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Tutte le strade portano alla città. Sei domande a Vittorio Vidotto

Ci ha raggiunto la triste notizia della scomparsa di Vittorio Vidotto, che avevamo recentemente intervistato per “Se bruciasse la città. Confini, segregazioni, conflitti”, il numero 61 di «Zapruder» dedicato ai conflitti urbani.

Sei domande sulla storia“, dove il pezzo è pubblicato, è la rubrica nella quale ci confrontiamo con storici e storiche sul significato della disciplina e il loro rapporto con l’impegno civile.

Per ricordare Vittorio, liberiamo questo contributo in anticipo.

Tutte le strade portano alla città – sguardi obliqui sulla storia urbana e sulla conflittualità sociale

(a cura di Ilenia Rossini)

Perché la storia? Perché la storia di Roma?

L’approdo alla storia di Roma in qualche misura è stato casuale, ma alla base vi è la mia vicenda biografica. Sono cresciuto in una città di fondazione, Torviscosa, in Friuli, ma mi sono sentito però per tutti gli anni fino all’adolescenza – mi sono trasferito a Roma a quattordici anni – cittadino di Milano, dove ero nato e dove vivevano i miei parenti. Vivevo questo duplice rapporto tra una città artificiale – dotata di una grande fabbrica e di una grande azienda agricola – e una metropoli, in cui io sentivo un’aria di casa. In più, in qualche modo, avevo fatto l’esperienza di Trieste che era ancora, fino al 1954, occupata di fatto dagli angloamericani: si attraversava una specie di confine, con i posti di controllo, e si arrivava in una vera e propria città. In me c’era la percezione di due realtà – una agricola/industriale e l’altra tipica della metropoli – e ciò può essere posto alla base lontana del mio rapporto con Roma e legato forse anche alla mia abitudine a essere molto curioso dell’aspetto delle città. Poi sono venuto a Roma e l’impatto con essa ha costituito da un lato una sorta di piccolo trauma: avevo fatto le medie in un piccolo comune friulano (Cervignano) e il quarto ginnasio a Udine e l’arrivo in una grande città ha accentuato il tasso delle mie emozioni. In più, fin dall’inizio, ho cercato di conoscere la città nella sua dimensione monumentale-artistica. La cosa che mi sorprendeva, nei miei anni di liceo, era che i miei compagni di classe – tutti originari del quartiere Africano/Trieste, avendo io frequentato il liceo Giulio Cesare – non avessero alcuna curiosità della città, addirittura non la conoscessero. Alcuni non erano mai stati a piazza san Pietro. A spingermi poi verso la storia di Roma è stato lo sviluppo degli interessi storiografici nei confronti della memoria pubblica, del ruolo dei monumenti, delle funzioni simboliche della città. Mi era forse rimasta impressa una frase di Rosario Romeo dal Risorgimento e capitalismo, che avevo letto nei primi anni di università, prima di conoscere Romeo con cui poi mi sono laureato, che diceva – criticando il fondamentale libro di Alberto Caracciolo su Roma – come non avesse senso condannare Roma per non essere riuscita a diventare come Parigi, un centro propulsivo borghese-industriale, ma fosse necessario piuttosto valutare in che misura Roma era riuscita ad assolvere il suo ruolo di città capitale. Un altro elemento che ha contribuito a portarmi verso la storia di Roma fu costituito dal fatto che, dagli anni ’70 fino a circa il 2000, sono stato consulente della casa editrice Laterza per le opere storiche e quindi mi confrontavo con Vito Laterza. Anzi, Vito Laterza si confrontava con me e mi chiedeva pareri sui progetti editoriali e sulle proposte di pubblicazione. A un certo punto, penso all’inizio degli anni ’80, si decise di affiancare a quella collana di grandi opere in formato grande, la “collana nera”, che aveva al suo interno una serie diretta da Cesare De Seta intitolata Le città nella storia di Italia e costituita da libri scritti prevalentemente da urbanisti, storici dell’arte, storici dell’architettura ed erano molto illustrati, un’altra collana. Nella serie curata da De Seta, infatti, le illustrazioni e le rappresentazioni della città, molto spesso in misura rilevante nelle piante, erano il nodo centrale: non c’era una vera storia, c’era un po’ di storia urbanistica, forse più in alcuni libri (Benevolo su Urbino, Bortolotti su Siena). Allora con Vito si decise di progettare la collana Storia città italiane che nel progetto originale doveva avere dei volumi a più mani che dovevano affrontare sistematicamente quattro aspetti della città: la politica, la società, l’economia e la cultura. Questo modello è stato in parte seguito nei volumi pubblicati in quella serie. Quando decidemmo gli autori – Franzina fece per primo Venezia, Zangheri fece Bologna, Galasso Napoli con Mascilli Migliorini, Cingari Reggio Calabria, Giarrizzo Catania, e così via, mentre l’unico volume progettato e non realizzato, che forse era il più importante, fu quello su Milano, affidato a Della Peruta – io, con una certa incoscienza, ho detto che avrei potuto scrivere quello su Roma. Ho dovuto però aspettare vent’anni per pubblicarlo, per mia colpa: e Vito non ha fatto in tempo a vederlo.

