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Le traiettorie della storia dello sport

Pubblichiamo la recensione di Gianni SIlei al numero 48 di «Zapruder», Tifo, e al primo numero di «Storia dello Sport. Rivista di studi contemporanei», apparsa sul numero 111 di «Passato e presente» in una sezione di schede curata da Lorenzo Venuti.

di Gianni SIlei

All’inizio degli anni ’80 usciva nella sezione Discussioni e letture di «Quaderni storici» un contributo di Edoardo Grendi dal titolo Lo sport, un’innovazione vittoriana? L’intervento, che si interrogava sulla «genesi dello sport» nel contesto sociale e culturale britannico letta – tra gli altri – attraverso Huizinga, Stone, Callois ed Elias, rappresenta l’ideale punto di partenza del dibattito storiografico nel nostro paese su questi temi. Analizzando i contributi di scuola anglosassone sulla storia degli sport, il contributo sottolineava come questa venisse «comunemente fatta come storia di grandi confronti e di grandi giocatori», dunque avesse «una sua dominante versione prammatica ed évenementielle». Una delle riflessioni più significative, sotto molti aspetti emblematica della scarsa considerazione riservata agli studi su queste tematiche negli anni successivi, era inserita nelle conclusioni, laddove si parlava del «nesso fra centralità culturale e irrilevanza storica» dello sport: «che la centralità culturale di un fenomeno debba costituire una ispirazione per la storia sociale» – aggiungeva nella nota a margine (anche questo è un dettaglio tutt’altro che irrilevante) – «La contro-indicazione è forse questa: che proprio tale centralità culturale induce a dare per scontato, quindi irrilevante, il fenomeno» (pp. 679-94).

Dopo oltre tre decenni la storia dello sport in Italia, a lungo negletta, è riuscita lentamente ma significativamente ad assumere una posizione, se non di centralità, di eguale dignità rispetto ad altri campi d’indagine della storia contemporanea. Il numero 48 di «Zapruder» dedicato alla geografia del tifo sportivo, uscito nel gennaio 2019, e l’avvio della rivista online «Storia dello Sport. Rivista di studi contemporanei», inaugurata nel maggio 2019 sotto la direzione scientifica di Francesco Bonini, Patrizia Dogliani, Sergio Giuntini e giornalistica di Dario Ricci, rappresentano due interessanti e significativi punti di approdo ideali di questo filone di studi.

Nelle sue riflessioni del 1983, mettendo in guardia dal ricorso a una modellistica schiacciata su paradigmi di taglio sociologico, Grendi sottolineava che «il rapporto società-sport comporta […] un recupero di “carne e sangue” e innanzitutto i fenomeni associativi connessi» (p. 690). Proprio questi aspetti, compresi i risvolti emotivi e passionali, sono al centro di Tifo. Conflitti, identità e trasformazioni con cui, come scrivono nell’editoriale di «Zapruder» Alice Corte, Lidia Martin e Alessandro Stoppoloni, non ci si limita «alle vicende degli atleti e delle atlete o al massimo di chi li/le allena» ma si propone di lavorare «su tutto quello che c’è intorno: contesto sociale e culturale, presidenti, tecnici, dirigenti e, appunto, tifosi e tifose» (corsivo mio): partendo dalla convinzione che il tifo, qui analizzato con una periodizzazione di lunga durata – proponendo in apertura un confronto tra sport e spettacolo nell’antichità e ai nostri tempi – e con una prospettiva comparata, «sia un terreno sui cui i conflitti» di varia natura «possono svilupparsi a prescindere dalla zona del mondo e dello sport che si prende in esame» (p. 9). Ne emerge un quadro che descrive da diverse angolature e con differenti linguaggi questo modo di vivere l’evento sportivo.

