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Genova 2001, un punto di vista interno

Gabriele Proglio, I fatti di genova. Una storia orale del g8, Roma, Donzelli, 2021, pp. 337

In “Zona rossa“, il numero 54 di «Zapruder» che abbiamo costruito insieme a SupportoLegale e uscito in concomitanza con il ventennale del G8 di Genova del luglio 2001, avevamo pubblicato un In Cantiere della ricerca di Gabriele Proglio sulle memorie di chi a Genova c’era stato (cfr. Gabriele Proglio, Genova G8: la storia siamo noi! Memorie di conflitti, conflitti di memorie). Nel frattempo la ricerca è stata portata avanti ed è raccontata in un libro, che abbiamo chiesto a Ilenia Rossini di “leggere per noi”.

Genova 2001, un punto di vista interno

Ilenia Rossini

Non siamo davanti alla «ricostruzione completa degli eventi», come pure recita pomposamente la fascetta scelta per il volume. L’ambizione della completezza, del resto, non rientra tra gli obiettivi di Gabriele Proglio, che il metodo storico padroneggia con acutezza e con la consapevolezza che «Genova è un groviglio di fili difficile da dipanare» (p. 4). Quella che l’autore si propone di raccontare è, invece, una storia orale del G8: una storia tra le tante che fa suo un punto di vista interno. Interno alle oltre 50 persone intervistate (22 donne e 32 uomini), ma anche interno allo stesso autore, che sa bene che «il G8 di Genova è una ferita che continua a bruciare e a generare ricordi in una zona d’ombra» (p. 3).

L’indice del volume è organizzato secondo la metafora del viaggio: i preparativi dei mesi e dei giorni precedenti, le partenze, il corteo per la libertà di circolazione del 19 luglio, le due “battaglie di Genova” del 20 e del 21 luglio, i ritorni. Le persone intervistate sono tutte legate al Piemonte e, in particolare, a Torino. La scelta, spiega Proglio, riguarda i «processi memoriali: se, cioè, l’attenzione della ricerca voleva essere concentrata sul ricordo, tale attività non poteva prescindere dalla definizione di un medesimo contesto sociale di partenza e di ritorno per tutte le persone intervistate» (p. 10). Nonostante questa base comune, ogni intervista riguarda una soggettività diversa dal punto di vista anagrafico, politico (si va dai black bloc ai cattolici), di genere e di percorso di vita.

Proglio è attento, nella costruzione delle interviste, a rifiutare tanto il reducismo quanto il vittimismo – due approcci che cristallizzano il racconto nel passato nell’evocazione di qualcosa di irripetibile o di un trauma subito – e a non schiacciare la narrazione sulle questioni della repressione e del dibattito violenza/non violenza. Il libro è pensato piuttosto come una “macchina del ricordo” che mette in mostra i processi memoriali – numerosi, stratificati – relativi al G8 del 2001. A essi non è estranea la rappresentazione tramandata dai media, che «hanno creato e veicolato nel grande pubblico l’idea secondo cui le responsabilità di quanto accaduto a Genova vadano addebitate ai manifestanti violenti […] e che con l’uccisione di Carlo Giuliani, la prova di forza dalla Diaz e le barbarie di Bolzaneto, il movimento e le generazioni italiane in lotta siano state sconfitte. Il G8 sarebbe la fine di tutto, la morte della politica dal basso e delle lotte per l’autodeterminazione dei territori e dei popoli; a tale cesura corrisponderebbe, inoltre, un momento di crisi, di fine dell’attivismo e della militanza delle singole persone, così come delle associazioni, dei gruppi e delle realtà politiche. Questa storia unica, che è considerata vera prevalentemente perché reiterata nelle comunicazioni, confligge con le tante storie delle interviste» (p. 276).

Comune a tutte le interviste, infatti, è la percezione di Genova 2001 come uno spartiacque politico e personale – esiste un “prima” e un “dopo” – ma non quella di duna “sconfitta” o della “fine del movimento”: i Ritorni sono in realtà, in molti casi, continuazioni perché durante le giornate genovesi la percezione del mondo dei manifestanti cambia per sempre. Scrive Proglio che «“tutto cambia dopo Genova”, affermano tante voci. Per alcune soggettività, il G8 serve a trasformare la presa di coscienza in azione» (p. 327).

Genova non è finita, abbiamo sentito dire molte volte: e non lo è soprattutto perché Genova 2001 continua a produrre significati.

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