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Al Diavolo!

Germano Nicolini (26 novembre 1919 – 24 ottobre 2020), meglio conosciuto come “Comandante Diavolo”, è una figura fondamentale nella storia e nella memoria della Resistenza. Abbiamo chiesto a Simeone Del Prete di provare a ricordare alcuni aspetti della sua figura, delle sue scelte, del contesto nel quale, malgrado tutto, il ‘Comandante Diavolo’ ha esercitato la sua libertà.

di Simeone Del Prete

Tanto si è scritto in questi giorni sulla scomparsa del partigiano reggiano ed ex-sindaco di Correggio Germano Nicolini, spentosi il 24 ottobre scorso a pochi giorni dal suo centunesimo compleanno. Il glorioso “Comandante Diavolo” – questo il soprannome che una rocambolesca fuga dai tedeschi gli aveva lasciato in dote – è stato uno dei protagonisti della Resistenza emiliana, una Resistenza prevalentemente di pianura che, proprio per questa sua caratteristica, aveva trovato nel paesaggio umano, più che in quello morfologico del territorio, il proprio rifugio. Considerato uno dei più coraggiosi e generosi combattenti della Resistenza reggiana, “Dièvel” aveva palesato durante la lotta partigiana le sue «brillanti doti di organizzatore e comandante […], sprezzante di ogni pericolo»1, aveva condotto con temerarie operazioni contro un nemico ampiamente soverchiante e crudelmente repressivo nei confronti dei partigiani e della popolazione civile.

L’abnegazione dimostrata in quel frangente lo portò a diventare nell’immediato dopoguerra una personalità di riferimento della transizione politica correggese, tanto che nel 1946 il consiglio comunale nel quale era stato eletto pochi mesi prima lo nominò, anche grazie ai voti di alcuni consiglieri dell’opposizione democristiana, sindaco della città. Ben presto, però, questa situazione mutò tragicamente di segno: suo malgrado condannato alla pena di 22 anni di detenzione ingiustamente inflittagli nel processo per l’omicidio di don Umberto Pessina, un sacerdote ucciso nel giugno del 1946 in uno dei numerosi episodi di violenza politica che punteggiarono il dopoguerra del “triangolo rosso”, Germano Nicolini dovette scontare 10 anni di carcere da innocente – aggravati dall’imbarazzata reticenza del Pci e dall’omertoso silenzio dei reali autori dell’esecuzione – prima di poter beneficiare di un indulto.

Diavolo - Germano Nicolini visto da Simeone De Prete
Reggio Emilia, 3 maggio 1945. Partigiani prima della sfilata (via: Istoreco).

Molti contributi hanno ripercorso l’infausta vicenda dell’indebita condanna irrogata contro Nicolini, mettendo in luce il campionario di storture procedurali, manomissioni del materiale inquisitorio, interferenze esterne sui magistrati e contraddittorie testimonianze di cui si nutrì l’intero impianto accusatorio2. Da più parti anche in questi giorni si è ripercorso il processo celebrato a Perugia: esso però, complice l’intollerabile sconcezza di alcune sue istanze, troppo spesso è stato riletto secondo la categoria di eccezionalità come un unicum nel panorama postbellico, mentre ben più raramente è stato messo in correlazione con le numerose montature giudiziarie che a partire dalla fine degli anni ’40 riempirono di partigiani le carceri italiane, che a rigor di logica, invece, avrebbero dovuto essere popolate di collaborazionisti e criminali di guerra fascisti.

Non basta però leggere la traversia processuale vissuta dal “Comandante Diavolo” come uno scandalo giudiziario con pochi pari nella storia repubblicana, che pure ne è ampiamente infarcita. Per comprenderne pienamente la gravità è necessario che essa venga conosciuta anche e soprattutto in quanto pagina più significativa di una vicenda politico-giuridica di più ampia portata: quella dell’azione legale cavillosa, pretestuosa e ultra-criminalizzante che nell’immediato dopoguerra condusse alla sbarra, annichilendole, le istanze di conflittualità politica e sociale germogliate durante la guerra civile. Quello che ha visto protagonista Nicolini non è altro, infatti, che un episodio – forse il più celebre e scandaloso – del processo alla Resistenza , l’ondata di indagini, istruttorie e procedimenti penali che nel dopoguerra si abbatté non solo sugli animatori delle traiettorie più conflittuali della lotta resistenziale, ma anche su centinaia di ex-combattenti che, come “Dièvel”, nulla avevano a che fare con le accuse a loro addebitate3. La storia di Nicolini è quindi anche quella di una stagione di repressione penale pregiudizialmente spietata e politicamente motivata, condotta contro migliaia di ex-combattenti che, anche sulla scorta di una fallita riformulazione del codice penale militare di guerra e del mancato accreditamento della piena legittimità bellica delle loro gesta furono portati alla sbarra secondo il codice penale ereditato dal fascismo4. È la storia di centinaia di procedimenti penali celebrati sotto le insegne della Repubblica ma in adesione ai dettami dell’ultra-repressivo codice Rocco, di fronte al quale «i fatti rivoluzionari o resistenti compiuti dai combattenti della lotta clandestina dovevano necessariamente apparire come atti criminali compiuti da ribelli»5.