Come studiare la complessità di Roma contemporanea?

Io non mi ero mai occupato di quei temi fino ad allora, avevo solo una grande curiosità e passione. Mi ero occupato di partiti politici, un po’ di Rivoluzione francese, avevo fatto delle ricerche sulla vendita dei beni nazionali. Avevo, inoltre, un’altra opera fondamentale con cui confrontarmi. Il titolo del mio volume, infatti, è Roma contemporanea perché una Roma moderna c’era già: si trattava del volume di Italo Insolera, pubblicato nel 1962 con un successo inarrivabile. Le tirature delle mie due edizioni di Roma contemporanea non hanno raggiunto la tiratura e le vendite di neanche una delle numerose ristampe del libro di Insolera, poi aggiornato in anni recenti da Paolo Berdini. È una storia che io conoscevo e conoscevo anche un po’ l’ambiente che faceva capo a quell’impostazione, legato in parte alle idee dell’associazione Italia nostra. Io poi avevo due fratelli architetti, solo in seguito avrei avuto una moglie architetto, e all’inizio una facoltà che volevo fare era proprio architettura: in una certa misura ho sempre avuto un certo interesse per la città. La cosa curiosa è che nel 1983, quindi a pochi anni di distanza dall’avvio della serie sulle città, io in una notte insonne buttai giù di getto una sorta di schema del volume su Roma che avrei voluto scrivere, con le coordinate di tutti i temi che mi stavano a cuore. Poi per anni ho accumulato una grande quantità di materiali, affiancata dalla stesura dettagliata di un elenco di argomenti: erano i primi anni di uso del computer, che ho avuto per la prima volta nel 1988, anno in cui ho finito i manuali scolastici che ho scritto con Andrea Giardina e Giovanni Sabbatucci. Quello schema era rimasto in un cassetto e solo nel 1990 l’ho trascritto ma nel frattempo avevo buttato giù una serie di abbozzi che venivo via via assemblando intorno ad alcuni capitoli. Poi la stesura vera e propria è durata pochissimo. Nel frattempo, tra il 1994 e il 1999 con Sabbatucci abbiamo curato i sei volumi della Storia d’Italia per Laterza, e nell’ultimo volume ho scritto un saggio sulla società italiana cercando di tenere uno sguardo largo su tutti gli aspetti dei cambiamenti intervenuti dai primi anni ’60 in poi. Il completamento di quel saggio mi ha dato la spinta per riprendere il libro su Roma che ho scritto in un tempo relativamente breve finendolo agli inizi di settembre 2001. Gli ultimi quattro capitoli li ho scritti in tre mesi in virtù del fatto che avevo già uno schema preciso delle cose da dire, ordinato secondo una struttura tematica, in modo che i paragrafi avessero un andamento funzionale alla ricostruzione di un quadro complessivo della città. Oggi a distanza di tempo devo dire che forse il pregio di quel libro sta nell’avere cercato di coordinare i vari fattori e di tenere conto e rappresentare la complessità della vita urbana. Ci si trova dentro la vita politica, amministrativa, la vita culturale, la dimensione urbanistica, le lotte sociali, la violenza politica. Tutto quello che mi sembrava rilevante, comprese due pagine o tre su via Rasella e sulle Fosse ardeatine, sulla conflittualità politica degli anni ’70, i contrasti e le lotte politiche, l’operazione Sturzo, le giunte di sinistra. Poi ho preso posizione in maniera molto decisa e contraria alla vulgata di Insolera, nel non considerare come patologica la speculazione edilizia, quando costituisce invece un elemento fisiologico nello sviluppo urbano. È fisiologico in ogni città che io conosco, non solo italiana. Questo già mi metteva contro l’interpretazione dominante del libro di Insolera, tutto costruito intorno al filo della deprecazione della speculazione edilizia. Non mi sono mai pentito di aver scelto Roma come oggetto di studio e, anzi, si è poi ampliato fino a divenire un legame a volte pesante per le frequenti richieste di tornare su quegli argomenti. Durante gli anni di stesura del volume, ho anche promosso una serie di altri lavori. Con alcuni allievi e collaboratori ho pubblicato un libro sui monumenti ai caduti a Roma e nel Lazio. Ho molto promosso il libro di Bruno Tobia Una patria per gli italiani. Spazi, itinerari, monumenti nell’Italia unita (1870-1900), uscito nel 1991. Contemporaneamente, negli anni ’90, forse per la prima volta nel 1993, ho cominciato con gli studenti del mio corso – fino al 1996 di storia moderna, anche se mi occupavo già di questioni più contemporanee – una serie di visite alla città, a suoi monumenti e quartieri, con particolare attenzione a quelli di edilizia residenziale pubblica. Il primo anno fu nel 1993, dopo la pubblicazione del libro di Tobia, accompagnato da un giovane e brillante architetto, Francesco Garofalo, grande conoscitore della città, che è purtroppo scomparso precocemente. Abbiamo cominciato da alcuni aspetti dalla città barocca, per poi passare alla città costruita dopo il 1870, al monumento a Vittorio Emanuele. Poi io ho curato un volume intitolato Roma capitale, nel quale ho scritto una parte che ampliava quello che avevo scritto in Roma contemporanea sulla Roma fascista. Poi ho scritto un paio di articoli sul tema dei luoghi del fascismo a Roma, facendo anche delle scoperte interessanti: il mio legame di ricerca è rimasto a lungo aperto su quel versante.

