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Comandare obbedendo

In coincidenza con la chiusura della call per il numero 53 di «Zapruder», dedicata al tema della democrazia e della sua crisi e dell’uscita del numero 49 su territori e autogoverno abbiamo chiesto a Jérôme Baschet di pubblicare la traduzione di un estratto del suo articolo L’autonomie ou l’art de s’organiser sans l’État. A propos de l’expérience zapatiste, tratto da Misère de la politique. L’autonomie contre l’illusion électorale (Paris, Divergences, 2017, p. 121-165) e dedicato alle pratiche organizzative e alle realizzazioni concrete del comandare obbedendo zapatista. Baschet è uno storico del medioevo che si è occupato di iconografia e rappresentazioni dell’inferno; dal 1997 ha vissuto e lavorato in Messico, partecipando anche alle attività dell’Universidad de la Tierra. Fra i lavori tradotti in italiano, nel 2003 è apparso per Elèuthera La scintilla zapatista. Insurrezione indigena e resistenza planetaria.

Brevi osservazioni sull’autonomia zapatista

di Jérôme Baschet

L’esperienza zapatista, inaugurata più di un quarto di secolo fa, costituisce un esempio particolarmente stimolante di costruzione di un’organizzazione collettiva attenta a sottrarsi contemporaneamente all’imposizione delle regole della mercificazione capitalista e alle logiche della politica statale. Quello che gli zapatisti sono riusciti a far nascere nei territori ribelli del Chiapas può essere considerato uno degli spazi liberati più significativi – per estensione geografica, longevità e radicalità – esistenti oggi a livello mondiale. A partire da una breve descrizione dell’organizzazione dell’autogoverno zapatista tenterò di trarre qualche insegnamento su quel che può essere una politica dell’autonomia.

Istanze di autogoverno

L’organizzazione politica messa in atto nei territori ribelli del Chiapas si sviluppa su tre livelli: comunità (il villaggio); comune (equiparabile, per estensione, a una circoscrizione) e zona (che equivale più o meno all’area di una provincia e permette di coordinare diversi comuni)1. A ogni livello esistono delle assemblee e delle autorità elette con mandati di due o tre anni (agente municipal per la comunità, consiglio municipale autonomo, giunta del buon governo per la zona). Scopo di questa organizzazione è quello di articolare il ruolo delle assemblee – che è molto importante, nonostante non si possa affermare che ogni decisione viene presa orizzontalmente – con quello delle autorità elette; in questo modo il ruolo delle assemblee è quello di «comandare obbedendo» (mandar obedeciendo). Quali sono concretamente le modalità di esercizio degli incarichi di governo che consentono di fare del principio secondo il quale «il popolo decide e il governo obbedisce» – come si legge sui cartelli, piccoli ma eloquenti, posti all’ingresso dei territori zapatisti – una realtà effettiva?

Un primo elemento emerge dalla concezione stessa delle cariche, pensate come delle «funzioni» (cargos) svolte senza alcun tipo di remunerazione o di vantaggio materiale in cambio. In pratica, nessuno si auto-propone per tali incarichi; sono le comunità stesse a sollecitare quanti sono considerati all’altezza di esercitarle fra i loro membri. Le cariche vengono assunte sulla base dell’etica, effettivamente sentita, del servizio offerto alla collettività2: è quanto affermano i sette principi de mandar obedeciendo (fra i quali «servire e non servirsi», «proporre e non imporre», «convincere e non vincere»). Bisogna aggiungere che tutte le cariche si esercitano in forma collegiale, senza particolari specializzazioni all’interno dei diversi organi, e sotto il costante controllo da una parte di una commissione che ha il compito di verificare i conti dei vari consigli, e dall’altra della popolazione, dal momento che i mandati, non rinnovabili, sono revocabili in ogni momento «se le autorità non fanno bene il proprio lavoro».

