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Il conflitto nel Nagorno Karabakh, una storia (anche) di calcio

Abbiamo chiesto a Gianni Galleri, autore del libro Curva Est, incentrato sul panorama calcistico dei Balcani (e non solo), di raccontarci qualcosa sul conflitto in Nagorno Karabakh e su come questo si sia intrecciato con il calcio. Conflitto cui ha dato eco in Occidente proprio un giocatore, il calciatore della AS Roma Henrikh Mkhitaryan.

Il conflitto nel Nagorno Karabakh, una storia (anche) di calcio

di Gianni Galleri

Una squadra che deve giocare a chilometri e chilometri dalla sua città, ormai distrutta. Una capitale sotto i missili, dove il calcio che fu grande ai tempi sovietici, oggi è solo un ricordo. «Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone» – cantava De Gregori –, figuriamoci se si arresta davanti a una porta da calcio. E così, travolgendo la vita di centinaia di migliaia di persone, la guerra del Nagorno Karabakh ha colpito anche il calcio caucasico, riducendone ulteriormente la già scarsa visibilità e trasformandolo, talvolta, in un mero strumento di propaganda.

La mattina del 27 settembre si è riaperto il conflitto del Nagorno Karabakh, che vede contrapposti gli interessi dei due stati ex sovietici, Armenia e Azerbaijan. Il conflitto si trascina dalla fine degli anni ottanta, con l’apice raggiunto negli anni novanta e una tregua più volte violata, ma che sembrava poter arrivare fino ad oggi. Poi, a luglio 2020, si è sparato di nuovo e a settembre la situazione è degenerata.

Non è questo il luogo per ricercare le cause di un conflitto così complesso ma, a beneficio del lettore, si può tracciare un breve riassunto, che non contribuirà a individuare torti e ragioni, ma che aiuterà ad avere un’idea più completa della vicenda.

Storia di un’area contesa

Quando agli inizi degli anni venti i bolscevichi conquistarono la zona transcaucasica (corrispondente più o meno a Georgia, Armenia e Azerbaijan), organizzarono il territorio non solo su base etnica, ma anche per interesse politico. L’idea era quella di fare un “regalo” al neonato stato turco, sperando di attrarlo nell’orbita comunista. Fu così che il territorio del Nagorno Karabakh, dove al tempo la quasi totalità della popolazione era armena, fu assegnato alla Repubblica socialista sovietica dell’Azerbaijan, tradizionalmente ed etnicamente più vicino alla Turchia che all’Armenia. Anche la regione più meridionale dell’Armenia doveva fare la stessa fine, ma un movimento di resistenza locale fece in modo che i governanti da Mosca rinunciassero all’idea. In questo modo si isolò la provincia azera del Naxçıvan, oggi un’exclave incastrata fra Iran, Turchia e Armenia, mentre il Nagorno Karabakh ricevette lo statuto di regione autonoma, o oblast’. Queste regioni autonome venivano create all’interno delle repubbliche che costituivano l’Urss, laddove c’erano delle minoranze che rappresentavano già di per sé entità autonome con diversi gradi di autogoverno. Questa organizzazione, nel progetto bolscevico degli anni venti, doveva essere temporanea e inizialmente servire per permettere ai vari gruppi nazionali di “assorbire gli insegnamenti del socialismo” nella propria lingua madre, in modo da poter superare quanto prima i vari nazionalismi. Con il tempo però si formarono delle élite locali che non avevano interesse a perdere le loro posizioni e a causa di ciò la struttura è rimasta tale, non subendo evoluzioni. Quando l’Unione sovietica è crollata le regioni autonome sono diventate molto importanti, perché dove c’era un oblast’ esistevano già istituzioni locali intorno alle quali organizzare i movimenti di indipendenza. Oggi alcuni dei luoghi più complessi della geografia post-sovietica sono infatti vecchie regioni autonome, come la Transinistria, l’Ossezia, l’Abkhazia e, appunto, il Nagorno Karabakh.

