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Storia delle Br: ricerca e non propaganda

Silvia De Bernardinis (a cura di), Brigate rosse: un diario politico. Riflessioni sull’assalto al cielo, DeriveApprodi, Roma 2021, pp. 224, euro 18.

In questi giorni in cui apprendiamo da un lato la notizia che la Corte d’Appello di Parigi ha negato l’estradizione richiesta dall’Italia nell’ambito dell’operazione “Ombre rosse” – di cui avevamo già parlato qui – dall’altro che a Paolo Persichetti non sono ancora stati restituiti i materiali sequestrati lo scorso anno – a cui avevamo dato solidarietà qui – presentiamo un lavoro che ricostruisce la storia delle Brigate Rosse senza complottismi e dietrologie.

Storia delle Br: ricerca e non propaganda

Ottone Ovidi

Risulta sempre più difficile, nel complesso delle pubblicazioni recenti che riguardano il fenomeno della lotta armata in Italia tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del secondo dopoguerra, evitare di cadere nelle trappole tese dalla dietrologia, dal complottismo, dal revisionismo storico politicamente orientato, che costringono i ricercatori più avveduti a una continua opera di debunking poiché, come ha ricordato recentemente la storica Claudia Cernigoi con riferimento a questo tipo di operazioni, «per la menzogna non è richiesto l’onere della prova, mentre per ripristinare la verità sì».

Per fortuna, in questo panorama inquietante, esistono ancora dei libri che possono aiutarci a comprendere senza deformazioni e storture la storia della più importante formazione comunista armata italiana, le Brigate rosse, come nel caso dell’ultimo lavoro curato da Silvia De Bernardinis. Il libro si compone di due parti principali: un documento inedito proveniente dall’archivio personale di Luigi Novelli che ripercorre la storia delle Br dalla nascita al 1983, e un’introduzione dell’autrice, utile alla contestualizzazione dello scritto e all’analisi del suo contenuto. Inoltre, attraverso un meticoloso lavoro di ricerca, sono stati ricostruiti i riferimenti interni al documento, i posizionamenti, le analisi, le risoluzioni e i comunicati a cui gli autori alludevano mentre scrivevano. Questo passaggio risulta fondamentale per il fatto che il manoscritto, elaborato da Novelli, da Marcello Capuano, Piero Vanzi, Fabrizio Nizi e Carlo Picchiura tra il 1983 e il 1986 durante un periodo di detenzione passato insieme tra le carceri di Badu ’e Carros (Nuoro) e Novara, si rivolgeva direttamente «al militante delle Brigate rosse» (p. 32), il quale era interno a un dibattito politico che potrebbe non risultare più chiaro al lettore di oggi.

Possono essere individuati due elementi che rendono il documento particolarmente interessante. Il primo, riguarda la riflessione interna alle Br-Partito comunista combattente, di cui tutti gli autori facevano parte, sulle ragioni che avevano portato l’organizzazione armata a partire dalla fine del 1980 a spaccarsi, prima con la separazione della colonna Walter Alasia e successivamente con la nascita delle Br-Partito guerriglia. Nel momento in cui «poste alla verifica della pratica sociale, le linee che avrebbero dovuto rappresentare il salto necessario per riportare le Br all’offensiva […] falliscono» (p. 12) il documento voleva contribuire ad aprire una discussione sui fondamenti della lotta armata con i militanti ancora in attività, per cercare all’interno della storia delle Br limiti e contraddizioni, ma anche possibili risposte alle pratiche di desolidarizzazione (pentitismo e dissociazione) che stavano consumando dall’interno l’organizzazione. Il secondo, che discende dal precedente, riguarda il rapporto che, all’interno di un’organizzazione rivoluzionaria, dovrebbe instaurarsi tra i militanti in carcere e la struttura esterna. Nel caso specifico, il peso politico assunto a partire dal 1979-1980 dai prigionieri del cosiddetto nucleo storico in carcere e i contrasti tra questo e la dirigenza delle Br ancora libera, viene individuato come uno dei motivi di divisione e come fonte di errori strategici. Se il nucleo storico, prima con L’ape e il comunista e poi, ma solamente in parte, con Gocce di sole nella città degli spettri, rivendicava un ruolo di direzione nell’organizzazione, per gli autori del documento «i rivoluzionari in prigione devono solo pensare a scappare e non essere ostacolo per la guerriglia» (p. 10), poiché «bisognava aver ben chiaro che il pallino, lì nel carcere, l’aveva il nemico» (p. 26). Al di là del caso specifico, qualsiasi organizzazione rivoluzionaria, armata o meno, in Italia come nel resto del mondo ha dovuto, dovrebbe e dovrà fare i conti con questa riflessione.

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