare lo scarto tra le narrazioni individuali e quelle pubbliche/pubblicistiche, necessariamente più sintetiche e quindi limitate ed escludenti.

Significativamente da parte di tutti gli interventi è stato riconosciuto un valore esistenziale a questo metodo di lavoro. L’intervista può essere vissuta come un momento di riflessione per noi stessi e un modo per interrogarci sul perché ci interessi fare ricerca proprio su alcuni temi e cosa ci muova a farlo in dialogo con i testimoni che scegliamo. Non si può prescindere dalla nostra presenza di filtro e si può mettere a valore l’impatto profondamente sociale del raccogliere testimonianze, nella misura in cui apre canali di comunicazione tra le generazioni e veicola la trasmissione di esperienza storica. L’intervista è un luogo unico in cui passato presente e futuro si incrociano dischiudendo una temporalità stratificata che evoca il passato nel momento presente dell’intervista e ha delle pretese di parlare al futuro, di lasciare traccia.

L’impressione che ho avuto stando sull’isola Polvese per tutta la durata del SIMposio è che ci fosse una diffusa attenzione per le potenzialità che l’incontro con l’altro, il testimone/informatore, introduce nel fare ricerca storica. Non è bastato sedersi attorno a tavolo di discussione sulla storia orale, nello spazio di dialogo definito per farlo, per esaurire l’interesse per l’inter-vista. Abbiamo continuato a parlarne densamente nei dialoghi più o meno formalizzati.

In questa direzione altri spunti sono venuti dalla discussione Storie per (ri)fare la storia. Le “conoscenze soggiogate” nella narrazione storica. In questo caso si discuteva della possibilità di definire epistemologie alternative a partire da storie individuali marginalizzate e quindi soggiogate, innestandole ai processi di produzione del sapere propri della storiografia dominante, pubblicamente più accreditata. Il focus era ben definito: che potenzialità ha un approccio tendente a includere la pluralità delle storie in una narrazione univoca e egemonica? I relatori del dialogo in questione portavano esperienze di ricerca molto varie: nell’archivio di un ospedale psichiatrico, con emigranti dalle ex colonie italiane, con militanti del movimento bolognese LGBTQ; di nuovo un insieme disomogeneo di contesti e temi d’indagine tra i quali un filo di connessione stava nell’aver fatto ricorso alla storia orale. Anche in questo caso emergevano problemi legati al posizionamento del ricercatore rispetto all’oggetto della ricerca e ai soggetti coinvolti nel processo, e si tornava a riflettere sul valore esistenziale delle ricerche che ci scegliamo: perché e per chi si sceglie di fare uno specifico tipo di storia e cosa accade quando tu stesso ricercatore appartieni alla categoria sociale che studi. Goffredo Polizzi dell’archivio transfemminista queer CRAAAZI, ha riflettuto nel suo intervento sul movimento LGBTQ bolognese e sull’importanza che ha la presa di parola diretta dei “soggetti marginalizzati” sulle loro vite ed esperienze:

La storia della marginalità la devono fare le marginalità stesse, dobbiamo essere noi stessi a parlare della nostra storia […] Se non lo fai tu qualcun altro parlerà per conto tuo […] È importante che i movimenti autonomi LGBTQ adottino pratiche di auto-archiviazione e sedimentazione.

(Intervento di Goffredo Polizzi. Trascrizione dell’autrice a partire dalla registrazione audio del dialogo Le storie per (ri)fare la storia. Le “conoscenze soggiogate” nella narrazione storica, svoltosi il 26 luglio 2019 presso la fattoria “Il Poggio”)

Vivere direttamente la medesima condizione di minoranza sperimentata dal gruppo che è oggetto della ricerca può tradursi in un’apertura a delle pratiche di ricerca più orizzontali e meno dicotomiche.