Storia urbana e storia contemporanea

Io non mi riconosco nella dimensione istituzionale della storia urbana. Roma contemporanea, che pure può essere considerato un libro di storia urbana perché è un libro di storia di una città, travalica i confini che abitualmente si conferiscono a questo settore che, almeno in Italia, ha una serie di prospettive più limitate e articolate nel tempo, oltre a essere una storia molto parcellizzata. Guardando gli indici degli ultimi numeri della rivista «Storia urbana» si nota anche lì tale sfrenata parcellizzazione di tematiche, anche se in alcuni numeri ci siano degli sforzi per valutare alcune situazioni di insieme. Ad esempio, il numero dedicato alla storia della Giappone e alla nascita di Tokyo come capitale. Tra l’altro ho toccato il tema della nascita delle capitali in un convegno europeo di storia urbana nel 2006, a Stoccolma, dove ho svolto un intervento su Roma e Atene e la nascita delle due città capitali. La diversità tra le due è enorme perché Atene, che pure era stata una grande città nell’antichità, era poco più di un villaggio quando diventa la capitale greca e però ci sono degli elementi di affinità che rendono possibile un confronto. Un numero di «Storia urbana», dicevo, si occupa proprio di come Edo – il nome originario di Tokyo – fosse fino alla metà del ‘500 poco più di un villaggio costiero, con una fertile zona circostante ma niente di più, mentre la capitale storica era Kyoto. Diventa gradualmente capitale dalla dinastia dei Tokugawa, cioè dalla seconda metà del Cinquecento. Per dire che, in realtà, anche una rivista di storia urbana può affrontare temi di più ampio respiro. Similmente, di recente è stato pubblicato un articolo sulle trasformazioni urbane di Istanbul tra metà degli anni ’80 a oggi o comunque alla fine del secolo. Oltre alle ricerche minute, locali, ci sono anche tentativi di spaziare oltre. Infine, la storia urbana si è data una sua organizzazione. Esiste l’Associazione italiana di storia urbana (Aisu). L’Aisu tiene regolarmente i suoi convegni, a cui partecipammo noi stessi del gruppo che con gli anni, alla Sapienza, si era andato costruendo intorno a me. Io stesso ho partecipato una volta con una ricerca sul quartiere di Milano 2 e su altri grossi interventi urbani, come Corviale, che poi è diventato un mio punto di interesse. In più, oltre alla società italiana, esiste un’associazione europea di storia urbana, la European association for urban history, che tiene ogni biennio un convegno importante. Ho partecipato nel 2006 a quello di Stoccolma, nel 2008 a quello di Lione, partecipando a un panel sui grandi edifici, nel 2012 a Praga. Questi elementi hanno contribuito a dare una visibilità e una denominazione costante, a mio avviso, alla categoria di storia urbana, che però nella dimensione dell’Aisu riguarda prevalentemente storici