Particolarmente interessante il contributo di Leonardo Teti, Torce fumoni e striscioni, incentrato sul risvolto «estetico» (importante, se non addirittura fondativo del “modello identitario” del tifo calcistico italiano), dedicato alle scenografie delle curve negli anni ’80 e ’90, accompagnato da analisi egualmente significative, anche se su temi più battuti dall’indagine storica, curate da Oscar Greco e Lidia Martin (cui si aggiunge quello di @zeropregi), su violenza e ordine pubblico negli stadi di Ilenia Rossini e su economia politica e conflitto nel calcio moderno di Lorenzo Giudici. Il quadro si allarga al contesto internazionale con un focus su calcio, tifo e nazionalismo in Jugoslavia, in cui viene posto nella giusta prospettiva il «mito del Maksimir» (Cecilia Ferrara), e sulla condizione dello sport femminile in Iran (Giuseppe Acconcia). Ampliano la visuale, spostando l’attenzione ad altre discipline, i contributi di Mauro Valeri su pubblico e questioni razziali nel pugilato tra le due guerre e quello sul Museo fiorentino del ciclismo di Alessandro Stoppoloni. Ne emerge un quadro d’insieme interessante, che si pone in linea con la più recente produzione di taglio storico, finalmente indirizzata anche su questi aspetti, ma che forse, per ammissione degli stessi curatori, è eccessivamente schiacciato sul calcio, lasciando sullo sfondo il fenomeno del tifo legato ad altre discipline (le dinamiche del tifo nei palazzetti, per fare solo un esempio).

Nel presentare il primo numero della rivista «Storia dello sport», i direttori Bonini, Dogliani e Giuntini si richiamano esplicitamente all’articolo di Grendi, sottolineando come, finalmente superata quella «polarizzazione tra storia dell’educazione fisica e storia dello sport» che si era consolidata nel contesto italiano, questo filone di studi possa finalmente intraprendere un nuovo percorso, più in linea con la produzione internazionale. «Questa rivista – scrivono – parte dell’Italia, ma intende confrontarsi nei numeri successivi (ancora in cantiere nel momento in cui scrivo, ndr), con il dibattito e le ricerche internazionali, con l’ambizione di essere un ponte negli studi europei tra nord e sud del continente e un riferimento per l’area mediterranea». Proseguire e ampliare le recenti linee di ricerca sullo sport, dunque, e nello stesso tempo, colmare una lacuna nel panorama delle riviste italiane, offrire «uno spazio scientifico» ai sempre più numerosi ricercatori in questi ambiti: queste le linee di un progetto culturale ed editoriale che, per favorire la più ampia circolazione degli studi, adotta l’ormai consolidato formato elettronico e open access. I saggi contenuti nel primo numero confermano questa impostazione, spaziando dallo sviluppo del movimento calcistico internazionale ad opera dei dirigenti svizzeri della Fifa dal 1904 al 1954 (Philippe Vonnard e Grégory Quin), all’interessante analisi della transizione dal franchismo alla democrazia vista dalla prospettiva dello sport, proposta da Juan Antonio Simón ed Eva Asensio Castañeda. Inoltre, Gino Colaussi ed Ettore Valcareggi analizzano le complesse dinamiche politico-identitarie di Trieste tra fascismo e guerra fredda, mentre alla rivincita identitaria e culturale dei Maori ottenuta (sia pure non senza una mercificazione di alcuni suoi aspetti) attraverso il rugby è dedicato l’intervento di Cristiano Poluzzi.

A completare la struttura della rivista contribuiscono le sezioni dedicate alle recensioni e ai convegni ma soprattutto quelle riguardanti i network scientifici e i Materiali: rispettivamente dedicate in questo numero alla comunità accademica online di H-Sport, creatasi nel 2010 dalla listserv “Sporthist” e composta da oltre 1.200 ricercatori (a cura di Heather L. Dichter) e alla presenza dello sport negli archivi dell’Istituto Sturzo, in particolare i fondi Democrazia Cristiana e Giulio Andreotti (illustrati da Matteo Monaco). Queste rubriche si rivelano potenzialmente interessanti proprio perché, anche in questo caso raccogliendo le riflessioni di Stefano Pivato e Angela Teja dei primi anni 2000, richiamate da Monaco in apertura – una mappatura delle consistenze archivistiche da questa particolare prospettiva può contribuire a produrre una storia dello sport che ponga al centro le carte e i documenti piuttosto che gli eventi o le imprese sportive in sé.

Sia pure in modo diverso, tanto i contributi di «Zapruder» quanto quelli di «Storia dello sport» confermano come, per parafrasare il famoso articolo di Stefano Pivato su sport, ideologia, storia e rimozioni uscito su «Italia contemporanea» nel 1989, la «pigrizia intellettuale» sia ormai un lontano ricordo (pp. 17-27). Non solo: la storia dello sport appare sempre meno, come notava in un numero dei «Quaderni di Storia dello sport» del 2014 Domenico Francesco Antonio Elia, un soggetto storiografico «in cerca di autore» (pp. 100-12). Per quanto ancora in evoluzione, insomma, per riprendere una felice espressione di Simon Martin, la storia dello sport in Italia «matters as does its sports» (2011, p. 209).

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