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«Trasformare l’operaio in “soldato”»

Guido Picelli, La mia divisa. Scritti e discorsi politici (a cura di William Gambetta). Ghezzano (PI), BFS edizioni, 2021, pp. 158.

In questo volume, curato da William Gambetta, gli scritti e i discorsi di Guido Picelli, marxista eterodosso e combattente, si intrecciano con la “guerra civile”, sottolineando la questione della risposta armata proletaria alla forza armata fascista e statuale.

«Trasformare l’operaio in “soldato”»

Marco Rossi

L’esperienza del Primo conflitto mondiale che aveva trasformato milioni di contadini ed operai in soldati e poi in ex-combattenti, assieme agli eventi della Rivoluzione russa e alla guerra civile in Italia, iniziata dal fascismo nell’aprile 1919, aprirono una fase nuova dello scontro politico e sociale, caratterizzata dall’emergere della “questione militare”, ossia dalla cruciale rilevanza delle capacità della classe lavoratrice di agire anche sul piano militare, quindi non solo facendo ricorso alla forza ma adottando tecniche, mentalità e armi proprie di un “esercito proletario”. Se in passato, la sinistra si era divisa tra riformismo parlamentare e agitazione rivoluzionaria, nel primo dopoguerra la discussione sulla tattica doveva fare i conti con uno scenario sociale inedito nonché con l’urgenza di tradurre in pratica progetti e intenzioni.

Durante la guerra italo-turca in Libia il movimento socialista, come quello anarchico e repubblicano, aveva colto l’importanza della propaganda tra i soldati di leva, spediti Oltremare per le mire coloniali del governo italiano, ma anche comandati per sparare sul “nemico interno” durante le occupazioni della terra, gli scioperi operai e i moti popolari contro la miseria. Il lavoro politico all’interno delle caserme era stato intenso, pur senza riuscire ad impedire l’aggressione alle popolazioni libiche e neppure l’intervento dell’Italia nel carnaio della guerra mondiale. Al contrario, in Russia, i rivoluzionari poterono contare su soldati e marinai che, invece di reprimere gli insorti e difendere lo zar, avevano disertato la guerra e impugnato i fucili per instaurare il potere dei soviet.

In Italia, aldilà dell’evocazione della Rivoluzione russa, furono pochi all’interno del Partito socialista e, in più in generale, nel movimento dei lavoratori a trarne insegnamento, comprendendo che era finito il tempo in cui il socialismo avanzava pacificamente nelle urne, con le manifestazioni domenicali, attraverso le lotte sindacali o, tutt’al più, con lo sciopero generale. Nonostante che la storiografia, da destra a sinistra, sia fin troppo concorde nell’addossare al massimalismo la mancata rivoluzione e la vittoria della reazione, in realtà all’interno del PSI a porsi seriamente il problema di strutturare il movimento operaio da un punto di vista militare, non furono Bordiga né Gramsci ma alcuni massimalisti e quei socialisti “spartachisti” curarono questo aspetto organizzativo all’interno della Lega proletaria, degli Arditi del popolo e nel PCdI. Tra questi si possono citare, pur nella diversità dei rispettivi percorsi, Vittorio Ambrosini, Giuseppe Mingrino, Vittorio Vidali, Bruno Fortichiari e Guido Picelli, il popolare comandante delle Barricate antifasciste di Parma dell’agosto 1922.

Picelli può essere considerato soprattutto “un uomo d’azione”, aldilà delle convinzioni politiche e della breve esperienza parlamentare, infatti nel momento che si trovò a coordinare la resistenza armata nell’Oltretorrente era un “senza partito” in quanto uscito dal Partito socialista e non ancora ammesso nel Partito comunista. Nonostante il prevalente attivismo sul versante del «problema militare operaio», strada facendo, ebbe modo di precisare le proprie idee ed ora, grazie alla ricerca curata dallo storico William Gambetta, è possibile conoscerle attraverso un’inedita quanto significativa raccolta dei suoi scritti, inquadrandole nella biografia e nel succedersi degli eventi fra il 1919 e il ‘36.

Oltre gli intenti propagandistici, dalla loro lettura si ha riscontro del suo porsi rispetto alle contingenze di quella che, senza incertezze, definiva una guerra civile, imposta dalla “duplice reazione” (statale e fascista) e senza alternative: «di fronte alla forza armata occorre la forza armata». D’altra parte, dal suo ricorrente invito alla «azione diretta» traspare anche una qualche influenza del sindacalismo rivoluzionario, particolarmente forte nel contesto e nella storia parmense. La sua visione del fronte unico proletario era peraltro di ampio respiro, tale da non rivolgersi soltanto ai reduci di guerra, ma accogliendo tra le file degli arditi del popolo di Parma anche ex-disertori, così come avvenne pure a Sarzana, Civitavecchia, Livorno, Lucca e Prato. Pur senza mettere in discussione la disciplina di Partito – dall’Urss alla Spagna – l’attenzione del “soldato” Picelli sarà rivolta prevalentemente al tema dell’organizzazione militare del movimento operaio, così come l’impegno di combattente in prima linea contro il fascismo. Un’attitudine che emerge nettamente in ogni suo scritto, tanto da far apparire come eterodossa la sua interpretazione del marxismo. In un appello rivolto nel 1921 ad operai e contadini contro gli “schiavisti agrari”, il suo richiamo è anche critica verso la classe quale soggetto senza sufficiente volontà di rivolta e riscossa: «Che cosa si aspetta, forse l’ordine che non verrà mai? […] Che cosa attendono i lavoratori, che la dittatura militare-borghese instauri la ghigliottina e la forca? Oggi non è più quistione di salari solamente e di conquiste morali, è quistione di vita e di morte». Altresì, nel 1924, nonostante l’avvenuta adesione al PCdI, riduceva il compito d’avanguardia del Partito ad un’opera di «educazione politica» volta «a trasformare l’operaio in “soldato”» nella prospettiva di un «inquadramento materiale di tutte le forze rivoluzionarie».

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