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Il nero, il mulatto, il sinto… e lo storico. In ricordo di Mauro Valeri

Il 13 novembre ci ha lasciato Mauro Valeri, storico e attivista dell’antirazzismo in Italia, autore di diversi libri sulle discriminazioni nello sport.

Autore dello Zoom “Il pugile, il nero, il sinto” sul numero 48 di «Zapruder», “Tifo. Conflitti identità trasformazioni”, avremmo voluto dialogare con lui ancora, per poterci scambiare impressioni sul suo articolo e su un tema tanto attuale come il razzismo nel mondo dello sport.
Vogliamo ricordarlo proprio pubblicando il suo contributo, ringraziandolo ancora una volta per averci dedicato il suo tempo e regalato le meravigliose immagini di Leone Jacovacci.

Il nero, il mulatto, il sinto. Pubblico e questioni razziali nel pugilato degli anni venti


Non si perdona la vittoria agli uomini destinati alle sconfitte
(Orio Vergani,
Io, povero negro, 1929)

C’è stato un periodo, che è durato almeno fino agli anni settanta del Novecento, in cui il pugilato è stato non soltanto uno degli sport più popolari, ma anche la disciplina in cui molti incontri erano considerati, specie negli anni in cui circolavano le “teorie della razza”1, come una sfida di “tipo razziale”2. Una delle cause era l’accessibilità della boxe anche ai gruppi sociali in genere più emarginati, dato che i costi per praticarla erano molto contenuti. La storia del pugilato è ricca di episodi in cui questa sfida si è risolta con un ribaltamento delle “gerarchie razziali” che ha momentaneamente incrinato la visione delle relazioni umane, obbligando la “razza dominante” a tentare una rapida riparazione, ricorrendo a sotterfugi o a vere e proprie discriminazioni, come provare ad annullare il verdetto, far diventare quella vittoria inaspettata un semplice incidente di percorso del vero campione, minacciare il vincitore o far cadere nell’oblio quella vittoria e chi aveva osato ottenerla.

Spesso, un contendente poteva contare sul sostegno della comunità di appartenenza che interpretava la vittoria del proprio rappresentante come un ulteriore motivo di orgoglio “razziale”. Tuttavia, a volte ha invece prevalso un tifo di tipo particolare in cui il pubblico, pur appartenente alla “razza superiore”, ha preso le difese del pugile della “razza inferiore”, in nome di una correttezza sportiva che andava ben al di là delle “teorie razziali”. Nelle pagine seguenti, ricostruiremo le vicende di tre incontri, disputati tra l’inizio degli anni venti e l’inizio degli anni trenta di cui sono protagonisti pugili che, anche grazie a un intervento del pubblico, riescono momentaneamente a ribaltare i pronostici che li volevano perdenti per via della loro appartenenza razziale. Sono incontri che avvengono in contesti differenti, anche dal punto di vista del radicamento delle “teorie della razza”: la Francia dei primi anni venti che, nonostante la diffusione di teorie razziste e una politica basata sull’assimilazione, è il paese europeo con la comunità nera più numerosa e organizzata; l’Italia della metà dello stesso decennio, con un fascismo che diviene sempre più una dittatura, ma dove il colore della pelle è un tema che interessa soprattutto la realtà coloniale mentre è secondario in madrepatria, forse anche per una presenza limitata di neri3; la Germania dell’inizio degli anni trenta, con il nazismo ormai al potere, che, in nome delle teorie razziste, inizia ad applicare norme contro ebrei, neri, rom e sinti, che rappresentano minoranze significative (Mosse 1992).

