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Genius autonomiae. Il meridione e l’autonomia operaia nel nuovo volume di DeriveApprodi

È appena uscito per DeriveApprodi il vol. X de “Gli autonomi“, dedicato all’autonomia operaia meridionale.

Salvatore Corasaniti (redazione di «Zapruder») ha intervistato Antonio Bove e Francesco Festa, curatori del volume. Con loro abbiamo parlato del progetto editoriale, ma anche di quel magma complesso e mutevole che fu l’autonomia nel sud Italia.

Antonio Bove è nato nel 1975 a Napoli, dove vive e lavora come medico. Incontra i movimenti napoletani nel 1994, durante il movimento Sabotax cui partecipa con il collettivo di Medicina. Ha fatto parte del collettivo politico del csoa Officina 99. È tra i fondatori dell’Istituto italiano per gli studi europei di Giugliano (Na) e ha fatto parte del collettivo redazionale di «Metrovie», supplemento napoletano del «manifesto». Suoi articoli sono apparsi sul «manifesto», «Limes», «Liberazione», «Napoli monitor», «Dinamopress». Ha pubblicato Vai mo. Storie di rap a Napoli e dintorni (2016).

Francesco Antonio Festa è nato a Sant’Arcangelo (Pz) nel 1976. Di formazione storica, ha curato il volume Briganti o emigranti. Sud e movimenti fra con ricerca e studi subalterni (2013), si è occupato in diversi articoli della storia sociale del Mezzogiorno, dello studio dei movimenti sociali e degli studi culturali e subalterni in Italia. Ha fatto parte dell’attivo politico del centro sociale Officina99 e del laboratorio occupato Ska di Napoli, ha partecipato attivamente al movimento no global e ha partecipato alla costituzione del progetto Orizzonti meridiani e del collettivo Euronomade. Scrive sulle pagine culturali del «manifesto» e su «Carmilla» ed «Euronomade».

Di recente la casa editrice DeriveApprodi ha dato alle stampe, con la vostra curatela, il decimo volume della collana sugli Autonomi, dedicato alle realtà del Meridione. Anzitutto, una curiosità: quanto è stato complicato provare a tenere insieme la storia di un territorio così variegato?

FAF: Sono state appunto le domande che ci siamo posti quando abbiamo accolto la proposta di DeriveApprodi. Abbiamo maturato l’idea di mettere mano a questa matassa già anni addietro, consci della difficoltà di dare un’interpretazione o una traduzione omogenea di province e contesti differenziati, sebbene la storiografia ne abbia letto i contorni in termini unitari e omogenei. Il Mezzogiorno, il sud Italia, il Meridione, comunque lo si voglia chiamare, andrebbe declinato al plurale, in una dimensione storico-culturale e geografica dai caratteri multiformi. Dunque, siamo partiti da questa constatazione metodologica, grazie alla quale abbiamo tradotto il nostro modo di studiare e ricercare i percorsi dell’Autonomia meridionale, di cui poco o niente è stato scritto, se non qualche contributo nel primo volume degli Autonomi (Bianchi e Caminiti 2007), due scritti di Lanfranco Caminiti, apparsi nell’Orda d’oro (Balestrini e Moroni 1997) e in Settantasette. La rivoluzione che viene (Bianchi e Caminiti 2004)

I gruppi e le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria sono stati il riflesso dell’organizzazione del territorio, della composizione sociale e delle forze produttive in campo, dei rapporti di forza fra le classi; mutatis mutandis, è stato così anche per l’Autonomia meridionale, a patto che la si osservi non come una struttura coesa, con strategia e tattica unitarie, bensì come una realtà multiforme, differenziata, alle volte pulviscolare. Un insieme variegato di collettivi, singoli attivisti e realtà, con intenti, bisogni, progetti e una dimensione di lotta, affettiva e geografica, che ha trovato forma in progetti editoriali, vertenze, assemblee e conflitti territoriali, senza avere né la forza né l’ambizione di costituirsi in organizzazione unitaria. In compenso, questa rete ha condiviso un radicamento geografico e storico, rileggendo il passato in opposizione alla storiografia ufficiale.