CompArte, Cideci, 2017. Via: Centro medios libres

Gli uomini e le donne che ricoprono una carica sono dunque espressione delle comunità stesse, di cui continuano ad essere dei membri ordinari. Non rivendicano di essere stati eletti ed elette in base a loro particolari competenze o a qualche eccezionale dote personale. Se esiste un elemento che caratterizza l’autonomia zapatista è proprio la realizzazione di una de-specializzazione delle cariche politiche. A proposito dei membri delle giunte del buon governo, gli zapatisti hanno affermato: «non sono esperti di niente, men che meno di politica»3. Questa non-specializzazione comporta l’accettazione del fatto che l’esercizio del governo venga svolto a partire da una posizione di non-sapere. I membri dei consigli autonomi insistono su questo iniziale sentimento di essere sprovveduti rispetto al compito a cui sono chiamati («nessuno è esperto di politica, dobbiamo imparare tutto»). Allo stesso tempo sottolineano che è proprio dal momento in cui si accetta di non sapere che si può davvero essere una «buona autorità» che si impegna ad ascoltare e a imparare da tutti, che sa riconoscere i propri errori e permette che la comunità la guidi nell’elaborazione delle proprie decisioni4. Nell’esperienza zapatista, il fatto di affidare le funzioni di governo a persone che non hanno una speciale competenza per esercitarle rappresenta la base concreta su cui far crescere il principio del mandar obedeciendo e al contempo costituisce una solida difesa contro il rischio di separazione fra governanti e governati.
Il modo in cui le decisioni vengono prese ha inoltre una grande importanza. Restando al livello più ampio, la giunta del buon governo sottopone le principali decisioni da prendere alle assemblee di zona; quando si tratta di progetti importanti, o quando non emerge un chiaro consenso, i rappresentanti delle comunità della zona avviano una consultazione nei rispettivi villaggi e riportano all’assemblea successiva le posizioni emerse, favorevoli o contrarie, oppure presentano degli emendamenti. Questi saranno discussi in assemblea e daranno eventualmente origine a una nuova proposta, che a sua volta sarà sottoposta all’approvazione delle comunità. Talvolta sono necessari diversi passaggi – tra giunta, assemblea di zona e villaggi – prima che una proposta possa considerarsi adottata. La procedura può risultare pesante, ma ciò non toglie che sia necessaria: «un progetto che non viene analizzato e discusso dalle comunità è destinato a fallire. Come è già successo. Ora tutti i progetti vengono discussi»5.

Un caracol zapatista, autore sconosciuto. Via: Flickr

Le giunte di buon governo sono sempre aperte alle richieste di zapatisti e non-zapatisti e ricevono i visitatori che voglio conoscere meglio quest’esperienza. Si impegnano per permettere la convivenza di zapatisti e non-zapatisti e affrontano le situazioni di conflitto provocate dalle autorità ufficiali, in un contesto segnato da continue azioni anti-insurrezionali. Inoltre, le autorità autonome tengono i propri registri anagraficie amministrano la giustizia al livello della comunità, del consiglio municipale e della giunta di buon governo. Non una giustizia che emette sentenze e condanna sulla base di un’astratta Legge dello stato, ma una giustizia di mediazione che cerca un accordo a partire dalle situazioni concrete e, nei limiti del possibile, lavora per una riconciliazione tra le parti, servendosi di strumenti come i lavori socialmente utili o forme di risarcimento per le vittime o le loro famiglie (è invece escluso il ricorso al carcere, che è oggetto di una critica radicale). La giustizia autonoma zapatista abbatte così l’idea del diritto come settore iper-formalizzato e altamente specialistico, mostrando che la soluzione dei conflitti e la riparazione delle infrazioni alle regole collettive possono essere guidati da persone prive di una formazione specifica, e ciò con risultati piuttosto soddisfacenti, se si considera che la giustizia autonoma è ampiamente sollecitata anche dai non-zapatisti, che ne apprezzano l’assenza di corruzione, la gratuità e la conoscenza delle realtà indigene, in netto contrasto con la giustizia costituzionale messicana6.