Anche il dialogo dedicato all’Onda, L’Onda: come raccontarla?, l’ultimo grande movimento studentesco di protesta, si incardinava attorno al tema della responsabilità testimoniale. Al centro del dibattito è stata posta la possibilità di avviare una narrazione collettiva sul movimento dell’Onda nonostante la parzialità dei lasciti documentari già conservati. Se è il momento di aprire un dibattito storiografico su ciò che abbia rappresentato la stagione dei nuovi movimenti, contro la dispersione dei dati e il pericolo di una rimozione profonda, non si può prescindere dall’esperienza di coloro che l’hanno vissuta, tra i quali, gran parte dei partecipanti al SIMposio. Ho trovato significativo il fatto che molti dei presenti avessero la possibilità di assumere, nel dialogo, un doppio posizionamento, di studiosi e testimoni allo stesso tempo: per noi che da storici (soprattutto se giovani) siamo abituati a osservare e analizzare il reale (più o meno passato) da una distanza “di sicurezza”, in questo caso vi eravamo rispinti dentro in quanto attori testimoni con la responsabilità di essere anche potenziali osservatori e conservatori del materiale archivistico.

L’ultimo incontro ha aggiunto ulteriori suggestioni, tecniche e metodologiche, che toccano trasversalmente più campi disciplinari. Questo appuntamento è stato infatti dedicato agli altri possibili linguaggi e strumenti per raccontare storie di margini e conflittualità: film documentario, romanzo, musica e fumetto.

In tutti gli interventi tornava il problema di come articolare il rapporto tra vero, falso e verosimile in seno a prodotti culturali d’altro tipo, più plastici e meno rigidi della forma di un saggio storico, ma comunque destinati a dare corpo a una rappresentazione critica e antagonista, e quindi impastati di realtà. Si è affrontato il problema dell’eccessiva possibilità di manipolazione del materiale grezzo – la registrazione – attraverso l’uso degli strumenti digitali di cui disponiamo, nell’ottica di rispettare l’integrità della fonte e la fiducia di chi ci affida il suo punto di vista sugli eventi. In questo senso, è stata riconosciuta una rilevanza particolare all’attitudine all’ascolto in quanto via di accesso principale ai contesti di studio e di ispirazione: mettersi nella disposizione di ascoltare permette la raccolta di quelle informazioni, input e aneddoti di cui risulta poi imbevuto il prodotto finale, di qualunque tipo esso sia, a prescindere dal grado di rielaborazione narrativa.

Si sottolineava di nuovo l’importanza dell’entrare in relazione con le storie degli altri, il che si riallaccia alla condizione inevitabile perché si faccia storia orale: l’incontro di – almeno due – soggettività in dialogo, di cui una protagonista è quella dello storico che esplicitamente «si inscrive nella narrazione» (Portelli 2007, p. 20). Le parole di Claudio Casale, il documentarista invitato a dialogare, sono d’esempio:

Spesso l’emozione più facile è quella che hai provato tu e allora costruisci là attorno. Raccontare la vita di una persona che significa? Dal punto di vista della narrazione se vuoi raccontare la vita di un altro hai tantissime carte a disposizione, alcune toccano la tua sensibilità e sono quelle che scegli, quello che ti emoziona sono le cose che hai dentro e che senti il bisogno di raccontare, hai bisogno di espiarlo in qualche modo.

(Intervento di Claudio Casale. Trascrizione dell’autrice a partire dalla registrazione audio del dialogo Raccontare il conflitto. Altre narrazioni, altri linguaggi, svoltosi il 28 luglio 2019 presso la fattoria “Il Poggio”)

Probabilmente l’interesse diffuso per l’inter-vista, così presente nei giorni del SIMposio, trova una spiegazione proprio in questo passaggio paradigmatico compiuto dalla storia orale, un punto in cui si scopre la sua radice militante. Militanza intesa come presenza dichiarata dello storico, riconoscimento responsabile di una linea di confine tra me e l’altro, tra ciò che viene detto nel corso di un’intervista e come scegliamo di rappresentarlo, selezionando e scrivendo, in una delicata negoziazione dei significati.

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