Il freddo delle migrazioni nel movimento del '69
Nel 1969 poche settimane prima dell'inizio dell'autunno caldo così erano descritti, su L'espresso del 13 luglio, "i meridionali", anche loro protagonisti di quella lotta operaia: "pugliesi, calabresi, irpini, lucani, giovani approdati nelle plaghe del Nord, respinti da città tetre che non offrivano loro nulla se non le otto ore di lavoro e le otto ore di sonno nella branda".
Avevano lasciato la luce e il sole del Sud e si erano trovati a vivere nel freddo, nella nebbia e nel colore grigio industriale delle città settentrionali. Il freddo che faceva in città era un tema ricorrente in alcune canzonette cantate in quell'anno: "non senti il freddo che fa/ in questa città", cantava Antoine in Ma cosa hai messo nel caffè, al festival di Sanremo di quell'anno. E Nada di rincalzo: "d'inverno il sole stanco/ a letto presto se ne va/ La notte adesso scende/ con le sue mani fredde/ su di me/ ma che freddo fa/ ma che freddo fa".
Un freddo prodotto anche dalla separazione forzata dalle donne, rimaste al Sud e che sfociava nella richiesta di bisogno d'amore. Soli si muore, urlava Patrick Samson, e pregare non era un'alternativa valida alla solitudine e alla mancanza di una donna: "è l'ultima notte/ che prego il signore/ fa freddo di notte/ non ho l'amore". Un bisogno d'amore e di calore corporeo, forte e giovane, che rompeva ogni indugio di carattere morale e si disponeva ad infrangere il tabù della promessa di fedeltà fatta alla donna amata rimasta al Sud: "tu o un'altra è lo stesso/ aspettare non posso".
Un bisogno d'amore prorompente e maschile che poteva anche risolversi nel rapporto con una prostituta: "sono solo nella strada o no, no/ qualcuno c'è./ Non dire una parola/ ti darò quello che vuoi/ tu non le somigli molto/ non sei come lei./ Però prendi la mia mano/ e cammina insieme a me". (Dik Dik, Senza luce, di Mogol, Battisti, Procol Harum, 1967).
Apparso: 05 febbraio 2004
di Diego Giachetti. Vedi tutti gli articoli di questo autore.
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