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Europa pandemica

Da quando il numero 51 di «Zapruder» è uscito dalla tipografia sono successe tante cose. La pandemia si è innestata sulle contraddizioni già esistenti, acutizzandole e rendendole più visibili. Una di queste è il ruolo ambivalente dell’Unione europea, sempre tesa fra una retorica di unitarietà e solidarietà e le logiche commerciali che l’hanno fatta nascere. Mattia Frapporti e Roberto Ventresca, curatori di “Finis Europae“, tornano sul loro editoriale per aggiungere alcune riflessioni sullo spazio di conflitto aperto dalla gestione transnazionale dell’emergenza.

Postilla all’editoriale di Finis Europae

di Mattia Frapporti e Roberto Ventresca

Costretta a fare i conti con gli effetti devastanti del coronavirus, il 15 marzo 2020 la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, stava negoziando con le autorità degli stati membri dell’Unione europea (Ue) le regole di approvvigionamento di un bene divenuto immediatamente prezioso: le mascherine. Protestando contro le politiche di “protezionismo sanitario” inizialmente praticate da alcuni paesi, tra cui la Germania, una fonte interna alla Commissione avrebbe affermato: «stiamo lavorando per evitare la chiusura delle frontiere soprattutto alle merci. Alle persone è sbagliato, ma alle merci è peggio»1. Come a dire: nihil sub sole novum.

L’analisi di quanto sta avvenendo all’interno dello spazio politico dell’Ue dopo lo scoppio della pandemia di covid-19 rivela ancora una volta la centralità della dimensione europea come orizzonte di intervento, di lotta e di trasformazione politica. Ciò non annulla di certo la necessità e l’efficacia delle azioni organizzate a livello locale, urbano o nazionale, che in molti casi non si sono arrestate nemmeno nelle fase di più acuta diffusione della pandemia, quando si è manifestato in tutta la sua materialità lo scontro capitale-lavoro, specie in quegli ambiti nei quali lavoratrici e lavoratori, pur celebrati come “eroi” dalla retorica padronale e mediatica (si pensi al settore sanitario), sono stati costretti a svolgere le proprie mansioni senza adeguate tutele sanitarie (senza parlare di salario). La diffusione e la letalità del coronavirus hanno evidenziato una volta di più la pochezza della narrazione aconflittuale secondo cui “siamo tutti sulla stessa barca”: non lo eravamo prima e non lo siamo tantomeno oggi. In Francia come in Grecia, in Italia come nel Regno unito, in Portogallo come in Germania è emerso in maniera evidente chi siano i soggetti più colpiti dagli effetti del lockdown: precari; migranti; abitanti delle periferie; donne che, costrette nelle mura domestiche, sono soggette a rischi più elevati di violenza; anziani e disabili privi di assistenza; lavoratori e lavoratrici del settore sanitario e della filiera logistica, spesso costretti a prestare servizio a rischio della propria incolumità. Per non parlare della risposta securitaria, forse ancor prima che sanitaria, elaborata dai governi nazionali. In Italia come altrove, decenni di sottofinanziamento della sanità pubblica hanno reso ancor più fragili le capacità di contenimento di un’epidemia che ha letteralmente costretto milioni di persone a rinunciare alle proprie libertà personali in nome del primato, in sé legittimo, della salute pubblica. Che poi tali restrizioni siano state garantite dal dispiegamento di molteplici meccanismi di controllo è materia “biopolitica” su cui occorre riflettere con attenzione (Zuboff 2019): la sospensione di libertà personali e collettive, certo inizialmente comprensibile, insieme con l’apparente necessità di tracciare la popolazione à la cinese (Pieranni 2020), gettano ombre funeste sul nostro immediato futuro.

L’Europa pandemica ha tentato di parare il colpo a ritmi di “andrà tutto bene”. Non solo è molto probabile che così non sarà, ma purtroppo temiamo che possa andare molto peggio: sebbene alcune lotte abbiano mostrato nella loro materialità una forza e un’efficacia notevole anche nelle settimane della quarantena, e nonostante si contino iniziative importanti per immaginare quello che è stato definito “il mondo che verrà”, la strada che può condurre a una reale trasformazione degli equilibri politici europei appare ancora molto lunga. E le dinamiche che governano il versante istituzionale dell’Ue lo testimoniano.