La vicenda del “Comandante Diavolo” è quindi anche la prova lampante di un cambio di fase storica e il certificato di una drammatica circolarità: quella di una giustizia transizionale6 che in pochi anni passò dal ripulire indulgentemente la lavagna dei crimini fascisti con “colpi di spugna”7 amnistiali e sentenze talvolta eccessivamente corrive con gli imputati, al perseguire con accanimento non solo gli autori di episodi di giustizia sommaria dell’immediato dopoguerra, ma anche le condotte, derubricate sul piano della criminalità comune, dei combattenti durante i venti mesi di Resistenza.

Diavolo - Germano Nicolini visto da Simeone De Prete
Reggio Emilia, 24 aprile 1945. Avanguardie partigiane entrano in città (via: Fototeca Istoreco)

La vicenda di “Diavolo” ci parla dunque di un’azione giudiziaria che era evidente gemmazione del feroce anticomunismo radicatosi negli ambienti governativi con l’acuirsi della Guerra fredda e che trova la sua ragione negli intendimenti tra l’esecutivo e una magistratura che, scampata a un processo significativo d’epurazione, esercitava le proprie funzioni palesando l’introiezione degli atteggiamenti giurisprudenziali repressivi e criminalizzanti dell’Italia fascista. Essa, inoltre, funge da plastica rappresentazione delle dinamiche di una persecuzione penale in cui l’ardore repressivo di giudici intenti a mettere in campo una ritorsiva “resa dei conti processuale”, atta a stroncare la conflittualità politica incarnata dal partigianato, si accompagnava a una tendenziale e sovente tendenziosa attitudine a «depoliticizzare i procedimenti che lo erano naturaliter»8. L’assetto appena eviscerato si traduceva nella stragrande maggioranza dei processi in un’equazione quasi meccanica partigiano-delinquente, nell’assimilazione tout court della ribellione al potere costituito alla criminalità comune e in un conseguente pregiudizio di colpevolezza degli imputati: questi ultimi erano inoltre sovente sottoposti anche alla vessatorietà della carcerazione preventiva, al ricorso disinvolto del trasferimento dei processi per legittima suspicione verso corti tendenzialmente più restie ad assolverli e agli arbìtri degli inquirenti, che non raramente concretizzavano le reazionarie pratiche di polizia sedimentatesi negli anni del regime.

Quella di Germano Nicolini è quindi una vicenda che sostanzia drammaticamente di fronte agli occhi degli storici l’«insipienza e la dolosa volontà»9 della magistratura e degli esecutivi degasperiani nell’avvio di azioni penali fino a quel momento frenate per «non far insospettire i comunisti»10 e che affresca fedelmente le responsabilità della classe politica antifascista dei primi governi repubblicani nel non aver garantito piena legittimazione giuridica e morale al movimento partigiano. È la storia di un vero e proprio “ribaltamento giuridico della realtà” secondo cui la neonata Repubblica, formalmente fondata sui valori della Resistenza, perseguitava, attraverso apparati e atteggiamenti che non avevano subito significative soluzioni di continuità rispetto al fascismo, alcuni animatori del movimento in cui essa riteneva di affondare le proprie radici.

Diavolo nel 1945
Germano Nicolini (1945 ca; via Wikimedia)

Ma la vicenda del “Comandante Diavolo” non è soltanto questo. Non è soltanto la storia di un sistema giudiziario che, per continuità di pratiche e fervore repressivo, sembra proiettare dietro alla stagione del centrismo degasperiano l’ombra di una spaventosa correlazione tra istanze politiche e istanze penali. La vicenda personale di Germano Nicolini è anche il ritratto di un uomo rimasto fedele per tutta la vita a una scelta, quella che nel settembre del 1943 lo portò, da ufficiale del 3° Reggimento Carri fatto prigioniero dai tedeschi, a fuggire e a unirsi al 3° battaglione della 77ª Brigata SAP “Fratelli Manfredi”. È il manifesto di una corrispondenza identitaria tra esistenza e Resistenza, in cui la scelta partigiana – come insegnatoci da Claudio Pavone11 – non è mai ipostatizzata e di per sé sussistente. È la testimonianza di un’insopprimibile pulsione all’impegno che trova le sue ragioni nel suo stesso dispiegarsi e che riscontra la sua necessità nella realtà che ci si trova di fronte ogni giorno, la traccia lunga cento anni di una scelta tanto più autentica quanto più la situazione contingente obbliga a schierarsi.

È il percorso di chi ha continuato per tutta la propria esistenza a tratteggiare la propria soggettività anche e soprattutto in funzione della scelta partigiana presa in quel lontano settembre 1943: una decisione che, in maniera paradossale ma non contraddittoria, da una parte attribuisce il valore della libertà all’atto stesso dello scegliere, dall’altra rende «impossibile evitare il rinvio ai contenuti della scelta stessa»12. È il proposito di chi ha continuato a «lottare per una causa giusta che non era terminata il 25 aprile»13 e a tenervi fede anche al termine del conflitto, dietro le sbarre di un carcere, per poi diventarne testimone una volta fuori, orgogliosamente riabilitato in un contesto totalmente mutato.

È la scelta – se è permesso il paragone – anche di un’altra partigiana, Lidia Menapace, della cui scomparsa si apprende proprio mentre vengono scritte queste righe. In altre parole, è la scelta di chi ha continuato ostinatamente, malgrado tutto, a «sognare un mondo diverso».

Addio “Diavolo” e addio Lidia, che la terra vi sia lieve.

(In copertina: 24 aprile 1945 ore 17 circa, avanguardie partigiane avanzano da Via Emilia Santo Stefano al centro di Reggio (via: Fototeca Istoreco))

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