Queste considerazioni preliminari rispondono anche, in generale, alla storia del potere e delle istituzioni nel Mezzogiorno d’Italia. Dal XVI secolo, essa è stata segnata da interventi, per lo più unitari, di reami, vicereami e sovrani che, nel governare le due città di Napoli e di Palermo, hanno amministrato anche l’enorme periferia, come un’unica estensione territoriale. L’entroterra meridionale, le «terre dell’osso», povero e sterminato, rappresentavano al contrario il grande latifondo delle famiglie feudali e aristocratiche residenti nella capitale partenopea. La fine del latifondismo non si è avuta né con l’unità della penisola, né con l’incameramento delle terre ecclesiastiche del 1866, ma con la riforma agraria del 1950, imposta grazie alla lotta e all’occupazione delle terre del dopoguerra. Il Mezzogiorno variegato, plurale, differenziato è stato conosciuto a seguito di questo protagonismo: negli anni cinquanta, infatti, i paesi e le campagne sperdute del Sud sono stati “scoperti” dalle “spedizioni etnografiche” di Ernesto De Martino, dai viaggi siciliani di Danilo Dolci, o narrati prima ancora da Carlo Levi. Tuttavia, spesso, queste narrazioni sono state inchiodate a letture subalterne, a una sorta di immobilismo della classe contadina, in attesa dell’intervento risolutivo della classe operaia settentrionale: insomma, una lettura conservatrice e populistica di Gramsci e della questione meridionale, elaborata dal togliattismo dei dirigenti meridionali del Pci, Giorgio Napolitano fra tutti. Si leggano, al riguardo, i due romanzi illuminanti di Ermanno Rea, Il caso Piegari. Attualità di una vecchia sconfitta (2014) e Mistero napoletano (1995).

Prima di questo interesse le campagne meridionali erano rimaste nell’ombra della storia, talvolta illuminate dalla mitologia del brigantaggio, ma mai realmente conosciute. Gli attivisti dell’Autonomia meridionale, in particolare quelli dei collettivi calabresi, hanno operato su questo piano identitario, ricercando nel passato rivoluzionario i fili di un pensiero autonomo, ripercorrendo pratiche di lotta, riaprendo archivi di storie reiette. Hanno riletto la storia delle province antagoniste al latifondo, ai “galantuomini”, alle camerille, alle clientele e alle prebende, e alle continue forme di usurpazione e di accumulazione originaria ai danni di proletari, contadini e braccianti. Il prologo è costituito sicuramente dalle lotte per la terra degli anni cinquanta, cui prima si è fatto cenno. Dopo c’è stata la seconda ondata d’emigrazione (la prima è stata quella di fine Ottocento), in prima battuta verso la Svizzera e la Germania e pochi anni dopo verso il triangolo industriale. Per inciso: la riforma agraria ha certo ripartito la terra in fazzoletti dati alle famiglie contadine, ma non li ha messi in condizioni di lavorarla, quella terra, senza mezzi, né capitali; l’unica via è stata la ripresa dell’emigrazione. Per tutti gli anni cinquanta e fino ai settanta quelle province sono ricadute nel silenzio. La ripresa dell’azione collettiva, e il punto d’innesto della nostra ricerca, è stata la rivolta di Battipaglia contro la chiusura dello zuccherificio e del tabacchificio dell’aprile 1969, che ha visto un morto per mano di carabinieri; a seguire la rivolta di Reggio Calabria del 1970, e quelle di Castellammare, di Acerra e di Napoli del 1973, con le mobilitazioni postcoleriche. Ci siamo mossi all’interno di queste date, trovando un’attività magmatica di collettivi e gruppi che dalla fine dei sessanta è andata organizzandosi, anche grazie ai militanti fuorisede che nel tornare in provincia hanno tradotto istanze, idee e pratiche acquisite a Napoli, a Roma o nelle città del nord.

Manifestazione contro l’installazione di missili a Comiso, 1983 (autore: Alfio Di Bella)

Questo volume è il primo di una trilogia dedicata al Meridione. Come avete deciso di suddividere la materia da trattare? C’è una ripartizione di tipo geografico, cronologico, tematico?