dell’architettura e dell’urbanistica. Noi storici urbani, storici che si occupano della città, di matrice contemporaneista abbiamo sempre partecipato come outsider. Bruno Bonomo e Francesco Bartolini continuano a occuparsi di questi temi, ma ad esempio Bartolini, dopo aver pubblicato un libro importante come Rivali di Italia, che contiene un confronto storico, politico e letterario tra Roma e Milano, ha avuto difficoltà a veder riconosciuta l’importanza della sua ricerca dal mondo accademico tradizionale. L’impostazione che abbiamo voluto dare a Roma a questi temi si discosta quindi da quello della storia urbana: il successo di questa linea mi sembra essere stato sancito quando fu istituito il premio Anci storia dalla Sissco, vinto per la prima volta da me con Roma contemporanea nel 2002, poi da Bartolini nel 2007 per Rivali d’Italia e nel 2011 da Alice Sotgia per il libro Ina Casa Tuscolano. Biografia di un quartiere romano. La storia urbana in quanto tale ha costituito, un po’ per la sua novità un po’ per il suo carattere ibrido, un elemento sottovalutato in ambito accademico: ai contemporaneisti viene rimproverato talvolta di occuparsi di storia della città, anche quando lo fanno in un’ottica che è tutt’altro che urbanistica. Ci sono diverse ragioni per cui ci consideriamo storici contemporanei ma non storici urbani, quindi. D’altro canto, la complessità della storia urbana lascia largo spazio a un ampio arco di temi fondamentali della storia contemporanea.

Storia della città e conflittualità

I conflitti sociali fanno parte della storia della città, della storia politica e della storia sociale, quindi non potevano mancare in un libro su Roma. Mi rammarico che una delle principali questioni di storia sociale urbana, quello delle occupazioni delle case, non sia mai stato studiato in maniera sistematica. Io ho provato a farlo studiare in alcune tesi ma ci sono riuscito solo in piccolissima parte. Ritengo che questo tema sia ancora uno dei grandi temi di storia sociale italiana, e non solo urbana e non solo di storia della conflittualità, in cui entrano in gioco molti fattori: non solo la dinamica delle lotte, ma anche la possibilità di analizzare la stratificazione sociale e il bisogno di casa come un valore assoluto e come un diritto. È un elemento che tocca ancora le nostre città, in maniera forse meno visibile di un tempo ma ancora significativa. Non si capisce perché, a eccezione di alcuni particolari momenti che sono stati ricostruiti (penso alla tesi di laurea di Bonomo intitolata Da Prato rotondo alla Magliana, che ricostruisce l’abbandono di una borgata nella zona dei Prati fiscali per l’assegnazione di case a Magliana, cioè un successo) – non esista una ricostruzione generale. È un tema essenziale per una città come Roma, come per ogni città italiana e per molte altre grandi città come Berlino.

