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SF e No future

Sulla fine dell’anno pubblichiamo un pezzo un po’ leggero, che addirittura parla di impero galattico!

Abbiamo chiesto a Lidia Martin di fare un confronto tra la psicostoria di Asimov e la prescienza di Herbert, rispetto al rapporto passato-futuro.
Le abbiamo chiesto di scriverlo una volta per tutte, così la smette di dirlo a noi della Redazione Web, come se fossimo solo dei nerd.

Buona lettura!

Divertissement in-per-su-tra-fra Fondazione e Dune

Lidia Martin

Urania, la collana editoriale italiana di fantascienza i cui numeri si vendono in edicola, laddove riusciate a trovare ancora delle edicole aperte, ha recentemente lanciato una call ai lettori (il Campionato di Urania) per decidere una volta per tutte quale sia il «miglior romanzo di fantascienza di sempre» per la sua Community. Lo scontro finale – di cui non è ancora stato pubblicato l’esito – dopo una successione di spareggi è: “Fondazione” di Isaac Asimov vs “Dune” di Frank Herbert. Non è chiaro se la sfida sia tra il “ciclo della Fondazione” (Foundation, 1951; Foundation and Empire, 1952 e Second Foundation, 1953, per limitarci solo alla trilogia iniziale dei romanzi di Asimov) e il “ciclo di Dune” (Dune, 1965; Dune Messiah, 1969; Children of Dune, 1977; God Emperor of Dune, 1981; Heretics of Dune, 1984 e Chapterhouse Dune, 1985, prendendo in considerazione solo le opere di Herbert padre), oppure tra i primi volumi delle due serie come farebbero dei lettori pigri, e forse influenzati dal contesto cine-televisivo (nel 2021 viene distribuita da Apple tv+ la prima stagione di Foundation ed esce il film Dune di Denis Villeneuve).

Resta il fatto che Fondazione e Dune convalidano il loro ruolo di “grandi classici” della letteratura fantascientifica, perché ci portano in un mondo futuro e lontano per provare a indagare la natura umana che rimane sempre la stessa, anche nella Galassia.

Il ciclo della Fondazione prende le mosse dalla preoccupazione di Hari Seldon («nato nell’anno 11.988 dell’Era Galattica, morto nel 12.069», I. Asimov, Trilogia della fondazione, Mondadori, 2004, p. 5) di limitare il periodo di barbarie che seguirà la caduta dell’Impero Galattico a “soli” mille anni, invece dei trentamila che ha ipotizzato attraverso una combinazione di metodi statistici e matematici applicati alla storia e alla sociologia, base di una disciplina da lui concepita: la psicostoria (a volte tradotta in italiano come “psicostoriografia”).

PSICOSTORIOGRAFIA… Gaal Dornick, servendosi di concetti non matematici, ha definito la psicostoriografia come quella branca della matematica che studia le reazioni d’un agglomerato umano a determinati stimoli sociali ed economici…
[…]
Un ulteriore assunto è che la comunità esaminata deve essere, essa stessa, all’oscuro dell’analisi psicostorica affinché le sue reazioni siano assolutamente istintive…

Ivi, p. 16 (tratto dalla fonte “Enciclopedia galattica”),

e la trilogia iniziale si articola sostanzialmente seguendo il “piano Seldon” e le sue previste crisi. Cioè confermando la validità della psicostoria come scienza esatta, “messa in crisi” solo dal mutante Mule, il protagonista-antagonista del romanzo Second Foundation che si chiude proprio con la sua sconfitta e morte, lasciando il campo libero al post-piano Seldon che Asimov scriverà a quasi trent’anni di distanza per chiudere il cerchio e correlare il ciclo della Fondazione al ciclo dei Robot (Foundation’s Edge, 1982; Foundation and Earth, 1986; Prelude to Foundation, 1988 e Forward the Foundation, 1993).

Il ciclo di Dune si sviluppa intorno al desertico pianeta Arrakis (detto appunto “Dune”), luogo inospitale dove l’acqua è il bene più prezioso e, allo stesso tempo, luogo prezioso perché l’unico in cui si può produrre il melange, una spezia dalle proprietà benefiche che ad alcuni permette di avere visioni psichedeliche del futuro. L’acqua, il melange e l’ossessione per il futuro sono le direttrici su cui si muove la lotta per il controllo di Arrakis tra la casa degli Atreides e quella degli Harkonnen; disturbati, ostacolati, coadiuvati o manipolati dai Fremen, dalle Bene Gesserit, dalla Gilda spaziale, dalle Matres Onorate, dai Bene Tleilax e dalla infinità di personaggi e organizzazioni che in modo molto dettagliato Herbert ha inventato per noi.

Con uno sguardo da storica, una visione materialista e una attitude punk ho voluto provare ad analizzare Fondazione e Dune nel solo vetrino del rapporto passato-futuro.