FAF: Alla luce di quanto detto sul metodo e sulla cronologia, abbiamo seguito un ordine geografico. Il primo volume è su Napoli, il secondo sulla Campania nel suo complesso e il terzo su Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. A corredo degli interventi “territoriali”, abbiamo avuto la necessità di inquadrare i campi d’indagine tramite una sorta di “cartografia tematica”, con una serie di interventi che affrontano i “temi generali” che attraversano l’elemento geografico. Il primo volume è aperto da un racconto autobiografico di Alfonso Natella, protagonista di Vogliamo tutto di Nanni Balestrini (1971) e prima ancora delle lotte alla Fiat di Mirafiori. Protagonista, soprattutto, di quella che è la condizione “meridionale” dell’operaio massa quale «rude razza pagana», e incipit delle pratiche di rifiuto del lavoro e del comando capitalistico sulla forza lavoro. Un altro tema è quello trattato da Giso Amendola sulla dialettica sviluppo/sottosviluppo, da cui è derivata la traduzione del rifiuto del lavoro nelle province meridionali, innestato su un atavico e radicato rifiuto dello stato – e di riflesso delle sue politiche emergenziali e dei piani di sviluppo – quale governo del sottosviluppo, a partire dalla lettura operaista data da Alessandro Serafini e Luciano Ferrari Bravo in Stato e sottosviluppo (1972). Francesco Caruso interviene sulla genealogia politica e storico-culturale alla base del teorema giudiziario contro la rete del Sud ribelle, rileggendo i pregressi episodi di dura repressione delle soggettività politiche meridionali che caratterizzano la storia unitaria. C’è poi un’intervista di Claudio Dionesalvi a Franco Piperno sull’identità e la differenza del Mezzogiorno, sull’importanza al suo interno del genius loci, e una riflessione complessiva sulla storia dell’autonomia. E, prima nel nostro ampio contributo ’O gliuommero. Il fertile groviglio dell’autonomia napoletana, un racconto di Lanfranco Caminiti dal titolo Primi fuochi di guerriglia, che per la prima volta racconta del gruppo afferente all’area dell’autonomia meridionale che provò a innestare nel ciclo di lotte dell’epoca un’opzione specificamente meridionale. Negli altri volumi ci saranno interventi tematici sui giornali e le riviste dell’Autonomia meridionale, sulle lotte dei detenuti, sul rapporto fra femminismo e Autonomia, sulle vertenze in merito al reddito e al salario garantito e un importante contributo alla riscoperta del pensiero di Nicola Massimo De Feo, maestro dimenticato, e della sua «autonomia del negativo». Vi saranno, poi, anche interventi su situazioni ed eventi specifici come il blitz degli uomini di Dalla Chiesa all’università della Calabria, il racconto di Rocco Palamara sulla sua “resistenza armata alla ‘ndrangheta”, l’esperienza di Radio Aut e le lotte antinucleari antimilitariste e la rivolta di Reggio Calabria, semplicisticamente etichettata come del Boia chi molla.

Nell’Introduzione al volume affermate la necessita «di liberarsi dell’idea di “Mezzogiorno” quale prodotto culturale della subalternità delle regioni meridionali alle classi dominanti» e di un nuovo sguardo sul Sud. In cosa è consistito questo lavoro interpretativo di destrutturazione e ricostruzione?

FAF: Il meridione è “diventato una questione”, per parafrasare il titolo del libro della storica Marta Petrusewicz (1998), ossia è stato costretto a divenire questione. C’è un grande rimosso nella storia d’Italia: il passato e il presente coloniale. Nicola Zitara, a tale proposito, ha parlato del Mezzogiorno in termini di «colonia interna» (1971). Questo concetto illustra la funzione del Meridione all’interno del sistema capitalistico italiano. Il capitalismo, per dirla con Rosa Luxemburg, necessita di zone che stiano fuori dai propri spazi di accumulazione, un “al di fuori” da cui attingere manodopera, risorse, terre, capitali. Per attingere a queste risorse crea una sorta di “imperialismo interno”. In questo processo l’accumulazione originaria si fonda sullo sfruttamento di quelle energie e quelle risorse presenti nelle province meridionali: braccia, menti, territori. Questo meccanismo è la base del “sottosviluppo”.Se non si comprende ciò è impossibile leggere fenomeni come la cronica disoccupazione e la criminalità, che per ragioni di comodo vengono lette alla luce di concetti posticci come quello del familismo, che ben simboleggia tutto l’armamentario ideologico che sostiene l’orientalismo interno nostrano.