Foto di posa di Leone Jacovacci, Archivio Mauro Valeri

Il primo incontro ha luogo il 24 settembre 1922 sul ring dello stadio Buffalo di Montrouge, nella periferia meridionale di Parigi, e ha come protagonisti due francesi che si sfidano per i titoli nazionale, europeo e mondiale dei pesi mediomassimi. Insomma, un vero evento. Da una parte c’è il ventottenne Georges Carpentier, detentore dei titoli e idolo di molti francesi. Bianco, biondo e occhi azzurri, soprannominato l’orchidea, aveva iniziato a combattere da professionista all’età di 14 anni vincendo, nel giro di cinque anni, il titolo europeo in ben quattro categorie di peso: welter, medi, mediomassimi e massimi. La sua popolarità era enorme e solo la prima guerra mondiale ne aveva frenato l’ascesa. Ma anche nel corso del conflitto aveva mostrato la sua abilità come aviatore, ottenendo diversi riconoscimenti. Finita la guerra, era tornato sul ring ed era riuscito a vincere il titolo mondiale dei pesi mediomassimi. Aveva poi tentato la conquista del mondiale dei pesi massimi, ma lo statunitense Jack Dempsey lo aveva battuto sonoramente in quella che è comunque passata alla storia per essere stata la prima sfida di pugilato a prevedere un premio in denaro per i due contendenti, indipendentemente dall’esito dell’incontro. Poi l’11 maggio 1922 aveva confermato il titolo mondiale dei pesi mediomassimi e ora si apprestava a difenderlo contro il franco-senegalese Battling Siki, di tre anni più giovane. In realtà, molti insinuavano che non fosse quella la vera età del pugile nero, così come per molti il suo vero nome era Amadou M’Barik Fall o Louis Baye Fall. L’unica certezza era che fosse nato in Senegal, colonia francese, ma a Saint Louis, cioè una delle quattro città senegalesi ai cui abitanti la Francia riconosceva, alla nascita, la cittadinanza francese. Per questo motivo Siki era un cittadino francese a tutti gli effetti. Sul perché e sul come fosse giunto in Francia correvano diverse voci: la più accreditata era che da adolescente fosse stato notato da una ballerina olandese che lo aveva condotto con sé in Europa. Quando quel legame finì, Siki rimase comunque in Francia e per vivere decise di fare piccoli e umili lavori “adatti” a un nero analfabeta. Poi arrivò la passione per la boxe e, all’età di 15 anni, debuttò tra i professionisti, rimediando però subito due sconfitte. Solo al settimo incontro riuscì finalmente a vincere, mettendo fine a un destino da perdente, senza però riuscire a imporsi pienamente, tanto che, alla vigilia dello scoppio della guerra, aveva un tabellino di 7 sconfitte e 6 vittorie. Come Carpentier, anche Siki prese parte alla prima guerra mondiale, tra i tirailleurs sénégalais, un corpo di fanteria dell’esercito francese composto da africani. Il primo reggimento venne formato nel 1857 in Senegal e, anche se nei decenni successivi il reclutamento venne effettuato in diverse colonie francesi in Africa, la denominazione sénégalais rimase. In occasione della prima guerra mondiale la Francia ne aveva utilizzati ben 135.000 sul fronte europeo e 35.000 di essi rimasero uccisi. Siki si meritò anche qualche onorificenza. Finita la guerra, tornò a fare il boxeur, questa volta con maggiore impegno, ottenendo risultati strabilianti: tra il maggio 1918 e l’agosto 1922 combatté ben 46 incontri, con 43 vittorie, molte delle quali per ko, e solo 2 sconfitte. Ma se si scorreva il suo tabellino due elementi colpivano immediatamente: non aveva ancora combattuto per il titolo francese e molti incontri erano stati disputati non in Francia ma in altri paesi d’Europa, specie nei Paesi bassi. Ciò significa che combatteva più per la borsa (il compenso in denaro) che per un titolo. Forse per questo venne scelto per l’incontro del 24 settembre 1922 contro Carpentier, il grande favorito. Un incontro col risultato già scritto. Meno convinto dei pronostici era però il manager di Carpentier, Deschamps, che, stando ad alcune voci, poco prima dell’incontro aveva convinto Siki a lasciarsi battere, dietro un lauto compenso in franchi. Pare anche che lo stesso Carpentier sapesse dell’accordo, tanto che, si racconta, una volta salito sul ring avrebbe detto a Siki: «Spicciamoci, sta per piovere…» (Il pugno d’oro 1969, p. 547; Benson 2008; Bretagne 2008). Quella che doveva essere una farsa finì però per seguire un diverso copione. Forse perché a vedere l’incontro c’erano ben 40.000 spettatori o forse perché Carpentier, volendo comunque dimostrare di essere il più forte, in uno scambio colpì Siki con troppa veemenza, mandandolo al tappeto per alcuni secondi, sta di fatto che ben presto il pugile nero, incurante dell’accordo, iniziò a combattere con impegno. Al 6° round, rifilò a Carpentier un montante destro talmente preciso da farlo andare a tappeto4. L’arbitro, che probabilmente sapeva dell’accordo, decise di squalificare Siki per colpo vietato e di assegnare a Carpentier il titolo. A questo punto successe però un colpo di scena: i “veri” tifosi in grandissima parte bianchi (che giudicavano essenzialmente in base alle qualità del pugile, a prescindere dal colore della pelle, della nazionalità, della fama) si ribellarono alla decisione arbitrale perché ritennero corretto il