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“Un dio nero un diavolo bianco”: evocazioni di un cinema anticoloniale

Luca Peretti, Un dio nero un diavolo bianco. Storia di un film non fatto tra Algeria, Eni e Sartre, Marsilio, Venezia, 2023, pp. 206

Abbiamo chiesto a Sofia Bacchini, della redazione di «Zapruder» e una delle curatrici di “Giù le maschere” il numero dedicato a immaginari, visioni del mondo, narrazioni del sè e dell’altro a partire dall’ingombrante eredità coloniale, di leggere per noi il lavoro di Luca Peretti che a partire dal film mai realizzato “Un dio nero un diavolo bianco” fornisce un tassello alla comprensione dei complessi rapporti tra l’Italia, guerra d’Algeria e lotte anticoloniali nel secondo dopoguerra.

Un dio nero un diavolo bianco: evocazioni di un cinema anticoloniale

Sofia Bacchini

Il 27 ottobre 1962 il bimotore sul quale stava viaggiando Enrico Mattei, presidente dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni), si schianta misteriosamente nelle campagne del comune di Bescapè, in provincia di Pavia. Oltre a ingrossare le fila dei grandi “misteri” della Prima Repubblica, la morte di Mattei costituì un monito nei confronti delle politiche italiane della guerra fredda – per cui l’Eni conduceva una sorta di “diplomazia parallela” in campo energetico e non solo, trattando direttamente con i governi del cosiddetto terzo mondo al tempo alle prese con le decolonizzazioni, Algeria in primis. E proprio a causa di questa particolare entente tra Mattei e l’Algeria – o meglio, tra Mattei e il Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln), dal 1954 a guida della sanguinosa guerra di liberazione con la Francia che porterà all’indipendenza del paese nel 1962 – i fatti di Bescapè segnarono un prima e un dopo del “neutralismo all’italiana” del secondo dopoguerra. Non solo, determinarono anche le sorti di «un film mai realizzato, sicuramente scritto e in parte girato»: Un dio nero un diavolo bianco.

Luca Peretti utilizza la storia di un film non fatto – di cui abbiamo però la sceneggiatura, riportata integralmente nell’ultima parte del libro – per guidarci in un’Italia alle prese con un problematico rapporto con il colonialismo e con la sua progressiva uscita di scena. Nonostante l’amministrazione fiduciaria in Somalia sia durata fino al 1960, non si produsse in quegli anni una reale riflessione sull’esperienza coloniale italiana, anzi, il colonialismo fu sempre “degli altri”, discorso autoassolutorio che ha contribuito a legittimare l’ambiguo ruolo dell’Italia paladina dei popoli oppressi dall’interno del Patto Atlantico. La guerra d’Algeria si impose quindi progressivamente come paradigma delle lotte anticoloniali, la cui vicinanza geografica e non solo permise la circolazione di persone, materiali, dibattiti e immagini che mobilitarono in ordine sparso tanto i movimenti quanto l’opinione pubblica e l’intero arco parlamentare.

Un contesto politico e culturale che Peretti ricostruisce sottolineandone gli aspetti più controversi: i piedi di piombo del Pci frenato dai rapporti con l’omologo francese, la maggiore spregiudicatezza dei socialisti, l’impegno del mondo cattolico e della Democrazia cristiana, il sostegno dei missini ai fascisti dell’Organisation armée secrète (Oas). E, ovviamente, il ruolo dell’Eni di Mattei, un piccolo sistema-mondo in grado di utilizzare il petrolio come risorsa non solo economica, producendo una propria politica culturale e in definitiva un immaginario, per cui il “consumismo in salsa italiana” – amichevole, cooperativo, anticolonialista per opportunità – poteva attrarre gli interessi dei paesi emergenti ponendosi come un’alternativa all’imperialismo statunitense.

Al sole di questo contesto maturò dunque il progetto di un film sulla guerra algerina da far produrre all’Eni, nei cui documenti lo ritroviamo dal 1961 (nota bene: mentre la guerra era ancora in corso). Peretti restituisce la complessità di questa operazione a partire dal variegato sottobosco dei soggetti coinvolti: gli “intellettuali salariati” dell’Eni, piccoli produttori cinematografici ex-partigiani, un autore in odor di Pci come Sergio Spina, fino a personalità celebri della caratura di Jean-Paul Sartre – che firma il soggetto – e Franco Solinas, sceneggiatore fra gli altri de La battaglia di Algeri (in cui possiamo ritrovare alcune propaggini del soggetto di Un dio nero un diavolo bianco, e probabilmente parte del girato). Dalla ricostruzione effettuata da Peretti, anche la gestazione stessa del film non fu lineare, passando attraverso mani diverse, tra cui quelle del suo supposto finanziatore, l’Eni, e del Ministero. Fino a quell’ottobre del ‘62 e alla morte di Mattei che, sebbene lo stato apparentemente avanzato della produzione, determinò il progressivo abbandono del progetto.

Cosa racconta dunque questa storia, e in quale misura contribuisce alla più grande storia nella quale si inserisce, relativa ai rapporti tra l’Italia, la guerra d’Algeria e le lotte anticoloniali nel secondo dopoguerra? Anzitutto coglie la dimensione intrinsecamente transnazionale delle reti di solidarietà e appoggio alle lotte del terzo mondo, dei movimenti che persone e idee hanno effettuato attraverso le Alpi o il Mediterraneo, e mette al centro proprio questo tipo di circolazioni. Descrive come veniva letto il colonialismo, a seconda di chi lo leggeva, e i tentativi di “traduzione” delle lotte altrui attraverso categorie più famigliari (fascismo, Resistenza…). Dona anche un interessante  spaccato di una fase dell’impegno politico e culturale dell’Eni, e di una sua radicalità, che diventano elementi utili per leggere meglio la storia dell’Italia di quegli anni e di quelli successivi. Infine, la storia di un film non fatto è un punto di vista originale dal quale osservare gli eventi, che invita a riflettere non solo sul film in sé, ma proprio sul perché non sia stato finalmente realizzato, aggiungendo ulteriori elementi al contesto. Un film non fatto come «evocazione di cinema» quindi, ma in questo caso anche come evocazione di storia.

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