I diversi progetti che danno forma all’autonomia (sanità, educazione, produzione) si sviluppano secondo le proprie logiche e sotto la guida degli organi collettivi interessati. Le giunte municipali e del buon governo vigilano sul loro funzionamento e cercano gli aggiustamenti e i miglioramenti che sono sempre necessari: hanno il compito, in collaborazione con le assemblee, di elaborare e di proporre nuovi progetti che contribuiscano a superare le difficoltà della vita collettiva, a incoraggiare l’equa partecipazione delle donne e porre rimedio concretamente a ciò che può ostacolarla, a difendere il territorio e salvaguardare l’ambiente, e anche ad ampliare le capacità produttive interne. Voglio ora soffermarmi in particolare sul fatto che gli zapatisti hanno creato – a partire dal nulla, in condizioni materiali molto precarie e al di fuori delle strutture statali – un sistema sanitario e educativo proprio. Il primo, che combina medicina occidentale e saperi tradizionali, include ospedali di zona e piccoli ambulatori municipali, oltre alla presenza di operatori sanitari all’interno delle comunità. L’educazione è al centro di una vasta partecipazione collettiva, forse la più consistente fra quelle sorte con l’autonomia7. Sono state costruite scuole primarie e secondarie di cui si cura la manutenzione; si sono elaborati gli indirizzi pedagogici e i programmi didattici e si sono formati i giovani insegnanti. Dentro queste scuole il senso dell’apprendimento è chiaro per tutti, perché l’educazione è radicata nell’esperienza concreta delle comunità: nell’interesse comune per la lotta verso la trasformazione sociale, che riempie di contenuto il «noi» della dignità indigena e il «noi» dell’umanità ribelle.

Orizzontalismo/ruolo delle autorità

Una politica non statale non deve necessariamente finire per rinchiudersi in un miope «localismo», oppure nell’ideale di un orizzontalismo beato. L’autonomia zapatista, pur rivendicando il suo stretto legame con il territorio e il suo radicamento negli spazi concreti della vita collettiva, si articola su tre distinte scale spaziali. E non si può escludere che l’esperienza possa proseguire attraverso l’invenzione di nuove forme di coordinamento su scale ancora più ampie, senza per questo mettere in discussione la priorità degli spazi di vita più ravvicinati8. A seconda della scala, i metodi d’organizzazione adottati variano sensibilmente: cambiano le forme della delega che devono rispondere, ad ogni livello, a specifiche difficoltà.

Seminario Cideci, 2015. Via: Seminarios Cideci

Una lettura puramente «orizzontalista» dell’autonomia zapatista, che affermi l’esistenza di un primato assoluto delle assemblee e di un’identica partecipazione alle decisioni da parte di tutti, mi sembra da rifiutare9. È senza dubbio vero che il mandar obedeciendo si discosta radicalmente dalla relazione di potere-su che caratterizza la logica degli apparati statali, come meccanismo di spossessamento della capacità di decisione collettiva che ne favorisce la concentrazione a beneficio dell’apparato burocratico e dei «professionisti» della politica. E se il rapporto governo/popolo è in questo caso esplicitamente enunciato in termini di comando/obbedienza, l’accostamento paradossale delle due relazioni inverse ne sovverte radicalmente il senso: il governo non può dirigere se non nella misura in cui obbedisce alla volontà espressa dalle comunità. D’altra parte, le spiegazioni offerte nel corso dell’Escuelita Zapatista invitano a una lettura più complessa: «ci sono momenti in cui il popolo dirige (manda) e il governo obbedisce; ci sono momenti in cui il popolo obbedisce e il governo dirige (manda10. Questo non separa completamente le due relazioni inverse, ma le rende in parte autonome, distinguendo momenti diversi, così che la relazione funziona in entrambi i sensi: il governo obbedisce, perché deve consultare il popolo e fare ciò che questo gli chiede; il governo comanda, perché deve applicare e far rispettare ciò che il popolo ha deciso al termine del processo collettivo, oppure in caso di emergenza – in un contesto di tensione e conflitto con lo stato messicano e i gruppi paramilitare da lui aizzati – quando delle decisioni vengono prese senza passare per le consultazioni.