colpo di Siki e, pertanto, affermarono che era lui il nuovo campione. Per ben venti minuti i tifosi sollevarono una tale gazzarra da indurre i giudici di bordo ring, preoccupati per la loro incolumità, a mettere da parte l’arbitro e dichiarare Siki campione. Il franco-senegalese fu in assoluto il primo campione del mondo dei pesi massimi nato in Africa nella storia del pugilato. Sarà lui a rappresentare la Francia sui più importanti ring del mondo. Il secondo incontro risale al 24 giugno 1928, nel rinnovato Stadio nazionale di Roma, quando, per la prima volta, due italiani si contesero, oltre al titolo italiano, anche quello europeo dei pesi medi. In un angolo c’era il bianco e biondo milanese Mario Bosisio, amico di gerarchi fascisti e detentore dei titoli. Nell’altro angolo c’era l’italocongolese Leone Jacovacci, che era arrivato a disputare quest’incontro dopo una lunga trafila burocratica. Nato a Pombo, nel Congo belga, nel 1902 da padre romano e madre congolese, venne portato dal padre a Roma nel 1905 per offrirgli maggiori opportunità di istruzione. Tuttavia, ben presto il padre tornò in Congo e a farsi carico del bambino furono i nonni paterni che, forse per tutelarlo dai pregiudizi, preferirono lasciare Roma e trasferirsi con Leone a Viterbo. Ma, nel 1911, quando morì la nonna, il suo principale punto di riferimento, Leone finì in collegio, dal quale però scappava spesso, fino a quando, nel 1916, decise di raggiungere Taranto e qui, spacciandosi per un ragazzo di Calcutta, riuscì a imbarcarsi come mozzo su di un mercantile inglese (Mazzia 1927, p.2). Due anni dopo sbarcò in Inghilterra con una nuova identità: John Douglas Walker, nato nel 1900, cittadino britannico. Grazie ai due anni in più dichiarati, riuscì ad arruolarsi nell’esercito britannico finendo per essere impegnato nelle fasi finali della prima guerra mondiale combattendo sul fronte russo. Si racconta che nel 1920, mentre passeggiava lungo il Tamigi, Leone fu avvicinato da un organizzatore di boxe alla disperata ricerca di un nero per l’incontro della serata, dato che il pugile in cartellone non si era presentato (Mazzia 1927). Leone confessò di non aver mai boxato, ma l’organizzatore lo convinse a salire comunque sul ring, grazie a una buona borsa e alla spiegazione che in fondo boxare era abbastanza simile a fare a pugni. Sta di fatto che Jacovacci vinse il suo primo incontro e tutto il torneo. Lasciata la divisa, decise di intraprendere la carriera di pugile professionista con il nome di Jack Walker. Seguirono diversi successi e qualche rara sconfitta. La promettente carriera aveva però un ostacolo insuperabile, legato alla barriera di colore vigente nella boxe inglese: ai neri e meticci inglesi era proibito combattere per il titolo nazionale. Leone capì la situazione e, con un ennesimo giro di volta, decise di cambiare nuovamente identità e paese: rimase Jack Walker, ma da afro-inglese era divenne afro-americano (senza che gli Stati uniti lo sapessero), e andò in Francia, dove, in quel periodo, i pugili neri erano ben accetti e ben pagati, purché non concorressero per un titolo. In Francia Leone dimostrò di essere un buon pugile, tanto che il suo nome iniziò a girare anche in Italia. Così, nell’aprile 1922 venne chiamato per combattere a Milano contro Bruno Frattini, campione italiano dei pesi mediomassimi (e qualche anno dopo campione europeo). E qui accadde un episodio che cambiò la vita di Leone. Tra un round e l’altro chiese in inglese al suo secondo di dargli dell’acqua, ma, dato che questi si era distratto e la campana di inizio round stava per suonare, il mulatto gli urlò in perfetto romanesco: «Sbrighete, damme l’acqua!», sollevando la curiosità del pubblico e dei cronisti (Mazzia 1927, p. 5). Jacovacci rientrò in Francia senza dare troppe spiegazioni pubbliche e, dopo aver vinto 14 incontri (7 per ko) su 15 combattuti, venne chiamato a fare da sparring partner proprio a Carpentier, in occasione della preparazione all’incontro con Siki, al quale Leone aveva fatto da sparring partner l’anno prima. Si racconta che durante uno di questi allenamenti, Carpentier abbia dato un pugno un po’ troppo forte a Leone, il quale rispose per le rime, mettendo in difficoltà il campione. Di lì a breve Leone decise di rendere pubblico il suo vero nome e la sua cittadinanza italiana, probabilmente perché questo gli permetteva di combattere per il titolo italiano o europeo. Ma la Federazione di pugilato decise di non riconoscergli subito la licenza da pugile italiano, a causa della mancanza di alcuni documenti, forse anche su indicazione del Regime, che di certo non vedeva di buon occhio un mulatto vincente, laddove le teorie razziste tendevano a considerare i meticci come “degenerati”. Sta di fatto che la Federazione tardò a dare il nulla osta. Leone decise di fare l’unica cosa in suo potere: dimostrare il suo valore, sfidando tutti i campioni italiani ed europei sia dei pesi medi che dei mediomassimi. E i risultati furono nettamente a suo favore. In due anni, tra la fine del 1924 e i primi del 1927, divenne più volte “virtuale” campione italiano ed europeo dei due pesi, avendo vinto contro chi deteneva il titolo dei pesi medi, René Devos e Fernand Delarge.