Durante gli anni dell’Unione sovietica, la questione del Nagorno Karabakh era meno sentita: le popolazioni si stavano mescolando e i confini erano meno rigidi. La situazione cambiò radicalmente alla fine del periodo sovietico, quando la popolazione armena della regione autonoma – denunciando un’azerificazione dell’area – cercò di ricongiungersi alla Repubblica socialista sovietica d’Armenia. Da quel momento si susseguirono azioni dall’una e dall’altra parte mirate a segnare l’appartenenza nazionale, alle quali seguirono uccisioni e pogrom in Nagorno Karabakh e nelle due repubbliche coinvolte1.

Nell’agosto del 1991 l’Azerbaigian si staccò dall’Urss. Appellandosi ad una legge dell’Unione, in quanto oblast’, il Nagorno Karabakh decise di non seguire la Repubblica azera e manifestò la sua volontà di avvicinarsi all’Armenia. Furono prese una serie di misure tese ad invalidare le mosse dell’altra parte, fino a quando, il 6 gennaio del 1992, il Nagorno Karabakh si autoproclamò ufficialmente Repubblica. 25 giorni dopo iniziarono i bombardamenti azeri. Immediato fu l’appoggio dell’esercito armeno al neonato stato. In più vennero coinvolti i due grandi vicini, da una parte la Russia, che secondo molte fonti rifornì di armi entrambe le parti in causa, dall’altra la Turchia, che secondo l’Armenia fornì aiuto agli azeri. La guerra andò avanti fino al 1994, quando il 5 maggio a Bişkek, capitale del Kirghizistan, venne firmato un accordo. Il 12 maggio i ministri della difesa di Armenia, Azerbaigian e Nagorno Karabakh si ritrovarono per firmare un cessate-il-fuoco in vigore dalla mezzanotte del 17 maggio. Accordo di pace,che venne però regolarmente disatteso. Furono infatti molte le violazioni dei cessate-il-fuoco.

Prima di settembre questa guerra aveva causato circa 30 mila morti, quasi 100 mila feriti e moltissimi sfollati. Ma soprattutto il conflitto aveva iniettato un odio difficilmente superabile fra le popolazioni di questi due stati, che pur nella loro diversità (religiosa ed etnica) avevano vissuto fianco a fianco per quasi settant’anni sotto la bandiera dell’Unione sovietica.

Il calcio in guerra

Mentre i primi missili cadevano su Stepanakert, il calciatore Henrikh Mkhitaryan lanciava appelli su Twitter, raccontando ciò che stava succedendo in Nagorno Karabakh. Il giocatore della Roma sfruttava la sua grande notorietà nazionale e internazionale, notorietà che lo ha portato a essere uno dei personaggi più amati del suo paese. E non solo grazie al calcio: in patria è molto apprezzato e ascoltato (il suo curriculum fuori dal campo gli fornisce una certa autorevolezza: ha studiato, infatti, economia e scienze motorie e parla sette lingue, ovvero armeno, russo, ucraino, francese, inglese, tedesco e portoghese). Mkhitaryan ha sempre espresso la sua opinione sulla vicenda del Nagorno Karabakh, un’opinione che è poi quella condivisa anche dalla maggior parte degli armeni, cioè che la regione è armena e la Repubblica dell’Artsakh (il nome politico con cui gli armeni chiamano l’entità che governa il territorio del Nagorno Karabakh) ha tutto il diritto di esistere. Non appena le bombe sono cadute su Stepanakert, il calciatore della Roma ha scritto sui social: «Mi sono svegliato apprendendo dell’attacco dell’esercito azero che prende di mira la popolazione civile. Chiedo alla comunità internazionale di intervenire con urgenza. Abbiamo il diritto inalienabile di vivere nella nostra patria senza una minaccia esistenziale». Da quel momento, Mkhitaryan ha sfruttato la sua posizione privilegiata per inviare al mondo diversi messaggi, tesi a non far cadere il conflitto in un dimenticatoio che in questo caso danneggerebbe soprattutto l’Armenia, che si trova in una situazione di debolezza rispetto al vicino azero.

