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Tra lo spazio e le parole

Gli Usa sono scossi in questi giorni da una serie di rivolte scoppiate a seguito dell’omicidio di George Floyd per mano dell’agente di polizia Derek Chauvin a Minneapolis. Le immagini del commissariato cittadino dato alle fiamme hanno fatto il giro del mondo, ridando centralità alla mai risolta questione razziale in relazione alle violenze delle forze dell’ordine. In questo articolo Ettore Asoni analizza il modo in cui lo Standard American English, adattandosi alle mutate condizioni socioculturali del paese, contribuisca a confermare il razzismo quale criterio di organizzazione della società statunitense e di mantenimento di un regime di segregazione sostanziale della comunità afrodiscendente. Il contributo uscirà sul numero 52 di «Zapruder», dedicato alla natura e al portato conflittuale dei linguaggi. Decidiamo di renderlo disponibile in anticipo per ampliare la riflessione sugli eventi in corso.
Buona lettura!

Razza e linguaggio nello Standard American English

di Ettore Asoni

Negli ultimi anni, allo spettatore internazionale che guarda gli Stati uniti si pone un problema complesso e affascinante. In un paese che non solo ha condannato e condanna ogni forma di razzismo, ma ha addirittura eletto un presidente nero, continuano imperterrite a esistere pratiche oscure che richiamano un passato che avvertiamo come lontano. Esecuzioni e torture di afroamericani, livelli di povertà estremi e incarcerazione di massa si ostinano a coesistere con un’organizzazione sociale che appare non essere razzista. Esiste una contraddizione che attira l’attenzione ed è primario terreno di dibattito dentro la società statunitense. Che esista una contraddizione appare evidente, oggettivo, indiscutibile. Il dibattito, perlomeno a livello mainstream, riguarda non l’esistenza della contraddizione, ma le sue dimensioni. Si esprime cioè tra chi minimizza l’entità della violenza e dell’ineguaglianza, e chi invece ne ammette le dimensioni, o addirittura vuole combatterle. Che però questo avvenga contemporaneamente a un progresso, a un “andare avanti” della società americana, viene raramente messo in discussione. In questo articolo avanzerò alcune riflessioni sulla natura di questo problema. Diversamente dalle posizioni sopra citate, ritengo non esista nessuna contraddizione, e che l’organizzazione post segregazionista del paese e il suo razzismo non siano due poli opposti, ma le espressioni di una medesima struttura. Al contrario, la contraddizione appare come evidente solo dentro il discorso che la crea, e se lo abbandoniamo, se tentiamo definizioni alternative di termini come “razzismo”, “razzista”, o “progresso”, questo problema che appare così ostico e misterioso si sgretola, lasciando emergere diverse rappresentazioni.

Partiamo da questa tesi: il razzismo, al di fuori di banali semplificazioni che ruotano intorno al tema del pregiudizio, è prima di tutto un problema di spazi e di parole. C’è razzismo quando c’è un soggetto che associ un carattere fisico o culturale a un posto, e cioè dica all’altro: il tuo posto è là. Il razzismo è un ordine geografico di ripartizione dello spazio: escludere una “razza” non è necessariamente l’unico modo in cui si manifesta e, al contrario, oggi consiste principalmente nel regolare l’accesso. Razzismo va inteso come dispositivo, come struttura geografica e linguistica che rappresenti uno spazio in maniera ripartita, nascondendo l’atto stesso della ripartizione attraverso una sua rappresentazione come espressione di un ordine naturale. Al fine di opporvisi, è necessario mettere a nudo il rapporto tra le parole e gli spazi, isolando quel discorso di potere che vuole stabilire la mobilità di un soggetto. In questo senso il “pregiudizio”, o bias in inglese, non è affatto la principale fonte di riproduzione di un regime razzista. Assumere il pregiudizio come pilastro della geografia e del linguaggio razzisti equivale a rappresentare la ripartizione come il prodotto di relazioni orizzontali tra soggetti, in cui “l’ignoranza” di alcuni conduce a una segregazione parziale. Questo tipo di analisi nasconde il legame tra relazioni economiche e regime di segregazione, trovando il colpevole in un soggetto immaginario, il razzista, che vieta o limita un accesso sulla base di un suo pregiudizio personale. Non ci interessa scovare razzisti, ma mostrare la struttura razzista della ripartizione dello spazio e del discorso che la descrive. Non vogliamo trovare l’espressione di un pregiudizio offensivo, ma isolare quegli enunciati che legano il soggetto al suo posto. Come la lingua permetta di rappresentare e continuare a far fluire la ripartizione spaziale, e mantenga gli Stati uniti in profondo regime di segregazione, è la domanda che ci poniamo in questo articolo.

La segregazione è la spina dorsale di qualsiasi regime razzista. Non può esistere una ripartizione di risorse e potere su base razziale senza una ripartizione geografica dei gruppi razziali. Chiunque oggi si avventuri in una città statunitense con una popolazione afroamericana rilevante, può toccare con le proprie mani come il conflitto razziale sia espresso attraverso gli spazi. Non solo, può pure apprezzare come la produzione linguistica che descrive la città ignori o escluda la ripartizione razzista dello spazio dalla sua narrazione. A New York, a fronte di una produzione linguistica, visuale e testuale che vende la città come patria di progressismo ed emancipazione, esiste il sistema scolastico più segregato del paese (Kucsera e Orfield 2014). I ghetti, parzialmente accessibili attraverso fenomeni di gentrificazione, continuano a costituire la forma della ripartizione dello spazio urbano, e continuano a determinare la mobilità della popolazione nera che li abita. Le prigioni continuano a essere collegate ai quartieri neri da flussi di popolazione che vi entra e che vi esce, e al turista ignaro poco può fare più impressione che far fatica a trovare una faccia bianca nelle linee 3 e 4 della metropolitana che si spingono a sud nel cuore di Brooklyn, o trovare una faccia nera nelle linee che da Brooklyn ovest risalgono verso Downtown.