Foto di posa di Leone Jacovacci (precedente al 1925, come si desume dal fatto che sui calzoncini ha ricamato JW, ovvero Jack Walker, nome che il fascismo proibirà di utilizzare a Jacovacci), Archivio Mauro Valeri

Un vero campione, che però l’Italia non voleva riconoscere. Come spesso accade, a rompere questo ostracismo della Federazione pugilistica furono i moltissimi jacovacciani, appassionati di pugilato, convinti che l’Italia avesse un campione forse mondiale e che fosse assurdo non farlo combattere per il titolo. A sostenerlo erano soprattutto i romani, anche per una eterna sfida con Milano, che all’epoca poteva vantare i pugili più forti, la sede della Federazione pugilistica e della «Gazzetta dello Sport». Proprio questa sfida lanciata dai romani e dagli jacovacciani contro i milanesi “obbligò” la Federazione a riconoscere finalmente a Leone la licenza di pugile italiano e a organizzare un primo incontro tra Leone e Mario Bosisio, all’epoca campione italiano dei pesi medi. I due si sfidarono il 16 ottobre 1927, ma fu una farsa: l’incontro era stato organizzato a Milano, con un pubblico favorevole a Bosisio, così come erano milanesi tutti e tre i giudici. Anche se in molti riconobbero la vittoria di Jacovacci, il giudice decise per un nullo, un risultato che lasciava il titolo italiano a Bosisio. Le polemiche però non si smorzarono, e gli jacovacciani divennero sempre più numerosi, tanto da costringere la Federazione a fissare per il 24 giugno 1928 un nuovo incontro tra i due, questa volta valido anche per il titolo europeo, conquistato qualche mese prima da Bosisio. Dato che per la prima volta due pugili italiani si contendevano il titolo europeo, il fascismo decise di utilizzare l’incontro come propaganda dei successi ottenuti dalla “razza italica”. Per l’occasione venne rinnovato lo Stadio nazionale e al centro fu piazzato il ring, intorno al quale diversi gerarchi assistettero alla sfida, preferendo quei posti ai più comodi, ma più lontani, sedili della tribuna. Venne anche organizzata la prima radiocronaca sportiva, con punti di ascolto collettivo in Italia e in Svizzera e perfino Gabriele D’Annunzio annunciò la sua presenza all’evento. L’Istituto luce si era impegnato non solo a riprendere tutto l’incontro, ma a diffonderlo nei mesi successivi in molti cinema della penisola5. L’incontro si svolse il 24 giugno 1928 su quindici riprese, e alla fine i titoli italiano ed europeo vennero assegnati all’unanimità a Leone Jacovacci, che divenne così il quarto italiano, il primo meticcio italiano e il secondo europeo (dopo Battling Siki) nato in Africa a vincere un titolo europeo di pugilato (Valeri 2008). Il terzo incontro ebbe luogo il 9 giugno 1933: davanti a 1.500 spettatori, alla Bockbierbraurei di Berlino, Adolf Witt e Johann Trollmann si sfidarono per il titolo nazionale dei pesi mediomassimi. I due pugili tedeschi si erano già incontrati tre volte, facendo registrare una vittoria per parte e un pari. Adolf Witt, professionista dal 1932, aveva un discreto tabellino: 20 incontri disputati, con 12 vittorie e 3 sconfitte. Quello di Johann, invece, professionista dal 1929, era decisamente migliore: 55 incontri disputati, di cui 29 vinti (11 per ko) e 10 persi. Ma sono anche altre e ben più significative le differenze tra i due. Johann è infatti un sinto, figlio di sinti e con i quattro nonni sinti. La seconda particolarità è il suo modo di combattere. Sin da quando aveva messo piede in palestra, all’età di otto anni, si era “inventato” un modo assai poco ortodosso di stare sul ring: movimenti delle braccia brevi e veloci, con le gambe a muoversi come se stesse ballando, un po’, secondo qualcuno, come i sinti danzano nelle loro feste. Di sicuro era un modo di boxare che disorientava notevolmente l’avversario e che affascinava il pubblico, tant’è che, sin da adolescente, quando si allenava o combatteva, a bordo ring c’erano sempre molte ragazzine bianche tedesche, che di Johann apprezzavano molto anche il fisico statuario che ricordava un Apollo dalla pelle ambrata e una capigliatura molto riccia, che gli era valso il soprannome di Rukelie, cioè albero (Repplinger 2013, p.69). Grazie al suo modo di combattere Johann aveva vinto numerosi incontri, conquistando nel 1928, da dilettante, il titolo dei pesi medi della Germania nordoccidentale. Nonostante questo, e forse perché sinto (ivi, p.73), non venne selezionato per l’Olimpiade di Amsterdam che si sarebbe tenuta dopo qualche mese. Tutto ciò lo aveva convinto, nel 1929, a passare al professionismo, sotto la tutela del manager Ernst Zirzow. Le vittorie arrivarono subito: nel 1930 aveva all’attivo 13 vittorie e una sola sconfitta.

Roma, Stadio Nazionale, 24 giugno 1928, scattata in occasione dell’incontro con il quale Jacovacci diviene campione europeo ed italiano dei pesi medi, Archivio Mauro Valeri