Infatti l’evolversi della guerra, sta segnando un predominio azero, grazie anche all’intervento logistico, ma probabilmente non solo tale – della Turchia, che in questo modo sta mandando al mondo messaggi panturchi e di grandeur come non si vedevano da tempo. La Russia, invece, al momento non sta prendendo una posizione fra i due paesi in conflitto, nonostante sia da molti considerata il convitato di pietra della vicenda e la madre putativa dell’Armenia. Al momento è escluso un intervento di Mosca a fianco di Erevan: non c’è la volontà di inimicarsi Baku (e il suo petrolio) che in tal caso cadrebbe definitivamente fra le braccia di Ankara. Con questi presupposti, l’Azerbaijan sta recuperando posizioni nei territori contesi, a differenza di quanto successe negli anni novanta quando fu l’esercito armeno ad avere la meglio.

Fu proprio nella fase di predominio armeno della guerra che venne rasa al suolo la città di Ağdam. Fondata nei primi anni del 1800, sembra che dovesse il suo nome ad ağ “bianco” e dam “casa”, in riferimento alla “casa bianca illuminata dal sole” che era stata voluta da Panah Ali Khan, fondatore del Canato del Karabakh. Secondo il censimento sovietico, nel 1991 la città aveva 39 mila abitanti e durante la guerra veniva usata dalle truppe azere come avamposto missilistico contro le città a maggioranza armena. Con la controffensiva, il 12 giugno 1993 iniziò il bombardamento di Ağdam da parte dell’esercito armeno. Quando il 23 luglio i cannoni tacquero la città era caduta. Ma non solo: era stata praticamente rasa al suolo. Era stato distrutto quasi tutto, e ancora oggi – che Ağdam ha cambiato nome in Akna – nessuno ci vive e, all’occhio dei pochi visitatori di passaggio, appare come una vera e propria città fantasma.

In quel bombardamento non si salvò ovviamente neanche lo stadio cittadino, che pochi mesi prima aveva visto trionfare per la prima volta il Qarabağ Ağdam nel campionato nazionale. Il 1° agosto la squadra firmò il double, conquistando la coppa nazionale, ma la partita si svolse lontana da casa, a Baku, dove da quel momento avrebbe giocato tutte le partite casalinghe. La squadra che porta nel simbolo due cavalli neri, tipici della zona del Karabakh, oggi è una delle realtà più importanti del campionato azero e ha spodestato la più blasonata squadra dei tempi sovietici, il Neftçi Baku. Con l’ingresso in società del colosso del cibo Azersun Holding e con l’arrivo sulla panchina di Gurban Gurbanov, il Qarabağ ha vinto sette campionati di fila (negli ultimi sette anni), raggiungendo proprio il Neftçi, come squadra più vincente del paese (otto titoli ciascuna).

Gli anni novanta erano altri tempi, dal punto di vista dei risultati, e la squadra di Ağdam non spiccava certo per una particolare propensione alla vittoria. Erano gli ultimi anni di Allahverdi Baghirov. Nato in città nel 1946, era un grande appassionato di sport. Verso la metà degli anni sessanta entrò nel giro della squadra che al tempo si chiamava Mehsul e ne divenne anche capitano. Poco dopo il club, a causa della mancanza di fondi, cessò l’attività e venne rifondato solo dieci anni dopo. Baghirov, che nel frattempo aveva appeso gli scarpini al chiodo, fu incaricato di guidare la squadra, cosa che fece con passione per moltissimi anni. Allo scoppio della guerra, all’inizio degli anni Novanta, insieme al fratello guidò un battaglione e, secondo fonti azere, si distinse nella difesa di Khojaly, città teatro di un massacro di popolazione azera durante la guerra. Il 12 giugno 1992 perse la vita a causa dello scoppio di una mina anticarro urtata dalla sua jeep, sulla strada verso Ağdam. Due anni dopo il governo azero lo nominò eroe nazionale. Non fece in tempo a vedere i successi della sua squadra, ma ancora oggi è considerato una delle bandiere del club.

