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Finché ce ne hai stai lì, sempre lì, lì nel mezzo

Nei prossimi giorni sarà disponibile il numero 56 di Zapruder, «Branca, Branca, Branca! Ritorno al Medioevo». Qua potete leggere un’anticipazione di quel che vi aspetta, scritta dai curatori Fabrizio De Falco e Laura Righi. Se avessi la possibilità di fare una sola domanda sul Medioevo, quale faresti?

Il Medioevo tra le persone

di Fabrizio De Falco e Laura Righi

Tirato per la giacca, o per la cappa, un po’ da tutti e un po’ ovunque. Il Medioevo su, il Medioevo giù, il Medioevo a destra, il Medioevo per la sinistra. Se si pensa a quanto questo periodo storico sia narrato come distante ed estraneo al nostro, questa presenza costante diventa difficile da comprendere. Per valutare in che modo l’età di mezzo sia tra noi, un primo passo può essere una rapida ricerca su Google News. Cercando “Medioevo” si è invasi da una serie di notizie che possiamo suddividere in due macro-categorie: la prima è quella dei commenti giornalistici che usano l’aggettivo medievale in senso spregiativo per commentare una vasta e turpe gamma di azioni e idee; la seconda è quella degli articoli culturali, che si concentrano sull’arte medievale, sulla promozione di qualche borgo, o sull’arte contemporanea che guarda al Medioevo come un punto distante dal quale trarre ispirazione o spunto.

Consultando dunque le principali notizie di stampa quello che emerge e che ci sembra di potervi leggere è una frattura, un conflitto aperto tra noi e il Medioevo, che si esprime sia nel disprezzo, sia nei tentativi di ricomposizione (che suonano un po’ come “ho un sacco di amici medievali”). Un conflitto che punta sull’alterità del mondo medievale rispetto al nostro e che assume dei tratti schizofrenici in confronto alla realtà che viviamo in Italia e in Europa. Per chiarezza: siamo distantissimi dal Medioevo e diversissimi dalle persone che lo abitavano, ma lo siamo anche dai nostri trisavoli. Il problema che emerge è la narrazione di totale alterità, che è straniante se consideriamo che la maggior parte della popolazione europea è cresciuta o vive in città con istituzioni, monumenti e spesso assetti urbanistici che per quanto trasformatisi sono marcatamente medievali. Il conflitto aperto con il Medioevo assume da questo punto di vista il rango di conflitto con la nostra identità storica. Cavalcare l’onda della narrazione di un Medioevo altro da noi ci priva così di un pezzo della nostra storia e della possibilità di riconoscerci in essa. Solitamente, poi, quando si lascia campo libero nella costruzione delle identità comuni è facile che qualcun altro arrivi a colmare il vuoto, come è successo negli Stati uniti e in Europa dove le destre hanno avuto vita piuttosto facile nel diffondere l’idea di un Medioevo unico: bianco, ortodosso e nazionalista. Non proporre letture alternative porta il rischio di ritrovarsi tutte e tutti dentro una storia collettiva nella quale non ci riconosciamo o che rifiutiamo perché non ci rappresenta.

Tuttavia, per toccare con mano come e quanto questa alterità e distanza sia percepita, oltre che narrata, e anche per vedere se questo ritorno al Medioevo spaventa davvero, abbiamo deciso di fare un piccolo esperimento in vista del numero 56 di Zapruder «Branca, branca, branca. Ritorno al Medioevo», che è in uscita. Siamo andati in giro a porre una domanda solo in apparenza semplice e lo abbiamo fatto nella maniera più scomoda possibile. Abbiamo chiesto “Se avessi di fronte un medievista, quale domanda sul Medioevo – una sola – o sul suo studio faresti?”. Domanda apparentemente semplice perché tutti sanno cos’è il Medioevo, ma a nessuno è chiaro cosa effettivamente significhi; domanda sicuramente scomoda perché il medievista era presente: eravamo noi. La prima sorpresa è stata che tutti sapevano chi è un medievista, cioè uno/a storico/a che studia il Medioevo. Le risposte raccolte non hanno chiaramente un valore statistico, per via del numero e dell’ambiente circoscritto. Eppure, le 50 interviste fatte a Bologna in un fine settimana ottobrino, a persone fermate casualmente ci hanno spinto a ragionare sul numero in uscita.

