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Tribù, valori egualitari, autonomia e stato

Questo intervento di Alpa Shah approfondisce alcuni aspetti dell’organizzazione sociale delle comunità indigene dell’India centroorientale, focalizzandosi in particolare su come queste gestiscono le risorse ambientali necessarie al sostentamento della comunità. Abbiamo scelto di pubblicarlo come lancio del numero 53 dedicato a potere, popolo e partecipazione politica perché, secondo Shah, gli adivasi rappresentano un esempio di organizzazione alternativa a quella fortemente gerarchizzata delle caste e allo stesso tempo devono confrontarsi con modalità di discriminazione positiva riguardo le cariche rappresentative e con i gruppi rivoluzionari maoisti, ancora saldamente legati a modalità organizzative difficilmente compatibili con quelle tradizionali.
Shah si occupa di disuguaglianze e movimenti sociali nell’India contemporanea, lavorando tra Londra e le colline del subcontinente. Attualmente guida un programma di ricerca sulle economie globali della cura per l’International inequalities insititute della London school of economics e accompagna all’attività di ricerca quella di comunicazione su media britannici e internazionali.
In Italia ha recentemente pubblicato ‘Marcia notturna. Nel cuore della guerriglia rivoluzionaria indiana’ (Meltemi 2019), frutto di un lungo periodo di ricerca sul campo nelle aree di influenza naxalita.
Nelle sue ricerche, Alpa Shah approfondisce le relazioni che intercorrono tra le comunità indigene, le organizzazioni maoiste e le forze politiche e militari indiane, in special modo per quanto riguarda le forme di organizzazione sociale e i valori che la contraddistinguono.
Questo contributo è la traduzione parziale di un saggio uscito nel volume Critical Themes in Indian Sociology, a cura Sanjay Sivrastava, Yasmeen Arif e Janaki Abraham (Sage 2019).

Tribù, valori egualitari, autonomia e stato

di Alpa Shah

Autonomia nella riproduzione sociale e “contropolitiche”

Cosa consente di spiegare perché, e a quale scopo, le comunità adivasi hanno mantenuto i loro valori relativamente egualitari se confrontati con i vicini ancora divisi in caste?
L’autonomia nel controllo diretto dei mezzi di sussistenza, in particolare le risorse del territorio e forestali, è importante nella misura in cui limita la penetrazione nella società di strutture di dominio, di stratificazione e di sfruttamento e consente la riproduzione sociale delle comunità adivasi secondo i propri principi. Bailey (1961, 14), ha sottolineato il senso di questa indipendenza materiale attraverso l’accesso alla terra. In una data società, più ampia è la parte di popolazione che ha accesso alla terra, più prossima è quella società alla forma tribale. Al contrario, più ampia è la quota di popolazione il cui diritto alla terra è determinato da una condizione di dipendenza più quella società si avvicina al modello della casta.

Storicamente, una bassa densità di popolazione si combinava con l’abbondanza di risorse forestali dove gran parte degli adivasi si dedicava alla raccolta di piante spontanee e alcuni coltivavano, abbattendo o bruciando la vegetazione. Con il colonialismo arrivò la deforestazione, l’appropriazione privata delle foreste e l’arrivo di persone legate al sistema delle caste hindu, con lo scopo di estrarre valore dal territorio e ‘insediare popolazione’.

Molte tribù, dopo l’arrivo di persone dall’esterno e la devastazione della propria base di sussistenza, si sono rifugiate sulle colline e nelle foreste. Oggi, la maggior parte delle comunità adivasi devono integrare le proprie capacità di sussistenza con il lavoro salariato, di tipo occasionale, migrante e stagionale, unendosi così alla massa di forza lavoro indiana occupata nell’economia informale.
Tuttavia, a differenza delle comunità dalit di casta bassa, storicamente insediata nelle pianure agricole, senza terra né accesso a risorse forestali, gli adivasi non sono di solito dipendenti dal solo lavoro salariato, e questo è importante per la loro capacità di mantenere l’autonomia nella riproduzione sociale e i valori egualitari a essa collegati. In realtà, una comparazione con le comunità dalit è corretta. A livello nazionale indiano, i dalit sono considerati avere una condizione migliore degli adivasi e nelle statistiche sull’indigenza risultano, ad esempio, meno poveri. Ma i livelli di reddito non sono tutto e, al confronto con le comunità che vivono nella foresta, i dalit soffrono maggiormente le forme di dominio, oppressione e gerarchizzazione interna. La principale differenza tra adivasi e dalit, a mio parere, è che questi ultimi non hanno controllo diretto su nessuna delle basi materiali della loro riproduzione sociale che è sempre mediata da altri gruppi umani.
Questa dipendenza significa che c’è una maggiore tendenza a ridurre la struttura gerarchica delle caste contro e dentro le comunità dalit.
[…]