Il 5 maggio 2020 – a settant’anni dalla «prima tappa della Federazione europea» (Robert Schuman) – il tribunale costituzionale di Karlsruhe ha affermato che i programmi di acquisto di titoli di stato promossi dalla Banca centrale europea nel periodo 2015-2018 sarebbero stati condotti in maniera «non proporzionata e poco adeguata» rispetto ad altri capitoli della politica economica tedesca. Di qui la richiesta rivolta alla Bce di giustificare entro tre mesi la ratio del proprio operato. Sebbene sia poco plausibile che le osservazioni dei giudici di Karlsruhe – che già nel 2014 avevano emesso una sentenza nella quale esprimevano forti perplessità intorno al programma di quantitative easing (qe) inaugurato da Draghi nell’estate 2012 (Castronovo 2014, 172) – producano un impatto immediato sulle strategie della Bce e sulla partecipazione della Germania al programma di qe pensato per tamponare gli effetti economici del coronavirus, di certo questa sentenza, pure se riferita a eventi di qualche anno fa, avrà un effetto non secondario sul governo di Angela Merkel e, più in generale, sui fragili equilibri di un’Ue ancora pesantemente condizionata da un insieme di veti e ingiunzioni – provenienti perlopiù dagli stessi stati membri – che ne pregiudicano l’operato.

Il fatto che, dagli anni cinquanta a oggi, l’integrazione continentale non abbia mai acquisito un profilo compiutamente federale è un dato oramai acquisito. La firma dei trattati di Roma del 1957 non «costitu[ì] per i leader delle nazioni europee la scelta dell’Europa come attore politico; né tantomeno quella dell’ambito regionale europeo come principale terreno d’azione economica» (Garavini 2009, 60). La centralità decisionale del ruolo degli stati non è mai stata di fatto superata, così come la logica rigidamente intergovernativa dell’architettura comunitaria – «chi decide» (Guareschi e Rahola 2011), in fin dei conti, sarebbero i governi nazionali e i soggetti economici che di volta in volta riescono a far prevalere le proprie istanze – sta ancora una volta confermando il suo primato.

Più che preparare il terreno all’affermazione dei tanto invocati “Stati uniti d’Europa”, la costruzione europea si è pienamente legata alle evoluzioni che il capitalismo occidentale ha conosciuto durante il “lungo ventesimo secolo” e nel corso della guerra fredda. L’integrazione europea ha risposto non già (o comunque non soltanto) alla necessità di fare in modo «che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile» piuttosto, questo processo ha mirato alla realizzazione di un grande spazio “liscio”, infrastrutturale e amministrativo (Frapporti 2019), dove merci, capitali e manodopera potessero muoversi senza soluzione di continuità. La “politica”, qui intesa nella forma dei processi decisionali di carattere istituzionale, è rimasta appannaggio dei governi nazionali, rendendo così evidente quel «salvataggio dello stato-nazione» europeo (Milward 1992) che il progetto di integrazione ha reso di fatto operativo. Chiariamo: la Cee prima e l’Ue poi non hanno agito come semplici e amorfi soggetti tecnico-burocratici, e negli ultimi trent’anni sono sorti quelli che Federico Romero ha definito «nuovi vettori di europeità»: dalla scomparsa delle frontiere interne alla (molto contraddittoria) costruzione della moneta unica (Romero, 2020). Inoltre, le misure recentemente adottate da parte delle istituzioni europee sono state significative, tanto in termini monetari (dal qe di 750 miliardi ai 100 miliardi del programma Sure, senza parlare dell’ancora incerta composizione dello European recovery fund) quanto in termini simbolici (la sospensione, non già la cancellazione, del cosiddetto patto di stabilità). Che queste risorse siano, esse sole, adeguate a fronteggiare una recessione che si preannuncia a dir poco devastante è impensabile. Cionondimeno, alcuni osservatori hanno ricordato come tali misure “non convenzionali” siano state adottate nel giro di poche settimane, quando invece l’istituzione del famigerato Mes per fronteggiare la crisi del 2008-2009 richiese grossomodo quattro anni.

Aldilà delle riflessioni che questi eventi possono stimolare sul piano economico-istituzionale, è evidente come la pandemia abbia aperto una faglia negli ossificati meccanismi di funzionamento dell’Ue: una faglia rispetto alla quale logica vorrebbe che tanto i governi nazionali quanto gli organi comunitari imboccassero una qualche direzione, sia essa progressiva (ripensare gli equilibri dell’Unione?) o conservativa (rafforzare la dimensione intergovernativa e limitare ancor di più il peso politico della Commissione). Esiste altresì la “terza via” dell’immobilismo e del traccheggiamento: opera della quale le istituzioni europee e gli stati membri sono campioni indiscussi.

