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SanPa o barbarie

Alla luce di una recente serie televisiva incentrata sulla vicenda della «comunità di San Patrignano», abbiamo chiesto a Ivan Severi un intervento, che parte dalla serie ma discute lo stato del (ristretto) dibattito sulle dipendenze in Italia.

SanPa o barbarie. Note su una serie (fin troppo) discussa

di Ivan Severi

There is only one thing in the world worse than being talked about,
and that is not being talked about.
(Oscar Wilde)

L’ultimo mese del 2020 ha visto l’attenzione mediatica concentrarsi su una produzione italiana di Netflix incentrata sulle bizzarre gesta di un visionario che, in anni di grande fermento culturale, tentò di costruire in Romagna una piccola nazione indipendente dall’Italia. E poi, sempre su Netflix, c’è stata una commedia che ha rivisitato in chiave molto romanzata l’esperienza dell’Isola delle Rose, a largo di Rimini.

Zombie

Inaspettatamente, e grazie anche alla povertà dell’offerta culturale alternativa alla televisione che caratterizza il tempo della pandemia, questa serie, incentrata su una comunità, ha suscitato un dibattito dal sapore nostalgico e si è presentata come l’unica alternativa plausibile a Ciao, 2020! per il bingewatching di Capodanno. La discussione si è incentrata sulla legittimità dei metodi, ovvero sul vecchio dilemma se i fini giustifichino i mezzi, dando per scontato che i fini siano chiari e condivisi. Se il paese è preso in scacco da un’orda di “zombie” in preda ad appetiti violenti, è lecito ingabbiarli, incatenarli, malmenarli e, malauguratamente, ucciderli? L’immaginario coevo ci insegnava che lo zombie è ormai qualcosa di ben lontano dall’essere umano, spianando la strada a qualsiasi comportamento disumano se funzionale ad allentare l’assedio in cui la società era cinta.

Tossici = anime perdute = zombie.

E se un individuo solo ma dalla volontà di ferro fosse in grado di riportare indietro le loro anime dalle terre dei morti? Il prezzo da pagare, per la società tutta, è la semplice rinuncia alla sovranità, accettare l’idea che il territorio sotto il controllo di questo super uomo funzioni come uno stato indipendente e con regole proprie1.

Non è peregrino il rischio che le realtà comunitarie che ruotano attorno a personaggi particolarmente carismatici assumano tratti fortemente paternalistici e autoritari, soprattutto se i “padri” sono avvolti da un’aura di bontà (Rastello 2014). “Comunità” è un termine ambiguo, in grado di esercitare una scontata attrazione su banditi, soggetti bloccati in un limbo e condannati a sostare tra ordine e caos. Un limbo relazionale, frutto della rottura dei rapporti di fiducia in seno alla famiglia e agli affetti.

Trickster

Lewis Hyde identifica tre caratteristiche principali del trickster, comuni alle diverse rappresentazioni che in luoghi e tempi diversi hanno orbitato attorno a questo archetipo. La prima caratteristica è la menzogna figlia dell’appetito: «il trickster mente perché ha un ventre, dicono i racconti; la verità ce la si deve aspettare solo da coloro il cui stomaco è pieno» (Hyde 2001, p. 92); poi viene la dimensione errabonda: «tutti i trickster amano indugiare lungo le vie di accesso, essendo questi i luoghi in cui avvengono i più importanti accadimenti» (Hyde 2001, p. 142); infine l’estraneità al gruppo, come prologo al furto: «lo splendido scambio di doni che si svolge all’interno del gruppo A non è di grande aiuto se il raccolto è scarso e se appartiene al gruppo B. Quello che gli altri non vorranno concedere lo si dovrà rubare» (Hyde 2011, pp. 231-232).

Nel Novecento l’archetipo del trickster si fa canovaccio della performance del tossico (Turner 1993), le cui “avventure” minacciano di finire male, salvo il sopraggiungere di un nuovo equilibrio, quello promesso dalla comunità. Questa accezione di “comunità” diventa il luogo in cui, attraverso un processo di rieducazione, si sopiscono gli appetiti del tossico, costruendo le basi per una nuova possibile rete relazionale e quindi il ritorno nella società.

Agli atterriti spettatori della performance, che ne sono spesso anche vittime, non pare vero di aver trovato la soluzione. Prima ancora della riabilitazione e dell’eventuale reinserimento in società, è urgente contenere i tossici e reintegrarli nel patto sociale. Così come John Locke prospettava nel Seicento per quanti tentavano di esimersi dal lavoro: imbarco coatto sulle navi ed eventuale deportazione nelle piantagioni coloniali (Locke 1993: pp. 447-480). Una triste parabola per strutture che, almeno in origine, venivano viste come alternative umane alla logica manicomiale (Basaglia 1968).