Asimov presenta la sua psicostoria come una scienza. La inventa nel 1941 all’età di 21 anni (il primo racconto che andrà poi a comporre Foundation viene pubblicato nel 1942 sulla rivista «Astounding Science-Fiction»), con questo spirito:

Asimov:  […] I wanted to consider essentially the science of psychohistory, something I made up myself. It was, in a sense, the struggle between free will and determinism. On the other hand, I wanted to do a story on the analogy of “The Decline and Fall of the Roman Empire“, but on the much larger scale of the galaxy. To do that, I took over the aura of the Roman Empire and wrote it very large. The social system, then, is very much like the Roman imperial system, but that was just my skeleton. At the time I started these stories, I was taking physical chemistry at school, and I knew that because the individual molecules of a gas move quite erratically and randomly, nobody can predict the direction of motion of a single molecule at any particular time. The randomness of their motion works out to the point where you can predict the total behavior of the gas very accurately, using the gas laws. I knew that if you decrease the volume, the pressure goes up; if you raise the temperature, the pressure goes up, and the volume expands. We know these things even though we don’t know how individual molecules behave. It seemed to me that if we did have a galactic empire, there would be so many human beings – quintillions of them  –  that perhaps you might be able to predict very accurately how societies would behave, even though you couldn’t predict how individuals composing those societies would behave. So, against the background of the Roman Empire written large, I invented the science of psychohistory. Throughout the entire trilogy, then, there are the opposing forces of individual desire and that dead hand of social inevitability.

[Asimov: volevo considerare solo la scienza della psicostoria, che ho inventato io stesso. In un certo senso, era la lotta tra libero arbitrio e determinismo. Volevo realizzare una storia analoga a “Declino e caduta dell’Impero Romano”, sulla scala più ampia della galassia. Quando ho iniziato a scrivere queste storie, studiavo chimica- fisica e sapevo che le singole molecole di un gas si muovono in modo abbastanza irregolare e casuale, e che non si può prevedere la direzione di una singola molecola in un dato momento. Ma la casualità del loro movimento è tale che è possibile prevedere il comportamento del gas in modo molto accurato, utilizzando le leggi dei gas, pur non sapendo il comportamento della singola molecola.  Per analogia, se avessimo avuto un impero galattico, ci sarebbero stati così tanti esseri umani da permetterci di prevedere con grande precisione il comportamento delle società, pur senza sapere il modo di agire dei singoli | traduzione veloce mia]

Earl G. Ingersoll et al., A Conversation with Isaac Asimov, «Science Fiction Studies», 1987, Vol. 14, No. 1, p. 70.

Poi, come abbiamo visto, alla fine della prima trilogia della Fondazione abbandona l’idea della psicostoria come strumento salvifico per l’umanità:

Asimov: […] By the 1980s, I had come to the decision that psychohistory would get nowhere if human ways of thought, human social systems, etc. did not change fundamentally. Beginning with “Foundation’s Edge“, psychohistory as a tool was de-emphasized and I began to consider fundamentally different social systems-that of the first Foundation, that of the second Foundation, that of Gaia. I continued this in my two robot novels of the 1980s, “The Robots of Dawn” and “Robots and Empire”. And I continue it still further in my latest book, “Foundation and Earth“.

[Asimov: negli anni ’80 ero giunto alla decisione che la psicostoria non sarebbe arrivata da nessuna parte se i modi di pensare e i sistemi sociali umani non fossero cambiati radicalmente. A partire da “Foundation’s Edge”, ho de-enfatizzato l’attenzione sulla psicostoria come strumento e iniziato a prendere in considerazione sistemi sociali diversi | traduzione veloce mia]

Ivi, p. 74.

Anzi abbandona proprio l’umanità, questa umanità, come centro dell’interesse salvifico.

Solo per curiosità, segnalo che la psicostoria in un certo senso sembra continuare, invece, a vivere in autonomia e nonostante Asimov: come possibile pratica della psicologia per studiare la psiche dei “grandi uomini” del passato (cfr. Richard W. Noland, Psychohistory. Theory and Practice, «The Massachusetts Review», 1977, v. 18, n. 2, pp. 295-322); come “nuovo” tentativo di individuare cicli storici replicabili per pre-vedere le fasi sociali (cfr. Laura Spinney, Human cycles: History as science, «Nature», 2012, n. 488, pp. 24–26; Luigi Cajani, Il ritorno di Hari Seldon. Dalla psicostoriografia alla cliodinamica, «Historia Magistra», 2015, v.19, pp. 96-104).