Poter fare affidamento su molteplici forme di sostentamento e in particolare sul controllo diretto di alcuni dei mezzi di riproduzione, ha fornito agli adivasi l’autonomia per rimanere nel ventre del capitalismo, ma alle loro condizioni: come salariati che mantengono i loro usi sociali relativamente egualitari, più che come lavoratori ‘liberi’ i cui valori in buona sostanza mutano con il capitalismo.
Le implicazioni politiche di questa differenza sono ampie. Quanti dai margini hanno atteso che società come quella adivasi entrassero in una fase di proletarizzazione completa, per poter iniziare una lotta di classe, hanno basato il loro modello su una storia della proletarizzazione prettamente europea, che non è presente nel resto del mondo e si sta rapidamente diffondendo dove è stato possibile (Bernstein 2007; Bremen e van der Linden 2014; Therborn 2012). Nel caso degli adivasi, la lotta per la tutela dei diritti sulla terra e le risorse forestali è particolarmente importante non solo per la protezione delle fonti di sostentamento, come si sostiene comunemente, ma anche perché il controllo sui mezzi di riproduzione sociale consente la persistenza dei valori sociali egualitari in una società altrimenti segnata da gerarchie e disuguaglianze. Infatti, come spiegato recentemente da un report dell’High level committee del Governo indiano «al di là della loro marginalità, vanno apprezzati molti aspetti positivi della società tribale e va riconosciuto che i non indigeni hanno molto da imparare dalla ricchezza delle culture tribali e dal loro sistema di conoscenza» (Governo indiano 2014, p. 25).

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Se consideriamo l’autonomia nell’accesso diretto ad alcuni dei mezzi di riproduzione sociale come uno degli assi su cui misurare l’egualitarismo delle comunità adivasi, un altro asse è rappresentato dalle loro politiche di opposizione agli ampi processi politico-economici cui sono stati soggetti, elaborando e mantenendo princìpi che hanno preservato a lungo. Gli adivasi hanno reagito alla penetrazione coloniale delle loro aree e all’erosione dell’accesso alla terra e alla foresta attraverso una serie di violente rivolte in tutta l’India centroorientale; l’insurrezione Kol, quella Santhal Hul, il movimento Sardar e la ribellione di Birsa sono solo alcuni esempi1. Mentre Kumar Suresh Singh (1982) e Ranajit Guha (1999) hanno fatto molto per attirare la nostra attenzione su queste insurrezioni, gli adivasi hanno anche reagito affermando i propri valori e ideali che, per quanto influenzati dal contatto con la società che li circonda, non si uniformano alle sue gerarchie. I valori egualitari degli adivasi e le loro forme rituali – la selezione dei leader o la caccia guidata dalle donne, ad esempio – erano la misura della loro resistenza. Infatti, si potrebbe obiettare che il risultato delle ribellioni adivasi del passato sia la garanzia di una certa tutela nell’accesso a terra e foreste, che lascia loro autonomia per le loro “contropolitiche” (ad esempio, attraverso il Chotanagpur tenancy act, che fu il risultato della rivolta di Birsa Munda nel 1900).

Le “contropolitiche” dell’egualitarismo adivasi possono essere viste come una reazione allo sfruttamento cui sono soggetti in termini classisti. Una sorta di lotta di classe, nel senso indicato da Edward P. Thompson di “lotta di classe senza classe” (Thompson 1978). È un’idea che presta attenzione all’etica della classe operaia per come si esprime nel suo confrontarsi quotidianamente con il capitalismo, e che ha le proprie radici nella costruzione di valori durante il XIX secolo, nell’ideale proletario di un assalto al capitalismo. Mentre Thompson si concentrava sull’idea di giustizia come centrale nella lotta di classe, nel caso degli adivasi, probabilmente, sono gli ideali egualitari, espressi in maniera autonoma, a rappresentare la cifra della lotta di classe contro lo sfruttamento del loro modello sociale.

