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Dicono di noi…

La mattina di mercoledì 18 ottobre ci siamo svegliati tutti e tutte con un gran tam tam di messaggi: ci è stato fatto presente di essere stati citati dal quotidiano «Il Foglio»; una cosa che effettivamente non ci succede spesso e che ci ha incuriosito non poco.

L’articolo, firmato da Gianluca De Rosa, intitolato Condannare Hamas? Ecco l’ambiguità degli storici italiani,fa riferimento alla decisione della Sissco (società italiana per lo studio della storia contemporanea) di patrocinare una iniziativa di approfondimento di lungo periodo sulla questione israelo-palestinese anziché limitarsi alla pubblicazione di un comunicato di condanna all’attacco partito dalla Striscia di Gaza contro Israele avvenuto il 7 ottobre.

Il giornalista, in modo totalmente illegittimo, non solo ha banalizzato e distorto una discussione articolata avvenuta in una mailing list privata ma ha anche riportato, estrapolati dal contesto, brevissimi estratti di interventi scritti da vari soci e socie, furbescamente e goffamente coperti dall’anonimato. Tra questi, anche una frase di una «ricercatrice che fa parte di Storie in Movimento», definita «la più accanita» tra coloro che consideravano semplicistico, controverso e ridicolo un comunicato intitolato  Condanniamo il terrorismo di Hamas. Se non possiamo che trovare desolante che qualcuno/a che abbia deciso di dare in pasto alla stampa un confronto privato, che dovrebbe essere ritenuto scontato, all’interno di un’associazione di storici contemporaneisti, non possiamo che notare, del resto, come questo articolo sia solo la punta di un iceberg che riguarda la narrazione degli eventi delle ultime settimane. Ciononostante, ringraziamo «Il Foglio» per la visibilità offertaci e ne approfittiamo per chiarire, anche pubblicamente, il nostro punto di vista sulla questione, a maggior ragione dopo l’ultima strage di civili avvenuta solo ieri a Gaza.

Come storici e storiche, che tra l’altro non hanno mai nascosto il loro posizionamento politico, giudichiamo fondamentale interpretare e comprendere quel che succede rifuggendo da semplificazioni, banalizzazioni e categorie più utili a giustificare una scelta di campo che a fare luce sul presente e il passato. Respingiamo fortemente un atteggiamento, condiviso per la verità da un gran numero di interventi sulla stampa, così smaccatamente orientato in un unico senso e condito da una assordante criminalizzazione di una naturale richiesta di approfondimento di eventi le cui origini datano a più di un secolo fa e che non possono e non dovrebbero essere schiacciati su un presentismo avulso da cause e genealogie.

Per questo, nonostante avesse scritto a titolo personale, sottoscriviamo quanto detto dalla nostra socia e membro della redazione della nostra rivista «Zapruder» Ilenia Rossini, riproponendo la sua riflessione condivisa nella mailing list della Sissco.

Storie in Movimento
18 ottobre 2023

Ho sempre immaginato l’attività – ma anche il compito e ruolo politico e morale – degli storici e delle storiche come quelli di tracciare genealogie, identificare cause ed effetti (e anche, talvolta, gli effetti che vi sarebbero potuti essere e invece non si sono verificati), rifuggendo da semplificazioni, banalizzazioni e utilizzo emotivo di categorie (…). Invece si usano con leggerezza categorie che – altrove, nella storia – sono oggetto di dibattito e distinguo (genocidio, terrorismo…), nella quale si sovrappongono Hamas e Isis (Hamas, che nasce dalla Fratellanza musulmana, peraltro foraggiata e sostenuta dai governi occidentali durante le primavere arabe: credo che capire che si tratti di due forme di islamismo completamente diverse e in contrasto dovrebbe fare parte dell’alfabetizzazione minima di qualsiasi persona dotata di licenza di scuola superiore) con un’enfasi sulle vittime che – per quanto emotivamente comprensibile e da me peraltro condivisa – non aiuta certo a rendere loro giustizia. Il richiamo ai “bambini” mi aspetto di trovarlo in calce ai post di facebook di fanpage, non tra storici e storiche che – immagino – non dedicherebbero lo stesso slancio emotivo ai bambini morti sotto le bombe a Dresda nel febbraio 1945 o a Napoli (sarebbe lecito dire che pensiamo ai bambini sterminati nei campi di sterminio ma non a quelli morti a Dresda? Non credo), che sarebbe – giustamente – interpretato come un tentativo di alludere un’uguaglianza di fondo tra nazisti e alleati. Come non hanno dedicato lo stesso slancio emotivo ai bambini morti a Gaza ma non ieri o due giorni fa (oltre 300 nelle stime attuali, che prenderò per attendibili solo quando saranno certificate da organismi internazionali credibili e non quando ancora oggetto di propaganda di guerra), ma neanche negli ultimi anni (circa 500 nella sola operazione israeliana definita orwellianamente “margine di protezione”, nel 2014 e – continuamente, giorno dopo giorno – nell’ordinaria quotidianità del carcere-Gaza: qui, per dire, un rapporto di Amnesty International sui crimini di guerra israeliani ad agosto 2022, con l’uccisione di tre bambini che stavano giocando e, più in generale, un rapporto di Amnesty del 2022 – se si ha voglia di leggere quasi 300 pagine – sul sistema di apartheid stabilita da Israele contro i palestinesi e i crimini contro l’umanità di cui si sono macchiati).