È sempre la salvezza dell’umanità a preoccupare, e quindi ad animare, anche i personaggi di Dune. Nel ciclo di Dune, come già anticipato, la previsione del futuro, o meglio dei futuri possibili, avviene attraverso la trance provocata dal melange. Herbert costella tutti i sei libri della serie con informazioni sparse su “la spezia”. Scopriamo così, poco alla volta, che: ha il gusto del cinnamomo; permette ai navigatori della Gilda di compiere i viaggi spaziali; è prodotta dalle trote delle sabbie (cioè le larve dei vermi delle sabbie che vivono nel sottosuolo di Arrakis); è fonte di lunga vita; etc. Il melange viene anche utilizzato nel rito di passaggio a Reverenda madre dall’ordine delle Bene Gesserit e durante questa “agonia da spezia” sono risvegliati in sé i vissuti dei propri antenati che, condividendo esperienza e sapienza, diventano guide o orditori.  Alla agonia da spezia si sottopone anche Paul Atreides, che già alla fine del primo romanzo è il Muad’dib – cioè messia oltre che imperatore della Galassia – e che nelle sue visioni profetiche scorge quello che per lui è il “peggiore dei futuri possibili”: la jihad.

Ma il personaggio più interessante per il punto di osservazione che ho scelto è suo figlio, Leto II, che fin dalla nascita possiede in sé i ricordi di tutti gli antenati e che all’età di 9 anni intraprende, da solo, un cammino che lo porterà a trasformarsi in un enorme verme delle sabbie (cfr. Children of Dune e God Emperor of Dune). Leto II, cospargendo il proprio corpo di trote della sabbia, riesce ad avere una visione chiara – al contrario di Paul – dei futuri possibili e quindi a sapere che la rivoluzione ecologica che i Fremen hanno iniziato a operare su Dune, per trasformare il pianeta in un luogo meglio abitabile, porterà all’estinzione del melange. Egli pre-vede un solo scenario futuro in cui è scongiurabile la fine della spezia e – di conseguenza – la sciagura dell’umanità: l’imposizione di un lungo regno (il suo) finalizzato al ritorno del deserto su Arrakis. In God Emperor of Dune (tradotto in italiano come L’imperatore-dio di Dune), Leto II – che ha immolato la sua esistenza in forma di uomo per dare un futuro a tutti gli uomini – da più di tremila anni conduce una vita monotona, è diventato un despota e l’umanità lo odia; frange di ribelli lottano contro di lui e azioni di potere di diversi ordini religiosi o di categoria mirano alla caduta del suo impero.

Le strade scelte da Asimov e da Herbert per sviluppare il tema del rapporto passato-futuro e rappresentare il conflitto tra predeterminazione e libero arbitrio, non potrebbero sembrare più lontane e divergenti, eppure la pratica della psicostoria e l’esperienza della prescienza sono alla fine due facce della stessa medaglia – o della stessa monetina da lanciare in aria per decidere il Che fare? – come già osservato da Grigsby:

[..] both psychohistory and prescience function in essentially the same way, enabling characters to see future probabilities and thus giving them an advantage over others in preparing for, or altering, those probabilities.

[… psicostoria e prescienza funzionano essenzialmente allo stesso modo, consentendo ai personaggi di vedere le probabilità future e dando loro un vantaggio nel prepararsi o nell’alterare queste probabilità | traduzione veloce mia]

John L. Grigsby, Asimov’s “Foundation” Trilogy and Herbert’s “Dune” Trilogy: a Vision Reversed, «Science Fiction Studies», 1981, v. 8, n. 2, p. 152.

Se la fantascienza è “Literature of Ideas”, cioè un genere in cui tutto può – a partire dall’esplorazione di altri mondi, altri scenari, altre tecnologie – è interessante notare che, di contro, l’ansia di prevedere e/o controllare il futuro è rappresentata in testi classici quali Fondazione e Dune attraverso delle staticità: il piano Seldon e il regno di Leto II. Come se pre-vedere il futuro non fosse in realtà il vantaggio di cui parla Grigsby, ma una gabbia. Non nel senso lapalissiano che la predeterminazione chiude lo spazio della libera azione individuale, una “gabbia” perché una volta avuta la visione del futuro – sia essa data da una trance mistica o da un calcolo matematico – diventa perfino impossibile pensare/sognare/immaginare delle alternative, delle fuoriuscite.

E invece a noi, se ci immedesimiamo nella figura dell’antagonista in una storia, quello che dovrebbe interessare è proprio l’elemento di rottura, il granello di sabbia dentro l’ingranaggio, lo sparigliare delle carte in tavola.

Senza voler andare troppo in là nella ricerca di una pre-visione del futuro, per ora ci potremmo accontentare anche solo di sapere chi vincerà il Campionato di Urania. Io non ho votato, che non voto mai… neanche per scegliere i numeri di «Zapruder», ma per me Asimov vince sempre e comunque, e forse si era già capito.

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