Nella narrazione dei media statunitensi, che il paese che abbia eletto un presidente nero possa vivere in un regime di semi apartheid, e possa convivere con una produzione costante di videoclip che mostrano l’esecuzione routinaria di afroamericani è privo di logica. Esiste un senso di incredulità nella narrazione ufficiale, la quale non riesce a coniugare la retorica post razzista alla segregazione e la violenza. Un noto scrittore afroamericano ha ipotizzato che la popolazione bianca viva in un sogno, in un costante stato onirico dal quale rifiuta di svegliarsi per confrontare la realtà (Coates 2015). Tra chi urla all’oltraggio dei comportamenti razzisti e chi li minimizza esiste un comune accordo: che il razzismo non appartenga al presente, ma sia invece un’eredità del passato che “ancora” tormenta il paese. Di fronte all’incapacità di coniugare l’immagine degli Stati uniti con la loro realtà di violenza e segregazione, la narrazione nazionale ripiega su un atto ancora più schizofrenico di separazione del proprio presente in futuro e passato: da un lato il futuro-presente, fatto di diversità, unione, multiculturalismo; dall’altro un passato-presente che pian piano si sgretola, fatto di razzismo e linciaggi, indubbiamente destinato ad essere sconfitto. In questo immaginario processo storico di purificazione, a tratti emergono eventi e parole che si ostinano a rivelare un’altra realtà.

Nelle sue riflessioni sul negazionismo, Jacques Rancière ha avuto un’intuizione che può venirci in aiuto per descrivere la rappresentazione del razzismo che troviamo nel discorso politico americano. Dove poggia, si chiede Rancière, la forza dell’argomento negazionista che si ostina, imperterrito, a negare il genocidio nazista? La forza di questo argomento non è data dalla ricerca di archivio, né dalla solidità di una ricostruzione storica rigorosa. La forza del negazionismo si basa sulla sua capacità di porre alla democrazia liberale una domanda a cui essa non può rispondere: come è possibile che uno stato europeo industrializzato dedichi la sua organizzazione, la sua economia e la sua burocrazia a un atto così irrazionale, così impensabile, come il genocidio? Come è possibile che la realtà del genocidio si dia in un momento storico nel quale non sono presenti le condizioni che lo renderebbero tale? A questa domanda, a meno di non trasformarci in negazionisti noi stessi, si può solo rispondere che necessariamente è lo stato moderno europeo a contenere le condizioni che rendono il genocidio possibile, e sempre replicabile. La formula del «mai più» costituisce una difesa insulsa di fronte a questa consapevolezza: l’unica soluzione che rimane è ricorrere alla legge, proibire il negazionismo, rendere illegale anche solo pensarlo (Rancière 1999, pp. 123-135). Se trasportiamo il pensiero di Rancière su territorio americano, abbiamo una chiave per interpretare la schizofrenia statunitense. Non è il razzismo a essere negato, sono le condizioni che lo rendono possibile a essere occultate. L’astrazione del razzismo dalla realtà e il considerarlo puro passato sono gesti atti a salvare il sogno americano dalla sua verità più oscura. Gli Stati uniti sopravvivono grazie a questa aporia tra passato e futuro, rifiutando di accettare il proprio presente, ma vivendo in una costante zona di indeterminatezza temporale. Separano la propria realtà così da rendere l’elezione di Obama e la segregazione razziale due momenti incomunicabili, uno passato, uno futuro. Negare le condizioni che rendono il presente tale: questo è il centro del discorso razzista moderno. Di fronte a questa consapevolezza, il dibattito americano tra chi nega il razzismo e chi lo ritiene “ancora” in vita mostra la vicinanza tra le due parti: attraverso questo dibattito sterile, si nasconde il legame inscindibile tra il razzismo e la società statunitense.

Politica e “razza”

Attraverso una concezione modernista della storia e dello spazio gli Usa si impegnano a sottolineare quanto siano “andati avanti”. «Razzista» è considerata generalmente un’accusa infamante, rifiutata con vigore da chiunque. La segregazione è illegale: che continui a esistere, e sia anzi in aumento, lascia interdetti. Senza un colpevole, la segregazione appare inevitabile, un fenomeno dovuto più “all’economia” che al razzismo. Nel dibattito politico, non si confrontano più posizioni a favore o contro la segregazione: esiste un comune accordo a ritenere qualunque discriminazione illegittima. «Razzista» è un termine offensivo, che liberali e conservatori si rinfacciano a vicenda. Non esiste un confronto tra posizioni distanti e incompatibili, ma un dibattito sterile teso a scoprire chi è realmente razzista. In altre parole, ci troviamo di fronte a un sistema in cui il conflitto, inteso come opposizione di almeno due visioni inconciliabili, sembra sparito.

Utilizzerò qui le riflessioni sulla filosofia politica di Jacques Rancière per analizzare la trasformazione del conflitto razziale in antipolitica (Rancière 1999; 2001). Per antipolitica qui si deve intendere una struttura discorsiva che assorba l’intero conflitto politico per trasformarlo in un accordo tra le parti, e ridurre il dibattito a un semplice sforzo di capirsi. Se i movimenti neri degli anni cinquanta e sessanta affermavano una visione opposta al potere bianco, e conducevano un conflitto politico basato sul disaccordo tra due linguaggi e visioni opposte, l’attuale retorica ufficiale ruota intorno a un accordo tra le diverse posizioni. Il pensiero di Rancière, che è primariamente linguistico ma ha ricevuto delle letture geografiche (Dikeç 2005), permette di trovare spunti che ci aiutano a definire una possibile posizione politica con la quale esprimere un pensiero antirazzista coerente. Ciò che rende antipolitico il dibattito razziale contemporaneo è l’assenza di un disaccordo reale. Il dibattito ruota intorno alla migliore spiegazione possibile del torto visibile dei ghetti e delle prigioni. Ma che questo torto sia esprimibile solo attraverso il disaccordo tra due posizioni distanti è ignorato. Al contrario, si dibatte su chi sia razzista, su chi sia prevenuto, dentro un comune accordo che essere razzisti e avere pregiudizi sia sbagliato. Non esiste cioè una parte politica che fondi la propria opposizione sul suo essere esterna alla ripartizione dello spazio e del linguaggio. Non esiste, utilizzando il vocabolario di Rancière, una distanza visibile tra il soggetto al di fuori dell’ordine poliziesco e la somma delle parti che è la popolazione. Per Rancière la politica può svilupparsi solo a partire da un soggetto che rifiuti di riconoscere il ruolo affibbiatogli, e rivendichi invece una posizione al di fuori dello spazio e linguaggio dominanti. In altre parole, la politica è appannaggio di coloro che si riconoscono come soprannumerari rispetto alla conta delle parti che compongono la popolazione, coloro che rivendicano per sé un’identità che non è riconosciuta dentro il regime antipolitico. Negli Stati uniti possiamo intravedere questo soggetto solo nelle rivolte che sporadicamente spaventano l’“America bianca”, ma manca un soggetto parlante capace di tradurre la rabbia in parola. Gli ultimi a rivestire questo ruolo furono le Black panthers, che cercarono una politicizzazione della gioventù nera nei ghetti. Successivamente alla loro repressione, il ghetto non è più in grado di produrre un soggetto politico, ma al contrario diventa un oggetto del discorso altrui, dalla politica, all’accademia, al cinema. Al ghetto è data una posizione al margine, laddove la sua popolazione è emarginata, intendendo cioè che soffra di una distanza geografica da un centro di benessere. La posizione marginalizzata del ghetto permette di ordinarlo geograficamente e linguisticamente così da non lasciare nessuno dei suoi abitanti al di fuori della conta delle parti. Ciò che segue, è un dibattito sul “problema nero”, che oppone le soluzioni repressive dei conservatori alle soluzioni di aiuto sociale dei liberali. Quale che sia, la “marginalizzazione” del ghetto permette la riproduzione di quel senso del tempo e dello spazio che vede l’ineguaglianza come espressione di una distanza geografica e storica, la quale fa sì che i poveri “ancora” non siano ricchi. Riprendendo il concetto di aporia tra passato e futuro che ho proposto precedentemente, il ghetto rappresenta un passato-presente, il che permette di evitare di relazionare la sua povertà alla ricchezza di altri quartieri.