L’opzione conservativa e l’immobilismo non sono invece ipotesi percorribili per i movimenti. L’occasione è ghiotta per insistere sull’attivazione di lotte comuni in Europa. Tra queste va ad esempio citata, in primis, la battaglia per il superamento del «regime dei confini» europeo, come lo ha recentemente definito Martina Tazzioli (2020), cui sono sottoposti i migranti già presenti o in transito per l’Europa. La scena aberrante offerta dalla politica italiana che si è chiesta se garantire o meno un permesso di soggiorno di tre o sei mesi per i migranti impegnati come braccianti nei campi agricoli è stata ridicola, oltre che indegna. La battaglia per un permesso di soggiorno europeo incondizionato appare un terreno oltremodo necessario da solcare, che si lega alle lotte di quei lavoratori e di quelle lavoratrici stagionali “comunitari” che nelle ultime settimane hanno protestato in diverse parti d’Europa, come ad esempio a Bornheim (Germania), contro le condizioni di sfruttamento cui sono costretti.

In secondo luogo, lo sviluppo di una strategia comune e anticapitalista per contrastare i cambiamenti climatici ci sembra un ulteriore punto a cui ormai non si può più derogare2, tanto quanto appare cruciale la necessità di ripristinare le basi di una sanità pubblica di alto livello e distribuita su tutto il territorio dell’Ue. Occorre poi ricordare il ruolo di lavoratori e lavoratrici della gig economy e delle piattaforme come i rider del food delivery, che hanno fronteggiato in maniera immediata la materialità della crisi di queste settimane: senza alcun coordinamento organizzativo, le città di mezza Europa hanno visto scioperi urbani di grande efficacia, che spesso hanno ottenuto miglioramenti importanti in termini, ad esempio, di dispositivi di protezione individuale (Workers Inquiry Network 2020).

A puntellare il panorama continentale sono intervenuti anche i blocchi e picchetti dei lavoratori della logistica. Dai magazzini di Amazon in Francia ai lavoratori delle filiere dei supermercati in Belgio; dai corrieri di Londra ai lavoratori di numerose sigle logistiche nella valle del Po: il lockdown ha moltiplicato il carico di lavoro di migliaia di lavoratori all’interno di magazzini nei quali troppo spesso, anche durante i momenti più drammatici della pandemia, la sicurezza sanitaria è stata subordinata al profitto. È in piena solidarietà e in stretto contatto con queste lotte che anche il numero 51 di «Zapruder», intitolato Finis Europae, pur essendo pronto già dal mese di marzo, ha iniziato la distribuzione soltanto pochi giorni fa.

Sebbene scontino alcuni limiti in termini di coordinamento, queste forme di lotta e di insubordinazione stanno concorrendo a generare i presupposti – si spera solidi – di un’Europa alternativa ancora tutta da costruire. Anche se ci ritroviamo ancora una volta ad agire in un tempo in cui, come avrebbe detto Gramsci, «il vecchio muore e il nuovo deve ancora nascere», sta agli attori della trasformazione sociale il compito di orientare la “ripartenza”.

(In copertina: opera di Banksy, Dover)

Bibliografia

Castronovo, V.
(2014) La sindrome tedesca. Germania 1989-2014, Laterza, Roma-Bari.

Frapporti, M.
(2019) Verso l’integrazione europea. Jean Monnet tra infrastrutture e governance logistica, «Scienza&Politica», n. 60, pp. 203-227.

Garavini, G.
(2009) Dopo gli imperi. L’integrazione europea nello scontro Nord-Sud, Le Monnier, Firenze

Guareschi, M., Rahola, F.
(2011) Chi decide? Critica della ragione eccezionalista, Ombre corte, Verona

Milward, A. S. (with the assistance of Brennan, G. and Romero, F.)
(1992) The European rescue of the nation-state, Routledge, London.

Pieranni S.
(2020) Red Mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina, Roma-Bari, Laterza.

Romero, F.
(2020) 1989. Trent’anni dopo, «Passato e presente», n. 109, pp. 5-14.

Tazzioli, M.
(2020) Il confine come hotspot. Geografie e genealogie di spazi migranti.

Workers Inquiry Network
(2020) Struggle in a Pandemic. A collection of contributions on the COVID-19 crisis from members of the Workers Inquiry Network.

Zuboff, S.
(2019) Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma [I ed. New York, 2018]

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