I resti di uno sport distrutto

Ovviamente il calcio, come ogni altra attività non essenziale, è stato sospeso nella Repubblica dell’Artsakh, e niente rimane del piccolo campionato locale (non riconosciuto né dalla Uefa, né dalla Fifa, ma solo dal Conifa2). Non gioca più il Lernayin Artsakh Stepanakert, la più gloriosa squadra di calcio della regione. Nel 1977, con il nome di Karabakh Stepanakert, vinse il torneo regionale, accedendo al livello più basso del campionato nazionale. Grazie ad alcuni rinforzi arrivati da Erevan, come Hovhannes Zanazanyan e Suren Martirosyan, che avevano giocato nel grande Ararat campione nazionale nel 1973, la squadra raggiunse ottimi risultati, restando per un decennio in terza divisione. Solo alla fine dei novanta, iniziò il declino. Mentre l’Ağdam da Kooperator diventava proprio Qarabağ, il Karabakh Stepanakert cambiò nome in Artsakh. Ma in quegli anni il calcio in Nagorno Karabakh cominciava a diventare per tutti di importanza secondaria.

Eppure a Stepanakert ci hanno anche provato a usare il calcio per rafforzare l’identità e ottenere riconoscimento dall’esterno. Sembra un secolo fa, ma era solo l’estate del 2019 quando nella capitale dell’Artsakh si sono disputati gli Europei Conifa, ovvero la competizione fra quegli stati o regioni non ufficialmente riconosciuti dalla comunità internazionale. All’interno del Conifa ci sono diverse realtà, con situazioni politiche molto diverse fra loro. Per fare qualche esempio ci sono l’Ossezia del Sud, l’Abcasia, ma anche la Sardegna o la Padania. Tuttavia l’obiettivo della manifestazione era quello di portare qualche riflettore sull’area e in parte lo scopo è stato raggiunto. Per la cronaca, il torneo è stato vinto dall’Ossezia del Sud, davanti all’Armenia occidentale.

Tornando a quello che sta succedendo oggi, come in tutte le guerre, è iniziato anche il conflitto della comunicazione. Le squadre turche e i suoi tifosi – traminte i canali ufficiali Twitter – si schierano apertamente per la causa azera (anche gruppi tradizionalmente inclusivi come i Çarşı del Beşiktaş) e dall’Iran l’account twitter del Traktor Tabriz (della regione dell’Azerbaijan occidentale) è il più entusiasta e rilancia le iniziative di supporto direttamente in azero e in turco, lasciando il persiano solo per le comunicazioni calcistiche (come i nomi dei marcatori e i risultati). Da lato armeno, aveva molto colpito la storia del capitano della nazionale Varazdat Haroyan, che era stato svincolato dal Ural Ekaterinburg e stava per firmare con i greci del Larissa. Alla fine il trasferimento era saltato e la società ellenica aveva pubblicato un comunicato dove riportava che il giocatore aveva rinunciato all’ingaggio perché richiamato al fronte, come tutti gli uomini armeni con meno di quarant’anni. Una notizia che aveva fatto il giro dei media, destando grande scalpore, ma che era stata poi smentita (con minore diffusione e risonanza) direttamente dall’agente del calciatore che si era detto sorpreso per la versione dei fatti. Oggi Haroyan è un nuovo giocatore del Tambov, squadra che milita nella massima serie russa.

L’importanza del calcio in Armenia è sempre stata molto limitata, fin dai tempi dell’Unione sovietica. I titoli conquistati dall’Ararat sono stati più frutto dell’imprevedibilità del campionato sovietico, che il risultato di un’attenzione viscerale e un amore profondo della gente di Eravan per il gioco. Allo stesso modo, e forse ancor di più, le squadre azere non sono mai contate niente nello scacchiere sovietico del calcio. Un terzo posto nel 1966 e nessuna personalità di spicco da ricordare, eccezion fatta per Tofiq Bahramov, che però era un guardalinee e ha avuto l’unico merito di convalidare il famoso gol di Geoff Hurst, con il quale gli inglesi piegarono i tedeschi nella finale dei campionati del mondo del 1966. Oggi a Baku le cose sono un po’ cambiate e il benessere petrolifero ha fatto in modo che si costruisse una politica di “soft power” sportivo da esportare nel mondo. Vanno in questa direzione i buoni risultati delle squadre azere (in proporzione a quelle dell’area) nelle coppe europee, ma anche l’assegnazione della finale di Europa League 2019, che Mhktaryan non ha potuto giocare per ragioni di sicurezza, o lo svolgimento del Gran premio di Formula 1 per le vie della capitale del paese.

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