Possiamo dividere le domande che abbiamo ricevuto in alcuni gruppi tematici. La maggior parte delle domande (30%) si è concentrato sulla vita quotidiana nel Medioevo. Le persone ci hanno chiesto come vivevano le persone “comuni”, chiedendoci ad esempio di raccontargli la vita di un contadino qualsiasi, o di sapere cosa mangiavano, cosa bevevano, qual era l’età media di vita e se questa dipendeva dal ceto sociale. Alcuni si sono invece soffermati sugli aspetti più sociali della vita quotidiana nel Medioevo, interrogandoci su come avveniva il corteggiamento (nello specifico se “flirtavano”)1 e con diverse domande riguardanti la percezione della sessualità, o il ruolo della castità e dell’omosessualità nella società medievali. La domanda sul corteggiamento in particolare ci è parsa curiosa, visto che questa parola ha la sua radice linguistica proprio nell’amor cortese. Chissà, forse sapere che la corte a cui si fa riferimento è del XII secolo e che era una finzione letteraria aiuterebbe a superare l’idea canonica di amore. In generale, gli intervistati sembravano interessati a comprendere le dinamiche della socialità, anche per il tramite linguistico. L’aspetto linguistico sembra interessare molto più di quanto noi ci aspettassimo, non solo ci è stato chiesto cosa parlassero le persone comuni ma ci sono state fatte anche domande più di carattere generale, come ad esempio quale fu l’evoluzione linguistica dell’Italiano nel Medioevo rispetto all’evoluzione di altre lingue, o quante lingue venivano parlate in Europa. Nel dubbio cogliamo l’occasione per proporre il latino come nuova lingua ufficiale dell’Unione europea. Mentre l’altro aspetto che più destava interesse riguardava la posizione e il ruolo delle donne nel Medioevo. E più di una volta siamo stati interrogati precisamente sulle streghe e la loro uccisione. Anche gli autori medievali effettivamente si interrogarono a lungo su chi fossero le streghe, così a lungo che lo capirono davvero in età moderna. E a partire da quel momento iniziarono a bruciarle su ampia scala. Invece, nessuno ha chiesto notizie biografiche su personaggi famosi, e non perché non li conoscessero: la nostra impressione è stata semplicemente che gli intervistati ritenessero di saperne già abbastanza, o non fossero affatto interessati.

Un altro gruppo di domande, il 20% circa, riguardava l’organizzazione della società su più piani: ci è stato chiesto ad esempio quale era il modello organizzativo alternativo a quello della piramide feudale, che sapevano essere ormai superato, oppure qual era il diritto in vigore al tempo (fortuna che avevamo detto che non avremmo risposto, altrimenti saremmo ancora là a discuterne). A questo aspetto si collegano diverse domande riguardanti la distribuzione della società sul territorio, anche da un punto di vista più strettamente urbanistico. L’impressione è che in questo caso tutti volessero provare a immaginare come nel Medioevo ci si muoveva nelle città in cui viviamo oggi.

Infine, un alto numero di domande (poco meno del 20%) si sono focalizzate sul ruolo del cristianesimo e della Chiesa medievale, in particolare tutte le domande si interrogavano su quali fossero le ragioni del suo successo nel corso dei secoli medievali. Si trattasse del ruolo della simbologia cristiana, dell’evoluzione dell’istituto matrimoniale o del modificarsi delle relazioni con le altre religioni. Quali sono le ragioni di questo successo? Gli intervistati avevano introiettato il ruolo fondamentale della Chiesa nel Medioevo europeo, ma si interrogavano sulle ragioni profonde di questo successo, riconoscendovi probabilmente un tassello importante della formazione della loro cultura.