Seminario Cideci, 2015. Via: Seminarios Cideci

Alle autorità inoltre è riconosciuto un ruolo particolare: un dovere di vigilanza, di stimolo e di iniziativa. Secondo il maestro Jacobo,«l’autorità precede, orienta e stimola; ma non decide e non impone; è il popolo che decide»11. Anche se le giunte municipali e del buon governo possono applicare solo le decisioni discusse e approvate dalle assemblee, non si può comunque ignorare o sottovalutare il ruolo speciale che le autorità hanno nella loro elaborazione. E si può ragionevolmente supporre che questo ruolo non si limiti al primo momento in cui un’iniziativa viene proposta, ma che invece un certo grado di asimmetria si mantenga lungo tutto il processo, fra coloro che si impegnano per l’avanzamento del progetto che loro stessi hanno proposto e coloro che, pur avendo la facoltà di discuterlo e di rifiutarlo, non hanno però esattamente la stessa consapevolezza e influenza in merito. Bisogna pensare il ruolo particolare di coloro a cui la collettività ha assegnato temporaneamente il compito di «essere autorità» – un’autorità senza autoritarismo, che non deve implicare ordini e imposizioni, ma un ruolo di cardine e di stimolo che allarghi le possibilità dell’azione collettiva. Quindi non si tratta né di un vero potere-su esercitato da una parte della collettività sugli altri, né di una orizzontalità perfetta, che rischierebbe di dissolversi per la mancanza di iniziative o della capacità di metterle in pratica.12 L’osservazione dell’esperienza zapatista, per come si è sviluppata fino ad oggi, permette di riconoscere l’articolazione di due principi: da una parte la facoltà di decisione risiede essenzialmente nelle assemblee, ai diversi livelli; dall’altra a coloro che assumono un incarico di governo, temporaneo e revocabile, viene riconosciuta una speciale capacità di iniziativa e di stimolo, una forma di mediazione fra la collettività e la sua capacità di autogoverno, e ciò espone al doppio rischio, di eccesso o di difetto nell’esercizio di questo ruolo.

Una forma di delega non dissociativa

L’analisi dell’autonomia zapatista consente di superare la semplice opposizione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta e di comprendere l’articolazione tra il ruolo delle autorità, quello delle assemblee composte da delegati (al livello municipale e di zona), e quello delle assemblee comunitarie. Le diverse forme che assume il sistema della delega, per quanto riguarda le autorità e le assemblee sopra-comunitarie sono in questo senso centrali. A tale proposito propongo di partire dalla distinzione tra forme di delega strutturalmente dissociative e quelle che possiamo chiamare ristrette o non dissociative (o, quanto meno, il meno dissociative possibile). Articolandosi con altri elementi della struttura sociale, le prime hanno la caratteristica di produrre una separazione-espropriazione a favore dei governanti-dominanti: le forme classiche della rappresentanza consistono di fatto nell’organizzazione metodica (e oggi sempre più flagrante) dell’assenza dei rappresentati. Le seconde vogliono invece ridurre il più possibile la dissociazione tra governanti e governati.

Seminario Cideci, 2015. Via: Seminarios Cideci

Bisogna però individuare le caratteristiche che concretamente distinguono le une dalle altre. L’esperienza zapatista permette di isolare alcuni elementi: mandati brevi, non rinnovabili e revocabili in qualsiasi momento; assenza di personalizzazione e esercizio collegiale delle cariche; controllo da parte di altri organi; concentrazione limitata della facoltà di elaborare le decisioni, che vengono largamente condivise con le assemblee; etica del collettivo e capacità di ascolto. Ma va anche sottolineata la de-specializzazione effettiva degli incarichi politici che, invece di essere appannaggiodi un gruppo specifico (la classe politica, o una classe sociale, o delle personalità che godono di un particolare prestigio, etc.) devono circolare più largamente possibile: «tutti dobbiamo, quando arriva il nostro turno, essere governo»13. Come ho già detto, questo presuppone innanzitutto che si rinunci al legame tra la scelta dei delegati e la valutazione di una qualsiasi «competenza» individuale: accettare che le autorità elette non ne sappiano più degli altri in merito alla cosa pubblica è la condizione necessaria – ma quanto è difficile! – per una piena de-specializzazione della politica. C’è poi un’altra condizione, non meno necessaria: bisogna impedire che lo stile di vita di quanti esercitano temporaneamente una funzione di governo si allontani da quello di tutti gli altri. Proprio per questa ragione i membri delle giunte del buon governo (situate nei i caracoles, dei centri talvolta molto lontani dai villaggi) svolgono le proprie funzioni a rotazione, facendo turni da 10/15 giorni, così da non interrompere troppo a lungo la loro attività abituale e da poter continuare a occuparsi delle famiglie e della terra. Questa viene considerata una condizione imprescindibile per garantire la non-specializzazione delle cariche politiche e per evitare che riemerga la separazione tra l’universo comune e lo stile di vita di quanti, anche se in modo circoscritto e per un tempo breve, assumono un ruolo particolare nell’organizzazione della vita collettiva.