Questa morte della politica coincide con la riorganizzazione della società americana su basi neoliberali successiva alle lotte per i diritti civili. È resa possibile da una nuova retorica che ricalca quella liberale degli anni sessanta, considerando cioè la “razza” in termini esclusivamente etnici, e non come una categoria sociale e politica. Attraverso l’esercizio di questo tipo di retorica, ogni faccia nera in posizione di potere viene reclamata come prova di progresso. Negli Stati uniti l’egemonia di questo discorso uccide la politica, e così le speranze che esistevano per una società egualitaria.

Dall’umano al cliente

Nella primavera del 2018, un episodio di (presunta) intolleranza in una caffetteria di Philadelphia ottenne un’attenzione mediatica rilevante, che ci torna qui utile per mostrare gli abissi dell’antipolitica in cui il conflitto razziale è precipitato. Il 12 aprile una coppia di giovani afroamericani entrarono in una caffetteria Starbucks e si sedettero ad un tavolo, senza però ordinare nulla. A detta del manager del punto vendita i due furono invitati a uscire, ma si rifiutarono. I due giovani sostenevano di essere in attesa di un conoscente per avere un business meeting, e che avrebbero ordinato una volta arrivata la terza persona. Incapace di risolvere la situazione, il manager chiamò la polizia e il video dell’arresto dei due divenne virale1. Sotto una pioggia di critiche, Starbucks decise di organizzare un corso “anti pregiudizio” (anti-bias) per i propri dipendenti: il 30 maggio migliaia di punti vendita vennero chiusi, e ai dipendenti fu richiesto di partecipare al particolare “training”. La campagna di Starbucks ottenne grande visibilità e da più parti si lodò l’azione della compagnia con la retorica del “passo nella giusta direzione”.2

Il “training” in questione consistette nel mostrare ai dipendenti una serie di video e corti girati per l’occasione. Tra i vari video, il principale fu un cortometraggio che ricostruiva The history of access to public spaces for African-Americans (la storia dell’accesso degli afroamericani agli spazi pubblici).3Il video si fonda sull’associazione tra il comportamento del manager e il divieto di accesso ai luoghi bianchi nel periodo della segregazione. Traccia una linea di continuità tra il presente e il passato, teorizzando che la regolazione dell’accesso basata sulla “razza” continui ad avvenire nonostante le riforme che abbiano seguito il movimento dei diritti civili. Nel video si alternano immagini storiche della lotta degli anni sessanta a interviste ad afroamericani che spiegano al pubblico le proprie difficoltà quotidiane. L’obiettivo che si intendeva raggiungere attraverso la proiezione del video era: «Riunirci insieme per una conversazione e una sessione di apprendimento sui pregiudizi razziali. Questo è un passo fondante per rinnovare Starbucks come un posto in cui TUTTI [caratteri maiuscoli nell’originale] siano benvenuti [traduzione dell’autore]».4

Costruire l’azione di Starbucks come una continuazione del movimento dei diritti civili è un’azione retorica che mira a ricostruire la storia e il presente statunitensi come un progresso graduale verso una società egualitaria. Questo tipo di discorso si basa sulla già citata aporia tra passato e futuro, e ricostruisce il razzismo in base a una continuità che lega la regolazione dell’accesso nelle due fasi storiche, ieri e oggi. Tale continuità è fittizia, perché il regime razziale statunitense è cambiato: la discriminazione non agisce più sulle stesse linee di ieri, e confondere le due cose è un rifiuto del presente. Partiamo da una domanda: può il manager essere considerato razzista? Sorprende poco che questa domanda sia andata a costituire il dibattito tra chi, a seguito dell’incidente, difendeva il manager o lo attaccava. Il problema è che il manager non stava difendendo il proprio potere di vietare l’accesso ai neri, come invece avveniva durante il regime precedente. Il manager difendeva il diritto di escludere i non paganti che pretendono di fruire dello spazio di Starbucks senza concludere una transazione. Proprio per questo, il dibattito che ne nasce non è identico a quello che risultava dal conflitto nel sud segregato. Qui non si confrontano due visioni opposte, che sono in disaccordo sull’accesso a uno spazio: che lo spazio in questione non sia accessibile a tutti è già dato per scontato. Il problema è capire se i due afroamericani appartenessero o meno al gruppo dei soggetti a cui l’accesso è precluso. A partire da questo accordo, esiste una risposta certa al problema che è data dal comportamento degli afroamericani e dalle loro disponibilità economiche: poiché non si trattava di due senzatetto siamo di fronte a un episodio di razzismo. Il manager sarebbe razzista perché non solo avevano il denaro per pagare, ma addirittura si trovavano nel locale per condurre un business meeting. Questo dibattito è antipolitico perché non oppone un disaccordo, ma un accordo sul fatto che il manager abbia il diritto di esercitare il suo potere per escludere un certo soggetto sociale. Ma poiché i neri sono un soggetto etnico, escluderli a priori è sbagliato, di più è razzista, e su questo tutti concordano.