La situazione peggiorò con l’avvento al potere del Partito nazionalsocialista e la nomina a cancelliere di Adolf Hitler nel gennaio 1933. Proprio Hitler, grande appassionato di boxe, decise di farne lo sport nazionale, ma in chiave razziale, tanto da definire la disciplina Deutscher Faustkampf, pugilato tedesco. Il che voleva dire che tutti i pugili tedeschi dovevano aderire a un modo di boxare, basato essenzialmente sulla forza. In quest’ottica, le palestre e i club di boxe erano state riorganizzate e “arianizzate”, con il corollario che tutti i non ariani erano stati messi alla porta, a partire dagli ebrei. Lo stesso campione tedesco dei pesi mediomassimi (titolo conquistato il 26 febbraio 1933), Erich Seelig, in quanto ebreo, fu vittima di minacce talmente pesanti da scegliere di scappare in Francia. Il 9 giugno 1933, quindi, l’incontro tra Witt e Johann serviva proprio per assegnare quel titolo rimasto vacante. Ed è evidente che a vincere doveva essere l’ariano Witt, che combatteva da vero tedesco. È probabile che i nazisti fecero salire sul ring un sinto per un incontro valevole per il titolo nazionale perché convinti che un ariano, vero rappresentante del pugilato tedesco, non avrebbe potuto perdere. Invece sul ring le cose andarono in un’altra direzione. Johann, sempre combattendo con il suo stile poco “tedesco”, iniziò a mettere a segno i suoi colpi, tanto che acquistò un certo vantaggio che mantenne fino alla fine dell’incontro. Ma, proprio per questo, i giudici di gara, su suggerimento del presidente dell’Associazione pugili tedeschi, nonché gerarca nazista, Georg Radamm, decisero di assegnare all’incontro un no decision, un nulla di fatto. Il motivo addotto fu che i due pugili avevano combattuto senza il giusto agonismo. E qui successe un qualcosa che i nazisti non avevano previsto. Infatti, nonostante il clima fortemente intimidatorio, il pubblico insorse contro la decisione arbitrale, anche perché il manager Zirzow mostrò a tutti i cartellini dei giudici che avevano assegnato a Johann la vittoria. La situazione, già tesa, peggiorò quando i fan dei due pugili iniziarono a prendersi a pugni, scatenando una rissa che rischiò di avere gravi conseguenza con tanto di invasione del ring e di tentativo di linciaggio dei giudici. Alla fine, gli stessi giudici furono costretti a dichiarare Johann vincitore del titolo. Uno “zingaro” campione nazionale della Germania nazista (ivi, p.122).

Johann Wilhelm Trollman, 1928

Grazie all’appoggio risoluto del pubblico, Battling Siki, Leone Jacovacci e Johann Trollmann riuscirono a vedere riconosciute le loro capacità pugilistiche, nonostante le vittorie ottenute sul ring rappresentassero la messa in discussione delle gerarchie razziali dominanti. Proprio per questo, la vendetta nei loro confronti scattò quasi immediatamente, attuata con modalità differenti, perché diversi sono i paesi coinvolti e il tipo di razzismo dominante, così come diversi sono i modi con cui i tre campioni cercarono di difendersi. Alla vittoria di Siki dei titoli nazionale, europeo e mondiale dei pesi mediomassimi, la Francia democratica rispose a suo modo, ovvero esaltandone l’aspetto esotico. I giornali non tardarono ad affibbiargli epiteti del tipo “Ragazzo della giungla”, o, con ancor più disprezzo, “Championzee”, una crasi tra campione e scimpanzé, proprio per evidenziare che anche se campione rimaneva una scimmia, un nero. D’altra parte, il suo stesso manager, Charlie Hellers, lo considerava pubblicamente niente più che un gorilla, pur se intelligente, dato che era convinto che nel pugilato un gorilla intelligente potesse vincere il titolo mondiale. Un’altra voce messa in giro dalla stampa, era che il vero desiderio di Siki fosse quello di diventare bianco, e che per questo sarebbe stato disposto a rinunciare a metà dei guadagni ottenuti vincendo il tiolo mondiale. Inizialmente Siki aveva provato a difendersi, rivendicando la propria umanità e il proprio orgoglio di nero. Ad esempio, a coloro che sulla stampa lo definivano un “Ragazzo della giungla” aveva ribadito che lui non aveva mai vissuto nella giungla, e che, anche quando viveva in Senegal, era cresciuto solo in grandi città. Quando però capì che era inutile provare a sconfermare i pregiudizi dominanti, scelse di accettarli, di incarnare l’esotico (Valeri 2005, p. 91), arrivando anche ad andare in giro per le strade parigine vestito da pappagallo, a volte portando al guinzaglio un leone. I giornali riesumano aneddoti del suo passato, come quando, dopo aver battuto Balzac6, si era giocato tutti i soldi guadagnati alle slot machines dei bar, o quando, alla vigilia dell’incontro con Carpentier, aveva trascorso diverse serate a bere fiumi di champagne nel famoso Chope du negre di Parigi. A dar fastidio a molti era anche il fatto che fosse molto amato dalle donne bianche francesi. È in questo scenario che la Federazione pugilistica francese decise di ritirargli la licenza, impedendogli così di combattere negli Stati uniti, dove gli erano state già avanzate diverse offerte importanti, accusandolo di comportamento scorretto sul ring, scandalo pubblico, disobbedienza alla Federazione, minacce a un concorrente, ecc… A difesa di Siki provò a pronunciarsi il franco-senegalese Blaise Diagne, il primo deputato africano a essere eletto all’Assemblea nazionale, che definì infami quegli attacchi. La Federazione però non si diede per vinta, e non soltanto ribadì i motivi della squalifica, ma chiese anche che venisse tolta l’immunità parlamentare a Diagne, in modo da poterlo diffidare. La polemica andò avanti per diversi mesi, con paesi (come il Regno unito) che rifiutarono di far combattere il neo-campione del mondo, e con Siki che accentuava i comportamenti stravaganti dando nuovi spunti ai giornali per attaccarlo in modo sempre più duro. Anche la «Gazzetta dello Sport» prese parte a questi attacchi, definendolo: «il gigante negro dalla mentalità di un fanciullo», oppure «Il ‘muso infedele’ [che] divora carne al sangue, sculaccia le gigolettes, tracanna pinte di cognac, bestemmia come Gargantua». Ormai in un cattivo stato di forma, Siki provò a ritardare l’incontro per la difesa del titolo. Ma il 13 marzo 1923 non poté evitare di salire sul ring di Dublino contro Mike McTigue, che gli tolse il titolo mondiale. Tre mesi dopo perse anche i titoli europeo e francese. In nove mesi dissipò tutto. Siki provò comunque a risalire la china. Dopo due vittorie per ko, che fecero sperare in una ripresa, decise di lasciare la Francia e tentare la fortuna negli Stati uniti, con l’illusione che lì i pugili neri avessero più possibilità. La «Gazzetta dello Sport» salutò questa partenza con un titolo eloquente: Buon viaggio, e che ci resti!. L’esordio americano avvenne il 20 novembre 1923 al Madison Square Garden di New York contro Kid Norfolk, che però vinse l’incontro ai punti. Ebbe così inizio una fase negativa, che portò Siki, nel giro di due anni, a perdere 14 incontri e a vincerne 9. Il 15 dicembre 1925, cioè un mese dopo l’ultima sconfitta sul ring, il corpo esanime di Siki venne ritrovato non lontano dalla West End, a New York, con sette pallottole in corpo:

Gli era scoppiato il fegato; i suoi occhi senza vita guardavano fissamente le scarpe dei perditempo incuriositi dal cadavere. Passò il lattaio, e fece finta di aver visto niente di diverso dal solito nella Decima Avenue, all’angolo con la Quarantesima Strada. Siki era stato assassinato perché si era permesso una cosa proibita in un’epoca e in un paese nei quali nascere con la pelle scura significava affrontare la vita col peso della discriminazione sulle spalle. Essere nero, e per di più pugile, capace di battere bianchi, era una cosa imperdonabile. Peggio ancora. Essere nero ed essere il migliore era assolutamente inimmaginabile […]. Le ombre della notte lo avevano udito chiamare ‘cane rognoso’ il suo aggressore. Poi si sentì uno sparo, smorzato dal frastuono della metropolitana a cielo aperto, e Siki, raggiunto a una spalla mentre cercava di scappare, cade per la conta. L’assassino aspettò che passasse un altro treno e sparò ancora, finché non ebbe vuotato il caricatore (Arroyo, 1995, pp. 36-38).

Due giorni dopo la vittoria di Leone Jacovacci del titolo europeo dei pesi medi, il 26 giugno 1928, la «Gazzetta dello Sport» propose, in prima pagina, un articolo dal titolo Ora che Jacovacci detiene due titoli…, in cui Adolfo Cotronei esprime il suo razzismo “estetico”: non può essere un nero a rappresentare l’Italia in Europa. È forse la prima volta che in Italia il colore della pelle di un italiano diviene un tema negativo, e che l’appartenenza razziale è più importante della cittadinanza. Del perché ciò accada proprio nel 1928, gli storici non hanno ancora dato risposta7. In ogni caso questa è la dimostrazione dell’esistenza di una “barriera di colore”8, volta a impedire ai neri e ai meticci italiani di raggiungere posizioni di celebrità e di potere. Qualche gerarca fascista provò a difendere Leone e gli altri “italiani dal sangue negro” che si erano ben comportati nella prima guerra mondiale9, ma fu una difesa che presto venne messa a tacere, così come vennero zittiti tutti gli jacovacciani, soprattutto i giornalisti che avevano esaltato le doti pugilistiche del mulatto. Di fatto, Leone venne abbandonato dalla Federazione pugilistica e dallo stesso fascismo, che, per vendetta, decise di tagliare il finale del filmato girato dall’Istituto luce che avrebbe dovuto essere proiettato in molti cinema italiani, cancellando così i fotogrammi in cui Leone alza il pugno in segno di vittoria. Anche la radiocronaca dell’incontro scomparve. Addirittura, a commentare il filmato (tagliato) dell’incontro del 24 giugno 1928 nei cinema italiani, venne chiamato Bosisio, che ovviamente diede al combattimento una interpretazione pro domo sua. I successivi incontri in cui Leone fu impegnato a difendere il titolo europeo, pur se vincenti, vennero relegati nelle pagine interne dei giornali sportivi, con commenti quasi dispregiativi sulla componente nera e africana del “mulatto italico”. A questo si aggiunse anche la sfortuna: durante un incontro venne colpito da un pugno irregolare del suo avversario, la cosiddetta polliciata, sferrata con il pollice della mano aperto, che gli ruppe la retina dell’occhio destro. Lui non fece denuncia, preoccupato sia di dare un vantaggio ai suoi futuri avversari sia di dover smettere di combattere. Ma alla fine, il 27 marzo 1929, venne sconfitto e perse il titolo europeo, e il 7 agosto 1930 anche quello italiano, ancora contro Bosisio: fu l’inizio della fase calante, anche perché Leone capì che l’Italia non poteva essere più il suo paese.