Comunità

La comunità si ingrandisce sempre di più, a guidarla c’è un magnanimo benefattore, poco importa se la consapevolezza di reggere tra le proprie mani le sorti delle vite di questa folla di banditi lo porta sull’orlo del delirio di onnipotenza. Le regole sono chiare e ferree: è necessario uno sforzo iniziale che è anche un atto di coraggio, bisogna varcare la soglia più alta e abbandonare la droga. In preda alla fame si è accolti come figli, figli di un padre severo ma disposto a tutto per il loro bene. Un regime pressoché detentivo che riduce la dimensione terapeutica al lavoro coatto e al “maternage” dei pari.

Questa non è la parabola della comunità di cui tutti parlano grazie alla serie di Netflix. Che a dire il vero è anche quella a cui la gran parte delle persone pensa in Italia quando ci si avvicina all’argomento droghe, fino a rappresentare l’idea platonica di comunità nel nostro paese. Il mio pensiero andava invece a Synanon, probabilmente il primo prototipo di comunità di recupero, fondata da Charles E. Dederich Sr. a Santa Monica (CA) nel 1958, ben vent’anni prima della San Patrignano di Muccioli (Janzen 2001). Anche lì, sebbene in modo diverso, ci fu il tentativo di costruire uno stato indipendente (fino a dichiarare una propria ambasciata) e ci scapparono i morti.

Locandina del film su Synanon (R. Quine, 1965)

Viste in prospettiva, queste storie sembrano assomigliarsi, una prospettiva che purtroppo manca alla pregevole serie su cui non mi soffermerò oltre, perché i mezzi di comunicazione ne sono stati letteralmente colonizzati. Così come erano colonizzati da Vincenzo Muccioli negli anni ottanta. Una visibilità mastodontica, quanto la stazza del fondatore, tanto da oscurare l’orizzonte ed ergersi come unica alternativa alla barbarie. Una barbarie che, in combutta con una intera classe politica, Muccioli ha dipinto, semplificando una realtà complessa dal punto di vista del consumo (Roghi 2018) così come da quello degli esperimenti sorti per affrontarne le conseguenze più deleterie (Coletti e Grosso, 2012: pp. 23-130). Semplici zombie, quindi.

Il mondo fuori

Gli innumerevoli interventi e le iniziative organizzate nelle ultime settimane da chi costituisce l’avanguardia nel dibattito sul consumo di sostanze in Italia (si vedano i webinar online di Forum Droghe) hanno sottolineato l’importanza del dibattito pubblico che si è aperto attorno alla serie di Netflix, meritevole di avere riacceso i riflettori sulla droga in Italia. È importante ricordare che la Conferenza nazionale sulle droghe, prevista dal Testo unico 309 del 9 ottobre 1990, non è convocata dal 2009 e l’ultima conferenza autoconvocata dalle associazioni per la riforma delle politiche sulle droghe prevista per il 2020 è al momento rimandata a data da definire a causa della pandemia. Il tutto senza troppo clamore.

Un segnale evidente che mi porta a dubitare di tutto questo ottimismo. La mia impressione è che a interessarsi di tali iniziative sia una cerchia di persone decisamente ristretta e che il dibattito pubblico sulle droghe in Italia si limiti alla eventuale o meno liberalizzazione della cannabis. I media mainstream non hanno raccolto il tentativo di rilancio del dibattito, si sono limitati a mettere in scena un derby tra supporter e detrattori del fondatore della comunità in oggetto e dei suoi metodi. Al massimo ci si è chiesti come sia cambiata la comunità dalla morte del Muccioli e se sia o meno vero che la famiglia Moratti abbia in qualche modo estromesso il figlio dall’eredità dinastica. Salvo qualche curioso, a presenziare agli eventi dedicati alle politiche sulla droga, temo che siano gli stessi già inseriti nella filter bubble di sostenitori e attivisti della riduzione del danno2 (Zuffa 2000) e dell’approccio di Zinberg (2019)3. Proprio tutto il lavoro fatto al di fuori della comunità è il grande assente del dibattito pubblico, questo contribuisce implicitamente a rafforzare l’idea che quella sia la soluzione, l’unica via percorribile al trattamento delle dipendenze.

Lontana anni luce la possibilità di mettere in discussione l’inevitabile interrelazione causale tra consumo e dipendenza, un modello interpretativo sempre più debole alla luce degli attuali pattern di policonsumo. Non una parola ha scalfito l’immaginario che lega il consumo alla devianza, a riprova di una difficoltà sul piano comunicativo evidente da anni e ribadita con forza durante il Convegno sui 25 anni della carta di Certaldo. È bene sottolineare che interrogarsi sui metodi di San Patrignano negli anni ottanta, non è solamente anacronistico, ma sposta l’attenzione su qualcosa che non ha alcun interesse se non dal punto di vista storico, giudiziario ed eventualmente di teoria politica. Sebbene esistano strutture che ritengono la costruzione di un’Isola delle Rose la soluzione ai problemi dei dipendenti da sostanze (la cui efficacia dell’approccio nel lungo periodo non è mai stata dimostrata in alcun modo) e sebbene vi siano persone che lì trovano la loro dimensione, non posso fare a meno di immaginarle come rami morti.