In realtà a noi il pensiero del manager non interessa. Non è importante, né è possibile comprendere il suo comportamento: è probabile che associ alla “razza” i tratti stereotipati del sottoproletariato urbano, e cacci i due avventori per questo, o potrebbe anche aver fatto lo stesso con due bianchi, come sosterrebbero le voci conservatrici che negano l’esistenza del razzismo. Non ci interessa. Quello che è importante non è tanto che ci sia stata un’esclusione, ma su che piano sia stata posta l’inclusione che ne è seguita. L’inclusione proposta da Starbucks vorrebbe essere estesa a “tutti”, ma questa è una menzogna: lo spazio privato dell’azienda è riservato ai soli clienti. Attraverso l’utilizzo del termine “tutti” la compagnia costruisce un’inclusione che si basa già su un’esclusione, e afferma un antirazzismo che si fonda sul non trattare i neri come se fossero necessariamente poveri. Lo scontro razziale precedente, con il quale Starbucks rivendica una continuità, consisteva nel definire un soggetto politico al di fuori del tutto: il nuovo discorso viene invece costruito su posizioni poliziesche assorbendo tutti i soggetti razziali che sono ricostruiti come clienti. Nel video, questo messaggio è espresso così:

Essere benvenuto come cliente significa che non solo ti permetto di entrare, ma sono anche felice tu sia qui. Voglio servirti, voglio i tuoi soldi, e non faccio distinzioni tra te e altri clienti in termini di valore [traduzione dell’autore].5

Esiste una distanza incolmabile tra un antirazzismo che lotta per l’eguaglianza sostanziale e un antirazzismo che lotta per veder riconosciuto un diritto ad essere serviti in quanto clienti. Quest’ultimo è un fenomeno nuovo, in cui lo scontro razziale è stato assorbito dentro una filosofia neoliberale. Tant’è che il razzismo del manager è percepito come particolarmente grave perché i due afroamericani erano lì per avere un meeting e allontanarli ha interrotto ben due transazioni economiche, la loro e quella tra loro e Starbucks. In questo nuovo progressismo economicista, non è più l’uomo a costituire il soggetto di conflitto, ma l’attore economico. Dentro questo discorso, la politica è morta, sostituita da una visione che può con sicurezza affermare che il razzismo sarà sconfitto dalla razionalità di un’economia che non discrimina.

L’episodio di Starbucks illustra come si esprima un certo discorso neoliberale rispetto alla “razza”. Se questo episodio può apparire poco rilevante è tuttavia un ottimo esempio della normalizzazione di un certo tipo di retorica, che a partire da un’idea di “razzismo” non meglio specificata, sfrutta e rilegge la memoria delle lotte per i diritti civili per fare un “antirazzismo” di stampo neoliberale. L’episodio in sé non è isolato, e soprattutto è avvenuto all’indomani di un periodo di forti tensioni razziali negli Stati uniti che non si è ancora del tutto concluso. Azioni come quella di Starbucks sono influenzate dal dibattito sul razzismo che avviene nel paese, e rappresentano il tentativo di una multinazionale di adeguarsi a una certa retorica apparentemente egualitaria. Allo stesso tempo, contribuiscono a ridirezionare le tensioni e le scintille di rivolta verso terreni più sicuri. L’importanza di questo tipo di retorica può essere apprezzata andando a vedere come lavora in momenti più conflittuali. Per questa ragione prenderemo in considerazione un evento importante nella storia più recente degli Stati uniti: le rivolte di Baltimora dell’aprile 2015.

Baltimora

Le rivolte di Baltimora costituirono il culmine di una serie di mobilitazioni che hanno caratterizzato la fine degli anni duemila e la prima metà della decade successiva. Nel 2012 l’uccisione di un giovanissimo ragazzo afroamericano, Trayvon Martin, e l’assoluzione del vigilante che lo uccise, segnarono per molti versi un punto di rottura e l’inizio di una fase intensa di proteste e mobilitazioni dirette principalmente contro la brutalità della polizia. Due anni dopo, l’uccisione di un altro giovane nero a Ferguson, Missouri, provocò delle rivolte che marcarono una svolta nella politica americana (Chang 2016, pp. 81-126). A meno di due anni di distanza, un’altra rivolta scoppiò a Baltimora a seguito del brutale omicidio di Freddie Gray da parte della polizia.

Il caso di Gray era tutt’altro che unico per Baltimora, una città nota per le estreme brutalità e corruzione all’interno del suo dipartimento di polizia, come poi accertato da una investigazione del dipartimento di Giustizia nel 20166. Il caso Gray riguardava un giovane residente di uno dei quartieri più violenti e poveri della città, un afroamericano con diversi precedenti e arresti alle spalle. Questo non era il caso per gli altri giovani neri assassinati a cui erano seguite proteste, i quali tendenzialmente avevano origini meno umili, tant’è che le proteste si basavano proprio sul rifiuto di accettare le tesi che li descrivevano come criminali. Il caso di Gray vedeva invece come vittima quello che sotto molti aspetti è lo stereotipo dell’afroamericano pericoloso e violento che è descritto dalla parola thug. Che il caso di Gray fosse tutt’altro che eccezionale lo dimostra l’assoluta mancanza di attenzione mediatica nazionale sulla sua morte, perlomeno fino allo scoppio delle proteste. In questo senso la semplice morte di Gray non basta per spiegare le rivolte, le quali scoppiarono per una serie di fattori simultanei, quali l’esasperazione della popolazione locale, le crescenti tensioni razziali a livello nazionale e locale, e l’esistenza di un video riprendente l’arresto di Gray che testimonia la maniera particolarmente brutale con cui venne ucciso. Gli agenti che arrestarono Gray, peraltro senza nessuna ragione se non il fatto che fosse scappato nel vederli, con tutta probabilità praticarono su di lui il cosiddetto “rough ride”, una vera e propria tortura che si scoprì in seguito essere utilizzata di frequente a Baltimora7. Tale pratica consiste nel compiere un arresto incatenando il sospetto a mani e piedi, per poi sdraiarlo supino sul pavimento del cellulare che lo porterà alla stazione di polizia. Durante il viaggio il prigioniero viene ripetutamente sbattuto sulle pareti metalliche del furgone senza potersi proteggere. Freddie Gray fu sottoposto a tale pratica nonostante già accusasse profonda sofferenza al momento dell’arresto, come si evince dal video che lo riprende incapace di camminare e in preda al dolore mentre i poliziotti lo ammanettano e poi trascinano dentro il cellulare. All’arrivo alla stazione verrà trovato in stato di coma. Morirà una settimana dopo, il 19 aprile 20158. I poliziotti che compirono l’arresto furono indagati ma poi assolti.