Ecco, se questa gara tra “bambini morti” – condita da un uso “di pancia” di punti esclamativi – sarebbe deprecabile e foriera di disagio già in calce a un post su facebook, lo è ancor di più tra storici e storiche, che magari finora non si sono mai indignati e indignate per la morte di bambini palestinesi che pure avvengono quotidianamente (potrei dire dal 2007, ma sarei comunque generosa a non far risalire la cronologia almeno al 1948). Secondo i dati delle Nazioni Unite, tra il 1° gennaio 2008 e il 19 settembre 2023 hanno perso le vita a causa di azioni israeliane – solo nella Striscia di Gaza (non in West Bank), 2.789 civili palestinesi, quasi tutti in seguito a bombardamenti: tra essi, 859 i bambini. E si tratta di dati certificati dall’Onu (che peraltro ha condannato decine di volte Israele per l’occupazione della Palestina e per il blocco di Gaza in essere dal 2007, oltre che per l’assedio totale proclamato negli ultimi giorni, che viola qualsiasi diritto internazionale, e per il successivo ordine di evacuazione di oltre 1 milione di persone, condannato anche dal Segretario António Guterres sul New York Times), non di voci e notizie ancora non verificati che forse dovremmo valutare nel lungo periodo, ben consci – spero – dei modi, degli effetti e degli obiettivi della propaganda in tempo di guerra.

Troveremo sempre bambini morti in guerra: forse identificare fasi, svolgimenti, cause e responsabilità di quelle guerre (o quanto meno sguardi, come nella bella ricerca di Patrizia Gabrielli) dovrebbe attenere maggiormente al mestiere che ci siamo scelti. Ma se proprio di bambini vogliamo parlare, consiglio in primis la lettura anche del libro pubblicato dalla Società italiana per lo studio dello stress traumatico Essere bambini a Gaza: come spero sia noto a tutti gli intervenuti finora, infatti, gli under 14 a Gaza – dove peraltro i minori sono quasi il 50% della popolazione – non sono MAI nella loro vita potuti uscire da una striscia di terra semidesertica grande quanto un terzo del territorio del Comune di Roma, in cui vivono circa 2 milioni di persone e l’80% dei bambini, come riportato lo scorso anno da Save the children, soffre di stress post traumatico, cifre di un 10% più alte di quelle espresse l’anno precedente in un rapporto di Medici senza frontiere. Se in questa assurda gara tra bambini israeliani e bambini ucraini si trovasse un posto anche per i bambini palestinesi, per la loro quotidianità e per la loro morte, non sarebbe male, e dissiperebbe il dubbio che islamofobia e arabofobia possano – a livello inconscio, non certo manifesto – agire con più efficacia dell’empatia generica verso l’infanzia. Se iniziamo con il “pensiamo ai bambini” non ne usciamo più: le vittime civili, tanto più se così piccole, sono sempre assolutamente ingiustificabili e dolorose, ma come si è arrivati, piuttosto, a contare tante vittime tra i bambini di ambo le parti?