Distrazioni

Campagna itaNPUD sulla riduzione del rischio (2020).

Brancoliamo in un grande meccanismo di distrazione di massa che ci ha portato a pensare che la questione se sia o meno opportuno prendere a scapaccioni chi vuole farsi sia all’ordine del giorno nel 2021, come se lo fosse stata 1985.

E a poco serve ricordare che, appunto, il panorama delle comunità è estremamente variegato (come lo era ben prima dell’avvento di San Patrignano), quando da ItaNPUD arrivano ancora queste testimonianze:

«In maniera diversa, sicuramente in maniera più fina… in maniera più… come posso dire, sottile, viene comunque lesa la dignità della persona […]. Per mia esperienza personale, ogni volta che mettevo in discussione qualche regola della comunità, perché magari c’avevo “più periodo de comunità” rispetto ad altri ragazzi che venivano, venivo subito indirizzato dallo psichiatra per… perché così me poteva bombarda’ di farmaci e reprimere la mia personalità rispetto a quello che avrei voluto o potuto dire anche agli altri utenti. […] Quali so’ i principi, comunque, fondamentali per cui una persona se debba riprendere? Cioè, nel senso, sono per forza quelli della famiglia, della casa e del lavoro? E se io, magari invece, […] voglio curare la mia dipendenza ma mantenere la mia personalità o i miei ideali politici, allora non va bene?» (Alberto Guglielmi, Oltre SanPa Le politiche sulle droghe in Italia tra libertà e coercizione. Dibattito intorno alla docuserie Netflix “SanPa. Luci e tenebre di San Patrignano” Forum Droghe Webinar, 15.1.2021).

Dalla condizione in cui si trovano, i trickster possono sollevare il velo della menzogna (Hyde 2001), per questo forse rimangono lì sulla soglia, cercano di mostrare quello che la società vorrebbe ignorare: l’ipocrita retorica che li vuole cittadini come gli altri, ma soltanto a parole.

Ma anche queste parole sono tristemente destinate a non trovare spazio al di fuori della suddetta filter bubble.

In copertina: trickster. Via Culture Collective.

Note

1. A proposito dell’ambigua extraterritorialità (ancora?) rivendicata da San Patrignano rinvio, a titolo d’esempio, a due interventi usciti in tempi non sospetti: Antonio Polito su «la Repubblica» (1994) e Achille Saletti su «Il Fatto Quotidiano» (2010).(torna su)

2. Con riduzione del danno si identifica un insieme di strategie finalizzate a minimizzare le eventuali ripercussioni negative del consumo di droghe, sia dal punto di vista del consumatore che della società nel suo insieme.(torna su)

3. Norman Earl Zinberg (1922-1989) è stato uno psichiatra americano. È considerato un punto di riferimento per quanto riguarda gli studi sul consumo controllato di droghe, a partire dall’elaborazione del cosiddetto “triangolo di Zinberg” (1984) che sottolinea la relazione tra “drug, set e setting” (droga, atteggiamento mentale del consumatore e contesto fisico e sociale di assunzione).(torna su)

Bibliografia

Basaglia, F. (a cura di) (1968) L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, Baldini, Castoldi, Dalai, Milano.

Basaglia, F. (a cura di) (1968) L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico, Baldini, Castoldi, Dalai, Milano.

Coletti, M. e Grosso, L. (2011) La comunità terapeutica. Per persone tossicodipendenti, Edizioni Gruppo Abele, Torino.

Hyde, L. (2001) Il briccone fa il mondo. Malizia, mito e arte, Bollati Boringhieri, Torino.

Janzen, R. (2001) The Rise and Fall of Synanon. A California Utopia, The Johns Hopkins University Press, Baltimore and London.

Locke, J. (1993) Political Writings, Penguin, London-New York.

Rastello, L. (2014) I buoni, Chiarelettere, Milano.

Roghi, V. (2018) Piccola città. Una storia comune di eroina, Laterza, Roma-Bari.

Turner, V. (1993) Antropologia della performance, il Mulino, Bologna.

Zinberg, N. E. (2019) Droga, set e setting. Le basi del consumo controllato di sostanze psicoattive, Edizioni Gruppo Abele, Torino (I° edizione Yale University 1984).

Zuffa, G. (2000) I drogati e gli altri. Le politiche di riduzione del danno, Sellerio, Palermo.

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