Le proteste a Baltimora iniziarono poco prima che Gray morisse, e inizialmente avvennero in maniera pacifica. Degli scontri tra manifestanti e passanti avvenuti il 25 aprile posero la polizia in stato di allerta9, e il giorno del funerale di Gray si decise di inviare grossi numeri di agenti antisommossa nelle zone più a rischio, in particolare di fronte ad una scuola superiore poco distante dal quartiere di Freddie Gray. La presenza della polizia esasperò gli animi e portò a dei primi scontri tra studenti e poliziotti che condussero alla ritirata di questi ultimi10. Per tutto il resto della giornata e della notte si moltiplicarono i saccheggi, gli incendi e gli scontri nelle zone afroamericane della città, portando il sindaco a dichiarare un coprifuoco e a chiedere l’intervento della Guardia Nazionale11.

Come venne discussa la rivolta di Baltimora a livello politico e mediatico? Riferendosi alla citata aporia tra passato e presente, questo vuol dire: come si possono rappresentare le rivolte senza far cozzare la rappresentazione con un’idea degli Stati uniti in cui il razzismo non sia un elemento centrale, ma al massimo un’eredità che sparisce?

La risposta sta proprio nell’utilizzo congiunto della storia del movimento per i diritti civili e di una retorica neoliberale che condanni i rivoltosi e i loro morti non in quanto niggers, ma in quanto thugs. Si consideri questo frammento di un servizio mediatico sulle rivolte di Baltimora. A parlare è Bill O’Reilly, un noto giornalista conservatore che qui commenta le esternazioni di Obama sui rivoltosi:

OBAMA: Quando degli individui si armano di spranghe e scassinano le porte per saccheggiare, non stanno protestando. Stanno rubando. Quando bruciano un edificio commettono un incendio doloso.
O’REILLY: Corretto signor Presidente. Non c’è nessun collegamento tra ciò che è accaduto a Freddie Gray e dare fuoco ad edifici. Le proteste pacifiche attirano attenzione. Il Dr. Martin Luther King lo ha dimostrato. Ma e per quanto riguarda la polizia di Baltimora? Beh, il crimine è fuori controllo. La città ha il quinto tasso di omicidi più alto del paese. Il 90% delle vittime sono nere. Il 90% dei sospetti di omicidi sono neri. Il 90% degli arrestati per rapina sono neri. Circa il 90% degli arrestati per aggressione sono neri. E su tutti gli arresti nella città di Baltimora: l’85% sono neri. E la popolazione nera è il 63% degli abitanti […] Voglio dire chi investirà o inizierà un’attività nei quartieri poveri di Baltimora? Chi? Questo significa che non arriverà lavoro nel quartiere. Quindi i veri perdenti delle rivolte sono quelli che vivono in quei quartieri, primariamente afroamericani. Questi delinquenti idioti saccheggiano e danneggiano la loro gente. E siccome tutto il mondo vede le immagini di neri in preda alla furia, tutti gli afroamericani ne risentono [traduzione dell’autore]12.

Sono dunque gli stessi rivoltosi a creare i propri mali, laddove non comprendono che le loro azioni feriscono le proprie possibilità economiche. E nel discorso neoliberale questo è dato come fatto, perché trattasi di semplice e fredda economia. Si noti come l’epiteto razziale thug non si radichi più in una concezione biologica della “razza” come era per nigger, ma in una categoria più complessa, che vede il giovane afroamericano sì come punibile, incarcerabile o passibile di essere ucciso, ma per via della sua violenza teppista e della sua pigrizia che lo portano a essere un peso per la società capitalista. Il discorso razzista si sviluppa attraverso la rivendicazione del movimento dei diritti civili come un’eredità collettiva, la lotta di persone che si erano stancate di essere giudicate per il colore della pelle e si sono guadagnate, in maniera pacifica, il diritto a eccellere nella società capitalista contemporanea. A chi è rimasto nei ghetti è invece destinato un profondo disprezzo razzista e classista: il giovane nero è pronto a rubare, mentire, truffare; è un peso per la società bianca perché campa di welfare e assegni sociali; è un idiota che danneggia la sua comunità stessa.

Ma se O’Reilly è un conservatore, si consideri questo ulteriore frammento che commenta le rivolte, stavolta di Courtland Milloy. Lungi dall’essere conservatore, l’autore è un noto giornalista afroamericano del «Washington Post».