La lotta di classe adivasi non li rende una società contro lo stato, come Pierre Clastres ha osservato per gli indigeni dell’Amazzonia (1987). Né li rende semplicemente una società che si muove al di fuori dello stato, secondo lo schema proposto da James Scott (2009). Sono società che hanno elaborato diritti dentro un sistema di oppressione che avanza alla soglia delle loro case – hanno sempre vissuto nella sua ombra (Shah 2010) – e hanno sviluppato “contropolitiche” in risposta e nel confronto con lo stato. Detto ciò, pensare come lotta di classe le “contropolitiche” ispirate dal sistema di valori adivasi e l’autonomia dai loro vicini gerarchizzati non significa affermare che questisiano separati o isolati dal resto dell’India. […] Inoltre, affermare che gli adivasi hanno elaborato delle “contropolitiche”, non vuol dire considerarli una sorta di museo del nostro passato. Vivono nel nostro tempo. Sono in costante ricerca di una risposta alle circostanze in cui si trovano. Sono ciò che Levi-Strauss definiva bricoleurs sempre all’opera nel costruire qualcosa di differente. È l’oppressione dei sistemi politico-economici cui sono stati soggetti ad aver generato le loro “contropolitiche” autonome.

Gli adivasi e lo stato

Per concludere, propongo alcune brevi riflessioni sui processi che stanno minando l’autonomia degli adivasi e loro valori. Combattuto dagli adivasi nelle insurrezioni del passato, ironicamente, è lo stato indiano che ha permesso agli adivasi di mantenere le proprie contropolitiche egualitarie, ma allo stesso tempo è sempre questo a minarne i valori. Nonostante la stretta continua, la ragione del perché le comunità tribali in India continuano ad avere accesso a terra e foreste è che lo stato, in risposta alle ribellioni adivasi, è stato costretto a introdurre una serie di provvedimenti sui diritti d’uso delle foreste e del territorio – in particolare nelle norme aggiuntive 5 e 6 della Costituzione indiana – che assicurano la tutela di questi spazi a beneficio degli adivasi.

In questa maniera l’accesso diretto degli adivasi al loro sostentamento è stato in una certa maniera protetto, assicurando loro le risorse materiali necessarie all’autonoma riproduzione del loro modello sociale, secondo i loro princìpi, anche se quell’autonomia è stata loro continuamente sottratta. Ciò nonostante, mentre da una parte lo stato indiano ha tutelato l’autonomia degli adivasi, dall’altro ha incoraggiato la loro maggiore integrazione attraverso altri processi. Il primo è stata la progressiva infiltrazione dello stato nelle società adivasi attraverso politiche di sviluppo che non tengono in giusto conto i valori culturali adivasi, ad esempio attraverso forme di educazione “mainstream” o processi di discriminazione positiva attraverso seggi riservati nel governo per le caste e le tribù riconosciute dalla normativa. Questi seggi, a mio parere, per quanto siano stati istituiti nel nome dell’uguaglianza (di fronte alla legge), sarebbero stati occupati da uno stato composto dall’homo hierachicus, uomini di casta alta che generalmente considerano gli adivasi come jungli, barbari e selvaggi (Shah 2010).
Nonostante ci siano casi di gruppi tribali che mantengono la propria identità, sempre più preoccupati di distinguersi dalla società maggioritaria per avere accesso a questi seggi , tra gli adivasi che abitano la foresta l’effetto dirompente dei seggi riservati è che, nel nome dell’uguaglianza (incorporata dallo stato indiano), le società egualitarie vengono sussunte dalle forze della gerarchia, così che i seggi riservati diventano una forza di stratificazione interna in seno a queste stesse organizzazioni sociali (Higham e Shah 2013).

Questi processi incoraggiano gli adivasi a sviluppare il desiderio di accumulazione individuale di beni, di status, di posizione e di mercificazione dei propri princìpi. Spingono gli adivasi verso le forze del capitalismo e all’aumento della disuguaglianza all’interno dei loro gruppi sociali. Questo progressivo infiltrarsi dello stato e dei relativi processi economici, produce una sorta di stratificazione di classe all’interno della società adivasi e porta all’emergere di dinamiche patriarcali. Incoraggia alcuni adivasi a introiettare i valori e le aspirazioni di una mobilità sociale guidata dalle classi alte e medie, indebolendo le loro contropolitiche autonome.

