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L’integrazione europea senza retorica

Il 23 settembre scorso, sulle pagine culturali de «il manifesto», Lorenzo Ferrari ha recensito Finis Europae, il n. 51 di «Zapruder» curato da Mattia Frapporti e Roberto Ventresca. Vi riproponiamo qui la recensione per intero.

«Finis Europae», indagine senza retorica tra sfide e contraddizioni

di Lorenzo Ferrari

Nell’ultimo numero di «Zapruder» una lettura della deriva neoliberale della costruzione europea come conseguenza della crisi delle lotte sociali degli anni 70. Il processo di integrazione continentale analizzato in una prospettiva che si allontana dalle interpretazioni più diffuse, integrandole e contestandole in modo fecondo.

È paradossale che l’Unione europea uno spazio costituito in buona parte da relazioni economiche, politiche economiche e monetarie, flussi finanziari e commerciali sia stata tanto a lungo osservata dagli storici perlopiù attraverso le lenti della politica e della diplomazia. La mutevole e complessa
componente economica dell’integrazione europea è stata spesso considerata come qualcosa di dato, laddove i processi e le scelte più puramente politiche parevano probabilmente più aperte, e dunque rivelatrici e interessanti. Questa prospettiva ha prevalso per decenni tra gli storici, anche per via delle origini peculiari del settore della storia dell’integrazione europea nata come [branca] della storia diplomatica più che di quella economica.

È DUNQUE PREZIOSO il contributo dell’ultimo numero della rivista Zapruder, «Finis Europae», curato da Mattia Frapporti e Roberto Ventresca. Fedele al taglio proprio di questa rivista di «storia della conflittualità sociale», il volume propone letture del processo dell’integrazione europea, del suo stato e delle sue prospettive che si allontanano dalle interpretazioni più diffuse, integrandole e contestandole in modo fecondo. A partire da quella stanca narrazione della nascita della Comunità europea, che la vorrebbe un illuminato progetto di pacificazione messo in atto grazie alla volontà di una manciata di padri fondatori.

Come rileva Emanuele Monaco all’interno del volume stesso, negli ultimi anni la storiografia sull’integrazione europea sta in effetti esplorando sempre di più orizzonti e ambiti nuovi, anche sulla scorta di fonti e metodi finora poco utilizzati. L’ultimo numero di Zapruder va a inserirsi proprio in
questa tendenza, proponendo i risultati di alcuni degli studi più interessanti usciti di recente e raccogliendo stimoli che tracciano ulteriori possibili piste di ricerca, ancora poco battute come quelle che guardano all’integrazione europea dal punto di vista della rivoluzione digitale o della crisi climatica. Per arricchire ulteriormente il quadro, ai vari saggi si aggiungono due interviste a intellettuali che hanno saputo effettivamente individuare prospettive nuove da cui guardare all’Europa, William Walters e Dipesh Chakrabarty.

NELL’AMPLIARE lo sguardo oltre le prospettive tradizionali, i contributi raccolti nel volume curato da Frapporti e Ventresca svolgono un’operazione fondamentale: collegano la storia dell’integrazione europea con la storia di molti altri fenomeni occorsi negli stessi decenni, tipicamente analizzati da
studiosi di ambiti differenti. E dunque, ad esempio, Francesco Petrini riconnette in modo assai convincente la nascita della Comunità europea con le evoluzioni del capitalismo europeo e globale, mentre Aurélie Andry illustra il legame non solo temporale tra la nascita di quell’Europa neoliberale che si è andata consolidando a partire dagli anni Ottanta e il fallimento delle lotte sociali e sindacali del decennio precedente riscoprendo la storia molto interessante dei tentativi di mobilitazione
transnazionale che furono compiuti all’epoca, tesi a promuovere un’«Europa sociale» che non fosse solamente uno slogan, ma che si sostanziasse tra gli altri modi in una riduzione dell’orario di lavoro
a parità di salario.

Uno dei temi di fondo che emerge da questo numero di Zapruder è quanto alcune delle caratteristiche dell’Unione europea che spesso vengono prese per date non siano in realtà tali, e derivino piuttosto da scelte compiute in precise congiunture storiche, prodotte da conflitti tra visioni e interessi divergenti. Nel contrastare le pulsioni nazionaliste sempre più diffuse, è quindi più che legittimo non appiattirsi sulla difesa dell’Unione europea così come la conosciamo oggi i processi storici avrebbero potuto dar luogo a un’Unione ben diversa, se le forze in campo fossero state o avessero agito in modo diverso. Qui le ricostruzioni storiografiche aprono il campo a un’azione politica e sociale, che sappia riscoprire le alternative che sono esistite ed esplorare quelle che ancora abbiamo a disposizione. Tanto più in un contesto fluido come quello attuale, in cui l’impensabile torna a non essere più precluso.

(da «il manifesto», 23.09.2020 – In copertina: Martin Kippenberger, ‘Bath%2c’, 1988)

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