Lunedì a Baltimora un grosso numero di ragazzi e giovani adulti ha fallito un test di storia e studi sociali con in gioco una posta molto alta. Un gruppo di rinnegati ha sbagliato egregiamente la domanda più importante della giornata – quale fosse il modo migliore per ottenere giustizia per Freddie Gray, che è stato mortalmente ferito mentre era nella custodia della polizia. Tirare mattoni alla polizia? Risposta sbagliata.
Gli atti violenti hanno tolto importanza a Gray, il cui funerale si era appena concluso, e messo al centro dei riflettori il loro comportamento criminale. Il ferimento di diciannove agenti ha spostato la polizia tra le parti ferite, e relegato la vittima reale in posizione secondaria. I rivoltosi avrebbero potuto benissimo mettersi dei cappelli da asino. Nell’edizione del mattino della National Public Radio un uomo identificatosi come Mo Jackson, di 22 anni, ha spiegato le ragioni di questa patetica performance: «La polizia è arrivata e ha bloccato tutte le uscite. Un animale chiuso vuole trovare una via d’uscita, così hanno iniziato a muoversi e la polizia è diventata aggressiva». Chi si paragona a un animale? Potrebbe essere questo a spiegare perché ci siano stati sessantotto omicidi a Baltimora quest’anno e a nessuno sia importato abbastanza da protestare?
Nel quartiere che è stato più colpito dalle rivolte, un posto dove diabete, malattie al cuore e ipertensione sono rampanti, i rivoltosi hanno rapinato l’unica farmacia per poi darla alle fiamme. Una telecamera di un canale televisivo ha mostrato un giovane uomo che si accingeva a saccheggiare il Cvs, i pantaloni sotto il giro di vita, che mostravano le mutande. Quando si è piegato per superare il vetro rotto della porta principale, gli si poteva vedere il suo didietro nudo. È il lavoro di un genitore insegnare ai figli a non esporre il proprio didietro in pubblico. Chiunque abbia cresciuto quel ladro, ha palesemente fallito [traduzione dell’autore]13.

Qui apprezziamo la depoliticizzazione della rivolta condotta sulla base dell’età: la giovane età dei rivoltosi è indice della loro ignoranza e stupidità. La brutale morte di Gray non è un momento politico ma un test scolastico: il fallimento evidenzia la loro incapacità assoluta. Mentre critica la metafora animalesca Milloy utilizza una delle metafore chiave dello schiavismo, e cioè la rappresentazione del nero come un bambino. Si noti come anche qui le azioni contro la proprietà vengano associate a un comportamento autodistruttivo: il crimine contro la proprietà è un crimine contro il quartiere intero che ne beneficia. È assente la consapevolezza che l’economia del ghetto segue logiche coloniali (Hayes 2017), laddove è fatta di attività commerciali di proprietà di esterni, che spesso sfruttano le stesse difficoltà nel muoversi degli abitanti per imporre prezzi superiori alla media. Ciononostante, poiché la proprietà nel discorso capitalista è un valore in quanto tale e non rispetto al suo scopo, distruggere il negozio della compagnia farmaceutica più grande del paese è in qualche modo immaginato come una violenza contro il quartiere stesso.

Razzismo e neoliberismo

Seguendo questi esempi, illustrerò brevemente gli sviluppi storici che hanno portato i discorsi sopra citati a diventare dominanti negli Usa. Da dove emerge questo legame inscindibile tra la retorica capitalista e il razzismo? Da quando e in che modo i discorsi sulla “razza” sono inscindibili da quelli sul mercato? Questo tipo di domande servono per sbarazzarsi dell’idea che il razzismo sia “ancora” vivo, e che il progresso storico lo debba necessariamente sconfiggere. Questo discorso modernista è facilmente smantellabile nel momento in cui non guardiamo al razzismo come un’entità statica, ma come a un’organizzazione sociale in continuo mutamento. Pertanto, eventuali differenze col passato non verranno necessariamente ricondotte a un venir meno del razzismo, ma invece a un mutare del regime oppressivo di cui il razzismo è una componente.

Il nuovo regime razzista nasce come reazione ai risultati raggiunti dal movimento dei diritti civili. A cavallo degli anni cinquanta e sessanta, quest’ultimo lanciò una lotta, perlopiù in forma non violenta, contro il regime di segregazione vigente nel sud del paese, noto come Jim Crow. Le lotte contro il sud razzista ricevettero l’appoggio di una parte rilevante del liberalismo bianco, e misero a nudo la profonda contraddizione tra l’immagine degli Stati uniti come leader del “mondo libero” e il regime di apartheid che vigeva al loro interno (Horton 2005, pp. 139-166). Il risultato fu un conflitto tra il governo federale e gli stati meridionali, che portò il Partito democratico a farsi rappresentante delle istanze del movimento. La vittoria di John Kennedy alle presidenziali del 1960 provocò un riallineamento dei due principali partiti, con i democratici che divennero il partito liberale, e i repubblicani quello conservatore. Durante la presidenza Kennedy-Johnson vennero ratificate una serie di leggi che resero totalmente illegittima la discriminazione razziale su tutto il territorio americano, e ridussero il margine di autonomia legale dei singoli stati rispetto al governo federale.

Negli Stati uniti contemporanei, la trasformazione della struttura legale del paese è rappresentata come la vittoria del movimento dei diritti civili e del progressismo, e questo periodo è raccontato con toni mitici, così da rendere il movimento un’eredità condivisa di tutto il paese. Ma in realtà la vittoria fu amara e incompleta, perché il movimento non intendeva certo limitarsi ad abolire Jim Crow: l’obiettivo finale era ottenere una desegregazione del paese e riforme socioeconomiche atte a redistribuire la ricchezza. In questo senso solo la prima fase del conflitto doveva essere localizzata nel sud, laddove poi la lotta si spostò al nord industriale dove la popolazione nera operaia era segregata nei ghetti (Horton 2005, pp. 167-190). La segregazione del nord non era dovuta al pregiudizio dei bianchi: era il frutto di una strategia di sviluppo urbano ben precisa che vedeva operare il governo federale in tandem con le imprese di costruzione. Obiettivo di questi agenti era garantire una crescita economica attraverso mutui, garantiti dal governo federale, che permettessero alla popolazione di bianca di comprare casa. Contemporaneamente, si isolava la popolazione nera in zone specifiche e non si garantivano mutui federali a clienti afroamericani. Isolati, con scarsa possibilità di scelta sulla casa in cui vivere, i neri venivano sottoposti ad affitti e mutui più cari che impedivano loro di accumulare ricchezza, e al contrario producevano reddito per la borghesia bianca (Rothstein 2017). Lungi dall’essere terminata, la segregazione prodotta da tale sistema è pienamente visibile tutt’oggi, e costituisce la ragione per cui gli afroamericani tendono a possedere la propria abitazione in percentuali nettamente inferiori ai bianchi. La casa, vero strumento di ascesa sociale della classe media bianca nella seconda metà del Novecento, ha svolto il ruolo di un’arma, capace di tenere ciascuno al posto suo.