Inoltre, offrendo una protezione limitata al territorio e alle foreste degli adivasi, lo stato indiano ha sempre più promosso gli interessi del capitale, erodendo l’autonomia di cui gli adivasi avevano goduto in relazione all’accesso ai beni di sostentamento nella riproduzione dei loro gruppi sociali.
Il massiccio processo di spossessamento, a causa delle attività minerarie, dell’accaparramento di terra per gli interessi delle grandi aziende e della riforma del Land acquisitions act2 ha reso più semplice per il capitale l’accesso alle risorse del territorio. Queste forme di accumulazione originaria hanno una lunga storia – l’attività mineraria e l’industrializzazione di queste aree datano dal tardo Ottocento – ma le nuove ondate di accumulazione per mezzo del dispossessamento nell’India neoliberale sono state accompagnate da un aspetto militare brutale. Infatti, oggi le forze controinsurrezionali dello stato indiano nelle foreste e sulle colline, segnano la morte sociale degli adivasi (Shah 2001b; Sundar 2016).

La resistenza contro questa traiettoria di sviluppo nelle foreste dell’India centroorientale è stata guidata negli anni recenti dai maoisti naxaliti, che hanno mobilitato gli adivasi. Nonostante la loro attenzione a muoversi “dalle masse per le masse”, la lotta rivoluzionaria dei naxaliti con la sua teleologia a stadi della strategia rivoluzionaria ha ampiamente mancato di riconoscere l’egualitarismo adivasi come una forma di lotta di classe (Shah 2013) e ha anche contribuito a portare lo stato e i valori del capitalismo ancora più vicino alla vita degli adivasi (Shah 2014).
L’effetto complessivo di questa traiettoria di sviluppo potrebbe essere quello di trasformare gli adivasi in caste tribali impoverite, senza null’altro da vendere se non il loro lavoro, spogliati delle loro contropolitiche egualitarie e con aspirazioni definite dai loro stessi oppressori.

In India, in risposta alla resistenza adivasi, lo stato ha tutelato un certo grado di autonomia, permettendo loro l’accesso diretto ai mezzi di sostentamento e il controllo dei mezzi di riproduzione, ma allo stesso tempo è lo stato che sta erodendo i margini di questa autonomia e dei valori egualitari, attraverso brutali metodi repressivi. Ciò di cui c’è forse maggior bisogno sono studi approfonditi che provino a comprendere i valori adivasi in aree diverse del paese e un quadro teorico comparativo in grado di spiegare processi di mutamento e continuità attraverso l’area.

Tutte le foto presenti in questo articolo su gentile concessione di Alpa Shah. Qua potete trovarne altre.

Bibliografia

Bailey, F.G. (1961) “Tribe” and “Caste” in India, «Contributions to Indian Sociology», 5, pp. 7-19.

Bernstein, H (2007) Capital and Labour from Centre to Margins, paper presentato alla conferenza Living on the Margins, Stellenbosch, 26-28 marzo.

Breman, J., van der Linden, M. (2014) Informalising the Economy: The Return of the Social Question at a Global Level, «Development and Change», 45 (5), pp. 920-940.

Clastres, P., (1987) Society Against the State: Essays in Political Anthropology, Zone Books, New York [I ed. Paris 1974, trad. it. La società contro lo Stato. Ricerche di antropologia politica, Feltrinelli, Milano 1977].

Governo indiano (2014) Reporto of the High Level Committee on Socioeconomic, Heatlh and Education Status of Tribal Communities of India, Governo indiano, New Delhi.

Guha, R. (1999) Elementary Aspects on Peasant Insurgency in Colonial India, Duke University Press, Durham, NC [I ed. Delhi 1983].

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Levi-Strauss, C. (1966) The Savage Mind, Weidenfeld and Nicolson, Londra.

Scott, J. (2009) The Art of Not Being Governed: An Anarchist History of Upland Southeast Asia, Yale University Press, New Haven, trad. it. L’arte di non essere governati. Una storia anarchica degli altopiani del Sud-est asiatico, Einaudi, Torino, 2020.

Shah, A. (2010) In the Shadows of the State: Indigenous Politics, Environmentalism and Insurgency in Jharkand, Duke University Press, Durham.
(2011) India Burning: The Maoist Revolution, in A Companion to the Anthropology of India, a cura di Clark-Deces I, Wiley-Blackwell, Chichester, pp. 332 -353.
(2013) The Tensions Over Liberal Citizenship in a Marxist Revolutionary Situation: The Maoists in India, «Critique of Anthropology»,33 (1), pp. 91-109.
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Singh, K.S. (a cura di) (1982), Tribal Movements in India, vol. 1 e 2, Manohar Publishers, New Delhi.

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Thompson, E.P. (1978) Eighteenth-century English Society: Class Struggle Without Class, «Social History», 3 (2), 133-165.


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