Manuali, storia generale e storia delle città

Nei manuali abbiamo messo pochissimo del mio sguardo sulla città. La città rimane ovviamente sullo sfondo di tutta la storia moderna. Il momento in cui, nei nostri manuali, compare veramente la città, nella sua dimensione proprio fisica, è nel capitolo sulla rivoluzione francese. Credo che sia la prima volta che abbiamo messo la piantina di una città, con indicati i luoghi cruciali della rivoluzione francese, perché fossero visibili. La città in quel momento diventa fondamentale: ci sono la Bastiglia, place de la Révolution, ecc. E poi ricompare quando si parla dello sviluppo economico e demografico dell’Ottocento. Allora lì c’è un paragrafo in cui si tocca lo sviluppo delle grandi città. Ovviamente quelle europee, in parte con un riferimento a quelle italiane tenendo conto che per lungo tempo la principale città italiana, per numero di abitanti, è stata Napoli. Poi la nascita delle grandi megalopoli statunitensi, ma soltanto come rapido accenno, poi qualche volta abbiamo inserito qualche apparato storiografico in merito. In realtà è difficile mettere la città nei manuali di storia generale. La grande città e la grande metropoli sono invece lo sfondo di tanta grande letteratura, se pensiamo a quella statunitense, da quella più corrente – che io frequento molto – dei thriller. Cioè immaginare un libro di Michael Connelly senza Los Angeles e il dettaglio delle strade con cui viene continuamente ricostruita la trama degli avvenimenti sarebbe impossibile. C’è proprio un cliché nel genere di questi romanzi di consumo in cui la città accompagna proprio la trama degli avvenimenti. Così anche nelle serie televisive relative a queste vicende: penso in particolare alla serie dedicata a Bosch, uno dei protagonisti dei romanzi di Connelly, che ha come sfondo continuo e visivamente presente Los Angeles, nelle sue affascinanti vedute panoramiche ma anche dei quartieri del centro e di quelli ispanici, e così via. Nel manuale abbiamo invece privilegiato la storia politica, che rimane al centro della formazione storica. È evidente che la politica sia il vertice delle attività umane, in cui si condensano tutti i fenomeni, da quelli economici a quelli culturali, a quelli sociali e della conflittualità sociale. Per il particolare impianto, di tipo manualistico, che abbiamo per la storia generale, c’è questa attenzione, tipica dell’insegnamento scolastico della storia in Italia, che è l’apertura alla dimensione politica internazionale, europea e occidentale. In questo quadro, il riferimento alle città rimane inevitabilmente marginale.

Che cos’è la storia? Qual è la sua funzione?

L’obiettivo a cui deve mirare la ricerca storica è di essere sempre attenti alla complessità, anche per ricostruire gli intrecci tra le varie realtà e per dare una risposta alla nostra comprensione del presente, che non può essere monocorde o monotematica o ideologicamente compressa in una sola dimensione. La complessità e l’attenzione a essa devono guidarci e se, in una certa misura, la storia non è magistra vitae perché come ogni giorno viene dimostrato non impariamo dal passato per migliorarci (ma semmai per peggiorarci…), l’attenzione alla complessità ci aiuta anche a capire una realtà complessa come è il vivere in città. C’è da dire che chi vive in città non capisce molto spesso le ragioni di conoscere la storia della città, ma io ritengo che conoscere la città – e, alla base del lavoro dello storico, saper datare la città – sia fondamentale, anche se si tratta di qualcosa che pochi possiedono. Io se arrivo in un quartiere so dire di che anno o di che decennio sono gli edifici e questo non lo sanno fare in tanti. Credo che questo elemento, se fosse un po’ più diffuso, grazie anche ai siti che adesso consentono di vedere cronologicamente lo sviluppo della città, sarebbe molto importante per sapersi orientare, per capire dove e in che periodo ci si trova. E anche provare a essere sensibili alle trasformazioni urbane, al di là dell’uso delle città ad esempio nei trasporti pubblici, nei quartieri, nella vita notturna. Bisognerebbe diventare consapevoli di quello che cambia: perché, al fondo, la storia è sempre ricerca e ricostruzione del cambiamento.

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