Foto di posa di Leone Jacovacci successiva ad ottobre 1925, Archivio Mauro Valeri

Tornò così in Francia, dove per vivere fece l’operaio. Quando i tedeschi invasero la Francia, Leone decise che era giunta l’ora di combattere, non sul ring, ma al fronte. Per farlo, riprese la sua identità inglese, cioè quella di John Douglas Walker, e inviò una richiesta di arruolamento all’ufficio di Londra. Per tutta risposta, lo invitarono a rivolgersi all’ufficio arruolamento di Parigi. Ma quando ricevette la lettera, Parigi era già in mano ai nazisti. Alla fine, riuscì a indossare la divisa dell’esercito inglese, e con questa divisa rientrò in Italia nel 1944 con le truppe di liberazione (Royal Army Service Corps). Decise di stabilirsi a Milano e presto si fece raggiungere dalla moglie e dalla figlia. Dopo una breve esperienza nel wrestling, data l’età, accettò un lavoro da custode in un caseggiato milanese. Morì il 16 novembre 1983. Ad appena otto giorni dalla vittoria di Trollmann del titolo tedesco dei pesi mediomassimi, la commissione di controllo della Federazione pugilistica decise di togliergli il titolo, o meglio di sospenderlo, e di dichiarare il combattimento con Witt “non giudicato” a causa delle prestazioni poco agonistiche mostrate dai due pugili sul ring. Anche tutti coloro (pubblico, giornalisti e appassionati di pugilato) che avevano riconosciuto la giusta vittoria di Johann, vennero multati e costretti a rispondere pubblicamente delle loro dichiarazioni. Tuttavia, consapevole che la sospensione del titolo era una decisione non troppo sportiva, il 21 luglio, la stessa Federazione propose a Johann di competere nuovamente per il titolo, stavolta contro l’ariano Gustav Eder, pugile molto quotato, e dallo stile molto “tedesco” (32 vittorie e 9 sconfitte). Era però una possibilità che veniva concessa a Johann a una precisa condizione: doveva combattere nel modo tedesco, puntando cioè solo sulla forza. Tradotto in termini pratici, gli venne vietato di muoversi dal centro del ring e di “ballare”, altrimenti gli sarebbe stata tolta la licenza da boxeur. Johann accettò il combattimento, ma decise di mettere in atto una disperata quanto ironica sfida al nazismo: come impostogli, salì sul ring da “ariano”, cioè con il corpo cosparso di borotalco e i capelli tinti di biondo, e combatté stando immobile al centro del quadrato. Al quinto round venne dichiarato sconfitto per ko, e il titolo tedesco fu assegnato a Eder. Johann continuò ancora per otto mesi a combattere, perdendo però 7 dei 10 incontri, l’ultimo dei quali disputato nel marzo 1934. Molte di queste sconfitte sono dovute all’atteggiamento del pubblico che, a differenza di pochi anni prima, ora voleva vedere lo “zingaro” perdere sempre. Abbandonato dal suo manager (che diventerà direttore del palazzo dello sport di Berlino), per guadagnarsi da vivere Johann si misurò in combattimenti clandestini al luna park, fino a quando non venne scoperto dai nazisti che gli revocarono la licenza. Si trasferì a Berlino, dove fu costretto a fare umili lavori. Continuò però a credere che vi potesse ancora essere una possibilità di vivere da sinti in Germania, nonostante nel 1936 tutti i sinti e i rom della Germania fossero censiti dal Centro per l’igiene e la razza, e, in occasione dell’Olimpiade di Berlino, gli “zingari” vennero trasferiti in un campo di internamento (lo Zigeunerlager, un campo di concentramento, o una sua parte, riservato esclusivamente ai sinti e ai rom, di Marzahn, a est della capitale) con la motivazione che la loro presenza potesse danneggiare l’immagine della capitale. Allo stesso tempo, venne loro vietato di lasciare la Germania anche se per brevi viaggi. Sono provvedimenti che per il momento non riguardarono Johann, che ebbe la “fortuna” di vivere ad Hannover e di essere impiegato al lavoro obbligatorio imposto dai nazisti (spalava carbone e puliva aeroplani) ed era ancora convinto che in fondo i nazisti avessero ancora bisogno degli “zingari”, almeno per svolgere questi lavori. Ma quando venne licenziato comprese che il suo futuro era segnato e decise di nascondersi nel bosco ai bordi della città e di far perdere le sue tracce. Quando però venne a sapere che i nazisti avevano deciso di prendersela con le donne che avevano sposato uno “zingaro”, rientrò in città e, a malincuore, divorziò dalla moglie, nella speranza di evitare che lei e la figlia potessero essere vittime della brutalità nazista. Allo stesso tempo, come tutti i sinti, fu sottoposto alla sterilizzazione obbligatoria. Con l’entrata in guerra della Germania nel 1939, paradossalmente, anche gli oltre 30.000 “zingari” tedeschi vennero chiamati alle armi. Anche Johann venne obbligato a entrare a far parte della Wehrmacht (32° divisione di fanteria) e combatté al confine con la Polonia, nella Francia occupata e poi al fronte russo dove, nel 1941, venne ferito alla spalla e ricoverato in ospedale. Appena dimesso, provò a nascondersi a casa del fratello, ma venne individuato, arrestato e, alla fine del 1942, deportato al campo di concentramento di Neuengamme, nel nord della Germania. Poco dopo, i nazisti emanarono il “Decreto di internamento ad Auschwitz” che equiparava rom e sinti agli ebrei: il che significa la medesima persecuzione. Deperito molto rapidamente, tanto da pesare appena 40 kg, Johann ebbe anche la sfortuna di essere riconosciuto da un ex arbitro di boxe ora Obersturmführer sottoposto a Albert Lutkemeyer, che lo costrinse a combattere tutte le sere con altri soldati in cambio di un po’ di grappa e di un tozzo di pane. Per sfuggire alla morte sicura, e grazie al comitato clandestino dei detenuti del campo, Johann mise in atto uno stratagemma: scambiò il suo numero di matricola con quello di un detenuto appena deceduto, risultando così morto. Con la nuova identità (numero 9841) venne trasferito al campo di lavoro di Wittenberge, sottocampo di Neuengamme, dove però fu costretto a fare i lavori più duri. Ma anche qui la sua fama pugilistica lo raggiunse. Nel marzo 1944 venne infatti riconosciuto da un ex pugile dilettante, Emil Cornelius, divenuto kapò del campo, che lo obbligò a sfidarlo davanti a tutti: Ss e internati. Anche se malridotto, Johann lo mise ko a metà della seconda ripresa. Il 31 marzo, però, Cornelius si vendicò, e, forse con un badile, forse con una pistola, colpì a morte Johann, il sinto che per una settimana era stato il campione tedesco dei pesi mediomassimi. Battling Siki, Leone Jacovacci e Johann Trollmann hanno pagato pesantemente la loro vittoria sul ring e solo dopo decenni, e con molte difficoltà, le loro storie sono state recuperate e il loro valore sportivo è stato riconosciuto, dimostrando anche che i molti che li avevano coraggiosamente sostenuti, e che erano stati presto messi a tacere da un imperante razzismo, avevano avuto ragione.