Faccio quindi mio l’invito a continuare a discutere, a leggere, a informarsi, utilizzando lo stesso metodo che ciascuna e ciascuno di noi adotta nelle proprie ricerche. Si potrebbe partire da una maggiore comprensione di Hamas – che non riscuote le mie simpatie e neanche la mia tolleranza, o la mia indifferenza, ma che ha una storia di radicamento nella società palestinese derivata dalle attività di beneficienza e welfare, oltre che dal fallimento delle opzioni laiche in tale campo e in generale dal fallimento di Oslo – e delle differenze interne all’islam politico: oltre a quanto (non tutto) già citato da altri colleghi, il bel libro Arcipelago islam di Campanini e Mezran, per quanto ormai poco aggiornato (Hamas è cambiata, negli anni, come anche la società palestinese), è una lettura facile e a mio avviso appassionante. Tenendo ovviamente presente che Gaza non è solo Hamas e che, pure, anche le organizzazioni laiche e di sinistra hanno appoggiato, sostenuto e condiviso l’operazione del 7 ottobre (penso tra gli altri al PFLP, ovviamente). Superfluo, ovviamente, richiamare in questa mailing list la lettura di storici israeliani come Benny Morris, Tom Segev (di cui segnalo questa intervista di qualche giorno fa sulla Süddeutsche Zeitung, nella quale evidenzia ad esempio le responsabilità di Netanyahu) e ovviamente Ilan Pappè, quest’ultimo pubblicamente e storicamente schierato contro l’occupazione della Palestina (posizione ribadita anche in questi giorni), di cui però segnalo la possibilità di scaricare in ebook il suo Dieci miti su Israele. Di Pappè, per capire Gaza, fondamentale anche il volume La più grande prigione del mondo: storia dei territori occupati: perché di questo parliamo quando parliamo di Gaza, di un territorio sottoposto a blocco totale, da cui non si può uscire (possono farlo solo 20.000 persone con permesso di lavoro, l’1% della popolazione), soggetto a razionamento di acqua, elettricità, linea internet, viveri, con assistenza sanitaria pressocché inesistente, oltre che ad invasioni e bombardamenti. Da 15 anni, continuamente, non da una settimana, per quanto l’assedio proclamato negli ultimi giorni in risposta all’attacco palestinese, l’ordine di evacuazione e l’avvio delle operazioni per aria e terra porterà a una distruzione probabilmente senza precedenti.

Tra i contributi significativi pubblicati negli ultimi giorni, segnalo – anche se mai mi sarei immaginata che il patrimonio teorico di Fanon sulla violenza coloniale sia così sconosciuto anche tra gli storici e le storiche contemporaneisti – quello di Ruba Salih, ordinaria di antropologia a Bologna e intitolato Gaza e Israele. Ripensare l’umano tra guerra, violenza e trauma coloniale. Importante e acuta – anche nelle parti che non sottoscrivo o che personalmente avrei reso in modo diverso – è la riflessione di Judith Butler su London Review of Books su violenza e condanna della violenza, per lo sforzo di problematizzazione che offre: “For those whose moral position is restricted to condemnation alone, understanding the situation is not the goal. Moral outrage of this sort is arguably both anti-intellectual and presentist. Yet outrage could also drive a person to the history books to find out how events such as these could happen and whether conditions might change such that a future of violence isn’t all that is possible. It should not be the case that ‘contextualisation’ is considered a morally problematic activity, even though there are forms of contextualisation that can be used to shift the blame or to exonerate. Can we distinguish between those two forms of contextualisation? Just because some think that contextualising hideous violence deflects from or, worse, rationalises the violence, that doesn’t mean we should capitulate to the claim that all forms of contextualisation are morally relativising in that way. When the Harvard Palestine Solidarity Committee claims that ‘the apartheid regime is the only one to blame’ for the attacks by Hamas, it is subscribing to an unacceptable version of moral accountability. It seems that to understand how an event has come about, or what meaning it has, we have to learn some history. That means we have to widen the lens beyond the appalling present moment, without denying its horror, at the same time as refusing to let that horror represent all the horror there is to represent, to know, and to oppose. The contemporary media, for the most part, does not detail the horrors that Palestinian people have lived through for decades in the form of bombings, arbitrary attacks, arrests and killings. If the horrors of the last days assume a greater moral importance for the media than the horrors of the last seventy years, then the moral response of the moment threatens to eclipse an understanding of the radical injustices endured by occupied Palestine and forcibly displaced Palestinians – as well as the humanitarian disaster and loss of life happening at this moment in Gaza“. Butler mi sembra parlare di questa lista: solo che lei in un passaggio scrive che non possiamo essere tutti storici e invece… qui siamo proprio tutti storiche e storici!

Ma, consapevole che la copertura mediatica degli eventi in Italia sia grottesca, superficiale e orientata in solo senso, mi sento soprattutto di segnalare il commento di Gideon Levy su Haaretz (Haaretz, non la gazzetta di Hamas) e significativamente intitolato – nella traduzione in italiano offerta dalla rivista Internazionale È successo l’impensabile e Israele non ha capito perché. Levy fa quello che ritengo dovrebbe essere dovere di storici e storiche fare, cioè tracciare genealogie di lungo periodo e rintracciare responsabilità che non si limitano all’immediatezza né all’emotività: “Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha una grande responsabilità per quanto è successo e deve risponderne, ma questa situazione non è cominciata con lui e non finirà con lui. Ora dobbiamo piangere amaramente per le vittime israeliane, ma dovremmo farlo anche per la Striscia di Gaza.  Gaza, dove i residenti sono soprattutto rifugiati creati da Israele. Gaza, che non ha mai conosciuto un solo giorno di libertà“.

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