Senza dubbio il rischio che la dissociazione tra governanti e governati finisca per riprodursi è sempre presente. È vero anche che una politica dell’autonomia può essere valutata solo in base ai meccanismi pratici che sa continuamente inventare per allontanare questo rischio e alimentare la dinamica di circolazione delle funzioni di autorità. Non si può negare inoltre che la linea di demarcazione tra le forme di delega dissociative e non resti sempre labile, ma ciò non toglie che si tratti di una distinzione pertinente e che anzi sia il cuore della differenza tra una politica statale – fondata sull’organizzazione sistematica di uno spossessamento della collettività e su un’autorità che consiste nel potere-su – e una politica non statale, che tende a rifiutare la dissociazione tra governanti e governati e lotta senza tregua contro la sua riproduzione, in modo che l’esercizio dell’autorità possa essenzialmente rimanere una manifestazione della potenza collettiva.

Aquì manda el pueblo y el gobierno obedece. Autore sconosciuto.

Autogoverno popolare vs. separazione statale

«Hanno paura che scopriamo che possiamo governarci da soli»: questa lezione, formulata durante l’Escuelita dalla maestra Eloisa14, riassume l’esperienza e il senso stesso dell’autonomia. Afferma infatti un principio fondamentale: noi, persone qualsiasi, siamo capaci di governarci da soli. Per tutti i sedicenti professionisti della politica comporta la spiacevole scoperta della propria inutilità. A un livello più profondo, quello che fa la maestra Eloisa è abbattere il fondamento teorico dello stato moderno. Sul frontespizio del Leviatano di Hobbes città e campagne sono svuotate dei loro abitanti, mentre la folla dei sudditi è inglobata nel gigantesco corpo del sovrano che domina il territorio: l’immagine ci dice che il popolo esiste solo nel momento in cui si spoglia della propria sovranità per trasferirla a colui che incarna lo stato15. Nell’analisi di Giorgio Agamben: «il popolo è, cioè, l’assolutamente presente che, in quanto tale, non può mai essere presente e può, pertanto, solo essere rappresentato. Se, dal termine greco per popolo, dèmos, chiamiamo “ademia” l’assenza di un popolo, allora lo Stato hobbesiano, come ogni stato, vive in condizione di perenne ademia».

Nelle forme successive dello stato moderno, l’assenza del popolo assume delle modalità in parte differenti, ma non per questo meno potenti. Così, per Hegel, è proprio del popolo non essere in condizione di governarsi da solo: essendo «la parte che non sa quel che vuole» deve, in ragione della propria ignoranza, rimettersi a dei «funzionari superiori» che sono gli unici capaci di agire per l’interesse generale16. Oggi, malgrado i princìpi dichiaratidella democrazia formale, è evidente che il potere degli esperti continua ad ampliarsi. In questo quadro, i meccanismi della democrazia formale che garantiscono la scelta dei governanti e dei rappresentanti servono a legittimare uno svuotamento della potenza collettiva a cui una spennellata di democrazia rappresentativa non apporta alcun cambiamento essenziale. Se ne deduce che l’ademia è consustanziale allo stato (sia pure uno stato democratico, nel senso eminentemente circoscritto alla designazione per via elettiva dei governanti e dei rappresentanti). E si può dunque caratterizzare lo stato come l’apparato che espropria la potenza collettiva – denominata “sovranità” e collocata teoricamente nel popolo solo per meglio garantire che questo ne venga praticamente spossessato. Lo stato è dunque questa macchina di consolidamento della separazione tra governanti e governati, di produzione dell’assenza del popolo allo scopo di accrescerne la sottomissione a delle norme di vita eteronome.

L’autonomia costituisce l’esatto opposto della politica stato-centrica. Questa ha per fondamento la capacità di tutti e tutte di autogovernarsi; parte dall’arte di «fare da sé» e da una dignità condivisa che rigetta tutti i dubbi e le accuse di incompetenza e ignoranza utilizzati per giustificare lo spossessamento e rifiuto. È l’espressione della capacità collettiva di autorganizzarsi secondo forme di vita sentite come proprie. È lotta permanente per impedire che quanti occupano temporaneamente degli incarichi di governo si dissocino dall’universo di vita condiviso. In questo senso l’autonomia è una politica non statale; ed è per questo che possiamo considerare le giunte del buon governo dei territori autonomi zapatisti come delle forme di governo non statali.

(Traduzione dal francese di Francesca Capece)

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