C’è invece un grande assente: non ci è stata posta nemmeno una domanda sulla guerra, la storia militare e i cavalieri, se non per la domanda: come facevano a fare pipì i cavalieri con quelle armature?

Una nota infine sulle domande che abbiamo ricevuto da studenti o studiosi di storia (sebbene di altri periodi) che si sono concentrate più su questioni metodologiche, mettendo in discussione categorie e metodologie della storia medievale, interrogandoci in particolare sul Medioevo extra-europeo o chiedendoci, con un po’ di ironia e magari anche spocchia, perché scegliere di studiare la storia medievale.

L’intervista e la successiva analisi non hanno, come detto, un valore scientifico o statistico, non era questa l’intenzione. Crediamo che questo esperimento estemporaneo possa essere però utile per avanzare alcune riflessioni provocatorie. Infatti, leggendo queste risposte un dato ci è balzato agli occhi: gli intervistati in gran parte hanno domande e curiosità più specifiche e intelligenti rispetto alle risposte e alle informazioni fornitegli dai media e dalla divulgazione storica. Da una parte questo dato è in linea con la cronica sottovalutazione del pubblico e dei cittadini da parte degli editori e della divulgazione mainstream. Così, le domande degli intervistati mostrano che gran parte dei discorsi sul Medioevo sono calati dall’alto e non cercano di andare incontro alle persone e alle loro curiosità. La storia medievale è narrata così perché si dà per scontato che le persone siano interessate sempre a quegli stessi aspetti.

Altra cosa interessante è che molte delle domande raccolte muovono partendo dal vissuto, dalle esperienze o dai problemi degli intervistati. È una cosa normale, che lo si faccia nel ruolo di studente, di storico o di appassionato di storia. Ciò che vogliamo sottolineare è che interrogare la storia (anche quella medievale) a partire da noi, per conoscerci, vuol dire anche che si riconosce in quella storia la possibilità di trovare una risposta o un confronto. La storia solitamente non dà molte risposte a questo genere di quesiti e Cicerone, con la sua Storia maestra di vita, è costantemente smentito, eppure questo genere di domande personali mostra come gli intervistati vedono nel Medioevo un’età che fa parte di loro e della loro storia, non così tanto oscura da non poter essere interrogata con domande valide anche per la società di oggi.

Ci sembra quindi che il conflitto tra la nostra epoca e il Medioevo di cui parlavamo prima sia in maggior parte immaginato e propagandato piuttosto che specchio di un effettivo sentimento popolare (quello che nasce da meccaniche divine). Il lessico medievale contemporaneo evita accuratamente le domande e le istanze che partono dal basso, mettendo a nudo la mancanza di comunicazione tra accademia, informazione e cittadinanza. La frattura tra questi tre attori non è una caratteristica esclusiva della storia medievale ma è tanto più grande quanto maggiori sono il pregiudizio nell’affrontare questa materia e la difficoltà del maneggiare gli strumenti necessari per comprenderla.

La medievistica tende spesso a sfilarsi da questo conflitto salvo poi dolersi della sconfitta, mentre dovrebbe fare come il Medioevo e stare lì nel mezzo. Starebbe ai medievisti prendere parte alla battaglia, per affermare e far comprendere che anche il Medioevo è storia nostra, cioè di tutte e tutti, ma lo capiranno soprattutto quelli che leggeranno il nuovo numero di «Zapruder». Fare i conti con la storia è una delle lotte più grandi e non basta osservarla.2 E, se il talento si può avere o non avere, quello che assicuriamo in questa partita è che lavoreremo sui polmoni, giocando generosi.

Note

1. Certo, è appena fuori dal Medioevo come contesto ma ci sembra suggestivo.(torna su)

2. Interrogare il passato, anche quello che sembra più lontano: «is a way of raising the levels of complexity in the inquiry about current transformations», S. Sassen, Territory, Authority, Rights. From Medieval to Global Assemblages, Princeton: Princeton University Press, 2006, p.11.(torna su)

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