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L’attualità dei global ’60s: “Stati di agitazione” sul «manifesto»

Dopo la recensione uscita su DinamoPress il numero 49 di Zapruder, “Stati di agitazione”, è stato discusso anche sul «manifesto», la cui recensione riportiamo integralmente.

«Zapruder» indaga l’attualità ribelle dei global sixties

di Chiara Cruciati

Superare i paradigmi della geopolitica per entrare dentro i processi sociali e politici è un percorso tanto essenziale quanto marginalizzato. Eppure dietro la gestione del potere da parte dell’entità statuale detentrice del monopolio delle politiche interne, dietro ai rapporti tra Stati e alle scelte strategiche delle potenze globali si muovono comunità, popoli, collettività in grado di costringere a deviare dalla verticalità.

Accade da sempre, accade oggi in diversi angoli del mondo. Un percorso all’interno della territorialità delle lotte sociali e degli esperimenti riusciti e sconfitti di autonomia è quello compiuto dalla rivista Zapruder nel numero di maggio-agosto. Intitolato «Stati di agitazione. Territori, autogoverno, confederalismo», il numero propone una serie di saggi che legano tra loro, in un dialogo percepibile, le esperienze degli anni Sessanta del ’900 con quelle più attuali.
L’intento, riuscito, è disegnare un quadro il più ampio possibile delle rivoluzioni (terminate o in corso) volte a una decolonizzazione che non sia solo fisica – di liberazione di popoli assoggettati a interessi esterni e a quelli conseguenti delle oligarchie-fantoccio interne – ma che sia in primo luogo un abbattimento di sovrastrutture culturali che impediscono l’effettivo approdo a una vita pienamente libera. Il percorso tracciato da Zapruder si forma sotto l’ombrello concettuale dei global sixties (teorizzati nell’opera del 2018 di Jian, Klimke, Kisasirova, Nolan, Young e Waley-Cohen): «Un accumulo di processi politici e sociali che unirono diverse idee, rivolte, resistenze e slogan per la libertà e contro il sistema politico vigente in quell’epoca».

Non solo di quell’epoca, come spiegano nell’editoriale, «Archeologia del presente. Per un’altra geografia del lungo ’68», Andrea Brazzoduro, Tommaso Frangioni e Alessandro Santagata: i processi innescati durante le rivolte anti-coloniali e anti-sistema, dalla Francia del Maggio alle lotte operaie italiane fino alle liberazioni nazionali nel sud del mondo, hanno attivato strumenti di pensiero e di presa di coscienza che si ritrovano nelle mobilitazioni successive.

«Quale è stato il processo che ha portato persone, concetti e pratiche rivoluzionarie del “sud globale” a integrare progressivamente il lessico politico e l’immaginario internazionale? – scrivono nell’editoriale, dedicato a Lorenzo Orsetti – E più specificamente in che modo, in diversi paesi, la cosiddetta New left ha prodotto una “cultura politica” capace di coniugare dimensione territoriale e comunitaria, appartenenza nazionale e internazionalismo?». Il viaggio di Zapruder costruisce una risposta, proponendola al lettore attraverso l’incontro e il dialogo a distanza tra i vari movimenti analizzati, dal 1968 messicano al confederalismo democratico della regione curdo-siriana del Rojava.

Le rivoluzioni del passato vengono riviste, rielaborate e adeguate ai diversi contesti dalle esperienze successive. Con due grandi percorsi individuabili: quello dell’autogoverno e dell’autonomia delle comunità, rintracciabile nell’esperienza zapatista in Chiapas o in quella attualissima e in pericolo del Kurdistan siriano, e quello dell’autodeterminazione intesa come riconoscimento di identità esistenti ma soffocate, a partire dalle lotte degli amazigh i Libia e Algeria «arabizzate» nel post-indipendenza.
Non mancano i riferimenti più classici alle lotte di liberazione nazionale, mai terminati ma trasformati nel tempo dai cambiamenti politici globali. Cuore dell’internazionalismo del secolo scorso e oggi modello globale della crisi della sinistra (a dimostrazione della sua perfetta relazione con gli avvenimenti oltre confine), si erge la Palestina ancora colonizzata: la sua lotta è raccontata, in una chiave originale, attraverso la trasfigurazione nell’identità del resistente. Il fedayn degli anni ’60 e ’70 ha lasciato il posto allo shahid, passando dal combattente che pavimenta con la lotta armata il viaggio verso la libertà al martire che subisce, coscientemente o meno, la depoliticizzazione (a sinistra) della mobilitazione, rintracciabile in tanti altri contesti, vicini e lontani.

Chiude il volume un focus tutto italiano, che parte dalla resistenza partigiana per approdare alle lotte operaie dell’autunno caldo e ai movimenti sociali di fine secolo. Inserendo l’Italia, di diritto, nel percorso di quei global sixties che a distanza di cinque decenni producono ancora consapevolezza critica.

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