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Tutti i link di questo articolo si intendono consultati l’ultima volta il 29 gennaio 2019.

Dietro le quinte

Mi sono avvicinato allo studio dei legami tra lo sport, il razzismo e l’antirazzismo quasi venti anni fa, per un motivo personale. Già mi occupavo di razzismo, ma non ero molto interessato allo sport, tranne quello cosiddetto popolare. Poi, un giorno, alla fine degli anni novanta, mio figlio, che all’epoca aveva cinque anni, mentre era su di un autobus, a causa di un sobbalzo del mezzo ha involontariamente urtato un altro passeggero, il quale, per tutta risposta, lo ha spintonato per terra, urlandogli “fuori i negri dall’Italia!”, sottolineando il colore scuro della pelle di mio figlio. Mentre le conseguenza della caduta a terra si sono risolte in tempi rapidi, gli effetti di quella frase sono emersi qualche giorno dopo, sotto forma di una richiesta impossibile: il desiderio di diventare bianco. Che fare? Per mia fortuna, da ragazzo avrei voluto essere nero come Pelé, il mio campione, e quindi avevo una certa dimestichezza sulle fantasie del cambio di pelle. Così ho pensato di raccontare a mio figlio storie di sportivi che, nonostante fossero esclusi e dati per perdenti a causa del colore della loro pelle o perché appartenenti ad una cosiddetta minoranza, erano riusciti a dimostrare le loro qualità. Questa esigenza personale si è presto trasformata in una riflessione sullo sport, che ha in sé un’insopprimibile ambivalenza: essere potenzialmente uno strumento di discriminazione ma anche di emancipazione. Al primo aspetto ho dedicato uno studio sul razzismo nelle tifoserie calcistiche, sollecitato anche dal fatto che erano anni in cui le istituzioni calcistiche negavano l’esistenza del fenomeno, nonostante le sentenze emesse dagli stessi giudici sportivi. Ho poi provato ad evidenziare i divieti presenti nei regolamenti delle varie federazioni sportive che di fatto rendono assai difficile tesserarsi a molti. L’impressione è che ancora oggi lo sport, soprattutto quello professionistico, sia fortemente discriminatorio. D’altra parte, solo nel 1999 è stato eliminato il riferimento alla “razza” contenuto nell’articolo 2 dello Statuto del Coni ed elaborato negli ultimi anni del fascismo! Ma il tema che più mi ha appassionato e mi appassiona è la storia dello sport come emancipazione, che porti cioè ad un superamento dei pregiudizi e ad acquisire diritti fino ad allora negati. Ciò vale per lo sport popolare come per lo sport professionistico, perché la lotta contro il razzismo non può che riguardare entrambi.

(La foto di copertina è una foto di posa di Leone Jacovacci, Archivio Mauro Valeri)

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