La seconda fase della lotta del movimento incontrò l’ostilità del liberalismo bianco, il quale era consapevole che desegregare gli Stati uniti avrebbe portato a una drastica riduzione della ricchezza e dei privilegi della popolazione bianca. Per il movimento, l’entusiasmo delle prime vittorie si tramutò ben presto in un’amara presa di coscienza che i metodi usati al sud non avrebbero funzionato al nord, contro un’opinione pubblica compatta nel rifiutare qualsiasi tipo di trasformazione della struttura razzista dominante. Così, intorno al 1965, si sviluppò una radicalizzazione del movimento nero e nacquero movimenti più aggressivi e meno inclini ad usare una retorica non violenta. Il Black power prima, e le Black panthers poi. A partire dal 1967 scoppiarono rivolte nei ghetti delle principali città, e l’uccisione di Martin Luther King infiammò il paese con una serie di rivolte dalle quali molte città non si riprenderanno più (Horton 2005, pp. 167-190; Katz, chapter 3 [edizione kindle]). La reazione bianca (white backlash) trovò il suo alfiere politico in Richard Nixon e nella New right che vinse le elezioni del 1968. L’elezione di Nixon inaugurò una nuova stagione politica che vide scomparire riferimenti alla superiorità bianca o alla necessità di mantenere intatta la segregazione. Al contrario, il linguaggio della reazione si sviluppò utilizzando una retorica simile a quella liberale.

Nixon venne eletto mentre infuriava la battaglia per la desegregazione delle scuole. Negli Stati uniti, le famiglie che mandano i figli nella scuola pubblica non possono scegliere la scuola per il figlio: gli viene assegnata in base al distretto. Questa organizzazione fa sì che la segregazione residenziale si rifletta nelle scuole, permettendo così di distribuire risorse in maniera iniqua tra i vari istituti scolastici. Il movimento chiedeva una ripartizione degli studenti tra i vari istituti attraverso l’uso di bus, così da assicurare che ogni scuola avesse quote di studenti di diverse razze e provenienze sociali. Questa lotta incontrò un’opposizione che riuscì a opporsi alla desegregazione attraverso la retorica liberale. L’opposizione della New right non si basava sulla necessità di una separazione tra razze, ma sulla protezione della libertà individuale del cittadino rispetto allo stato. In questo senso, ripartire gli studenti avrebbe significato violare la libertà del genitore di scegliere la scuola per i figli. Il nuovo discorso razzista fu costruito a partire da una concezione liberale dell’individuo, come una difesa del cittadino statunitense rispetto a uno stato prevaricatore. In altre parole, non era più necessario nominare la “razza” per mantenere intatta la segregazione, e per di più si legava la difesa del razzismo alla libertà individuale (Horton 2005, pp. 191-222; Kinder e Sander 1996, pp. 261-290; Omi e Winant 2015, pp. 159-244).

Nixon non rappresentò la testa di un’ideologia organica, né di un movimento particolarmente organizzato. La sua retorica costituì un adattamento della destra bianca alle trasformazioni indotte dal movimento dei diritti civili, e un modo per mantenere al suo posto il potere bianco senza dover rivendicare posizioni razziste. Il successo di questa strategia ne assicurò la continuità, e spianò la strada a una riorganizzazione radicale degli Usa che ebbe luogo sotto Ronald Reagan. Reagan e i Neoconservatori (Neocon) salirono al potere in un momento storico di riassestamento: le elezioni avvennero nel pieno della crisi dell’industria americana degli anni settanta e in un momento in cui la resistenza nera era già stata profondamente fiaccata e messa in crisi. La crisi della produzione industriale fu più pesante nelle città industriali del nord, che nell’arco di un secolo avevano attirato l’immigrazione afroamericana dal sud per soddisfare la domanda di lavoro nelle fabbriche. Il crollo della produzione fu devastante per tutta la classe lavoratrice statunitense, ma i suoi effetti furono estremi per la popolazione afroamericana isolata nel ghetto. Mentre la classe media nera aveva beneficiato delle leggi antisegregazione per abbandonare i quartieri più poveri, il proletariato afroamericano rimase bloccato in isole di disoccupazione e povertà che sperimentavano un totale isolamento rispetto al resto delle città. Tra gli anni sessanta e settanta la città americana conosce un declino: la popolazione bianca l’abbandona e si rifugia nei sobborghi. Abbandonare i centri urbani risponde a motivi di carattere economico e sociale. Da un lato il crollo dell’economia urbana, e la fine (teorica) della segregazione fanno diminuire il valore delle case nei quartieri bianchi, dall’altro i bianchi sono terrorizzati dalle rivolte e dall’aumento della criminalità nel ghetto. (Wilson 2012; Massey e Denton 1993, pp. 17-59). In questo contesto, il regime di segregazione si mantiene intatto, e la popolazione bianca fugge dalle città covando un profondo risentimento contro gli afroamericani e qualunque forza politica li abbia supportati. La riorganizzazione, sia politica che razziale, avviene in questo clima che politicamente si traduce in una vittoria assoluta di Reagan alle elezioni del 1982 e del 1986.

Reagan non è un presidente come altri. È il volto visibile di un movimento compatto, organizzato, e senza nessuno che possa tenergli testa. Le trasformazioni indotte nella sua presidenza consistono, come è noto, in una netta virata in senso neoliberista dell’economia americana, ma qui ci interessa mettere in luce come economia e razzismo risultino inscindibili in questa riorganizzazione. La propaganda neoliberista è sostenuta da un violento odio razziale verso il nero, ricostruito in maniera tale da incarnare gli stereotipi e le paure della classe media bianca. Il nero può diventare il fulcro di una ricostruzione che lo ponga come nemico della sicurezza e dell’economia: da un lato è violento e pericoloso, dall’altro è pigro e incapace di prosperare in un’economia capitalista. Finisce per costituire una razzializzazione dello stereotipo del sottoproletariato urbano. Ciò non solo permette una riproduzione dell’odio razziale, ma rinforza politiche neoliberali giustificate dall’odio verso il povero che è doppiamente virulento, perché è odio razziale e classista allo stesso tempo. La “razza” è ciò che permette ai Neocon di lanciare politiche contro la classe lavoratrice senza che questa protesti, ma anzi le sostenga (Omi e Winant 2015, pp. 211-244). Ai tagli al welfare si accompagnano riforme penali ultrapunitive che in poco tempo danno agli Stati uniti la più grande popolazione carceraria del mondo. Il ghetto da quartiere diventa territorio occupato, perenne campo di esercizio della brutalità di una polizia addestrata e armata secondo logiche militari. Il ghetto era già diventato centro dell’attenzione dello stato a partire dalle rivolte della fine degli anni sessanta, che avevano mostrato la pericolosità di creare fortezze per reietti nel cuore delle città statunitensi (Hinton 2016, pp. 96-133). Se durante la presidenza Johnson c’erano stati timidi tentativi mai compiuti di utilizzare misure sociali per ridurre l’isolamento del ghetto, la soluzione neoliberale fa piazza pulita di qualsiasi politica di ridistribuzione della ricchezza in favore della repressione più dura. Da problema sociale la povertà si trasforma in problema di ordine pubblico, e la soluzione è un regime segregazionista e carcerario teso ad annientare qualsiasi scintilla di rivolta.

Tra gli anni settanta e novanta il ghetto diventa oggetto di attenzione esclusiva dello stato che lo trasforma radicalmente. A partire dalla presidenza Johnson, per proseguire con quella di Nixon, la War on Crime indirizza risorse per sviluppare operazioni di sorveglianza e repressione che porteranno alle conseguenze estreme della War on Drugs di Reagan (Alexander 2010; Hayes 2017). La riorganizzazione si estende in modo duplice su repressione e welfare, che diventano due sistemi che operano insieme: ottenere un alloggio popolare o un assegno di disoccupazione nel ghetto comporta essere sottoposti a sorveglianza, subire test antidroga, colloqui tesi a valutare l’onestà del richiedente. Una infrazione comporta la perdita di quelli che in teoria sono diritti sociali, ma in pratica premi per chi si comporta bene. La separazione delle famiglie è incoraggiata, giacché la ragazza madre, se è single, ha più possibilità di ricevere un alloggio e un sostegno. Portare il compagno dentro casa può equivalere allo sfratto, e ugualmente se uno dei figli commette un reato la madre perde la casa se lo fa entrare (Fernández-Kelly 2015). In questo modo si risolve il problema dei ghetti, polveriere pronte ad esplodere nelle città statunitensi: non risolvendo la povertà, come si pensava negli anni sessanta, ma attraverso una repressione scientifica, che punta a distruggere legami familiari e comunitari così da annichilire potenziali rivolte e organizzazioni del ghetto in senso rivoluzionario. Lo spazio urbano afroamericano è in effetti modellato come uno spazio carcerario, e la prigione non ne costituisce che un’estensione, specialmente per la popolazione maschile (Shabazz 2017).

Economicismo e antipolitica

La riorganizzazione del regime razziale si svolge a livello geografico e linguistico così da ottenere una ripartizione perfetta dei nuovi soggetti razziali dentro il tutto che coincide con la popolazione. Affiorano termini nuovi, tesi a sottolineare le specificità di questa nuova ripartizione che è ben lontana da considerare i neri come massa omogenea. La ragazza madre afroamericana è una welfare queen, e cioè un’arrivista che mette al mondo figli per ottenere assegni dallo stato; l’uomo afroamericano è un deadbeat, un fannullone che vive di aiuti e fa figli che poi abbandona; il giovane nero è un thug, un teppista pericoloso e violento. Ciascuna parola identifica il soggetto all’intersezione tra “razza” e classe. Si inventa una grammatica che giustifichi la segregazione urbana e la carcerazione come fenomeni naturali, dovuti alle caratteristiche del soggetto razziale afroamericano. Nigger diventa parola di cui è proibita persino la pronuncia, perché esprime in maniera troppo netta la continuità col regime razziale precedente: il nuovo vocabolario razzista si compone di parole che sono teoricamente scisse dalla “razza” di coloro che descrivono, laddove vanno a caratterizzare comportamenti antisociali che poi altro non sono che il modo perverso di immaginare il povero delle società borghesi. Al di là della semplice figura di Reagan, la reazione si avvale di una produzione culturale sostenuta dagli investimenti di lobby e think tank che traducono il razzismo in dogma neoliberista, cancellando le distanze tra i due. Nel 1984 viene pubblicato da Charles Murray un classico di enorme successo della letteratura neoliberista, Losing Ground, in cui si afferma come welfare e povertà si auto alimentino a vicenda (Murray 1984). Nel 1994 lo stesso autore scriverà The Bell Curve, in cui sostiene che il quoziente intellettivo sia il principale determinante del reddito percepito da un individuo, ben più determinante delle sue origini, il che spiega la povertà dei neri che tendono ad avere qi inferiori rispetto ai bianchi (Murray 1994). A fronte di una massa elettorale che sostiene compatta le idee della destra, i democratici si regolano e si avvicinano alle medesime posizioni. Nel 1987 Julius Wilson pubblica un’opera celebre che costituisce la risposta alla propaganda neoliberale in ambito accademico, The Truly Disadvantaged (Wilson 1987). Il libro smentisce l’associazione fra povertà e welfare, e relaziona la povertà del ghetto alla crisi dell’industria e all’abbandono delle zone più povere da parte della classe media afroamericana. E tuttavia Wilson insiste su come non abbia senso parlare di razzismo, su come il mutamento sia solo causato dall’ “economia”, e su come i democratici debbano adeguarsi al linguaggio economicista per avviare politiche sociali che il pubblico bianco non percepisca come favoritismo verso gli afroamericani. In altre parole, già da qui vediamo come la sinistra istituzionale vada per molti versi ad adeguarsi al pensiero egemone, raccogliendo le basi del nuovo conservatorismo per poi opporvisi ma sullo stesso piano. Questa linea sarà vincente nel 1992, con l’elezione di Clinton trainato dal suo slogan «It’s the economy, stupid!» (è l’economia, stupido!), che se di fatto costituisce una sconfitta per i repubblicani, rappresenta il trionfo assoluto della nuova destra che ha trasformato il nemico a sua immagine. L’elezione di Clinton costituisce simbolicamente la morte della politica, la trasformazione dello scontro in un dibattito tecnicista sull’economia, la totale cancellazione di un conflitto.

BIBLIOGRAFIA

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