In quell’ottica la narrazione dell’arretratezza è un ordine del discorso volto a nascondere da una parte la costruzione di un’Italia mai pienamente compiuta, dall’altra i dispositivi di assoggettamento e di calmieramento – assai spesso si dominio politico-militare senza vera egemonia culturale – delle lotte di classe meridionali. Paradossalmente il «fare gli italiani» di Massimo D’Azeglio suona come un inquietante presagio dinanzi alle lotte e all’autonomia del proletariato urbano e contadino che, negli anni Settanta, hanno svelato la falsità dei discorsi unitari e, dietro questi, i dispositivi che hanno prodotto emigrazione, povertà, disoccupazione, inquinamento e sfruttamento.

Sicuramente va detto che, rispetto ai cicli di lotte che nel corso degli anni si sono innestati su queste terre, fra città industriali lungo la costa, centri appenninici, piccoli paesi montani e immense campagne, a costruire il consenso alla grande operazione è stato il “compromesso storico” dell’immediato dopoguerra, con l’anestetizzatine delle lotte contadine. L’Italia andava unificata, i contadini alleati con gli operai: questa è stata la novella funzionale al mantenimento del Meridione in un ruolo subalterno al processo di sviluppo capitalista del paese. Ciò nondimeno, la lotta di classe, il bisogno proletario di autonomia dallo stato, hanno mostrato anche i denti nel difendere le proprie istanze e sgravarsi dell’asservimento statale e di quella classe politica. Ogni riflessione sul Mezzogiorno non può non tener presente questa storia di asservimento; soprattutto, per onestà verso quelle lotte bisogna prima di tutto dimenticarsi del Mezzogiorno.

Qual è, se esiste, la specificità delle realtà autonome del Meridione? Quali, invece, i punti di contatto con le esperienze del resto d’Italia?

AB: La specificità delle realtà autonome risiede nella composizione di classe, differente in ogni realtà territoriale nella quale hanno operato i collettivi autonomi, al sud come altrove. L’elemento territoriale è centrale perché costituisce il contesto in cui la composizione si forma e agisce. Franco Piperno e Claudio Dionesalvi ne parlano in questo volume, nel dialogo che abbiamo intitolato, con un rimando a Vittorini, Conversazione in Calabria. Vi si rintracciano gran parte dei temi che possiamo richiamare per comprendere una possibile specificità delle autonomie meridionali, riassumibili nella categoria di genius loci, che Piperno richiama spesso come chiave di lettura. La sua, come scrive Claudio Dionesalvi, è «un’interpretazione distonica, dal momento che in letteratura e saggistica il Mezzogiorno è sempre stato visto come un tutt’uno ma in realtà è il prodotto di stratificazioni e processi di diversificazione», che quindi si oppone a quella tendenza all’omogeneizzazione delle realtà umane e territoriali che le classi dirigenti provano a imporre. Si tratta di un processo culturale e politico del tutto funzionale al meccanismo di accumulazione, che tende a travolgere le specificità dello sviluppo delle attività umane che, nel Mediterraneo ma anche in giro per il mondo, è avvenuto invece in funzione della particolarità dei luoghi. Piperno lo spiega bene ampliando, però, lo sguardo dalla presenza umana alle «caratteristiche che la vita presenta in un determinato luogo, quindi gli animali, gli alberi o la dentatura umana», che finiscono per essere delle qualità introiettate che si riferiscono «al rapporto con gli animali ma anche al modo di mangiare, allo sviluppo della cucina e alle forme associative» (p. 78). Queste caratteristiche antropologiche si oppongono in maniera quasi naturale al globalismo come tendenza del sistema di mercato, che vuole acquirenti e consumatori tutti uguali. In piccolo, poi, a partire da questa predisposizione naturale, diverse e frammentarie forme di soggettivazione di “pezzi di classe” meridionale sono insorte opponendosi a questa tendenza. Il genius loci rappresenta, in queste forme di insorgenza, una reazione a questo universalismo come idea astratta che, secondo un processo politico culturale ammalato dell’idealismo peggiore, tende a calare idee preconfezionate sulla realtà. L’esperienza, anzi le esperienze autonome sono state soprattutto questo. Si può partire da questa prospettiva per inquadrare l’emergenza di esperienze autonome lungo tutta la storia del Meridione e andare a ricercare radici che affondano in periodi storici antecedenti al decennio dei settanta ma anche ai sessanta, giù fino al momento cruciale dell’unità italiana che da queste parti ha il sapore dell’annessione, e in questo senso la vicenda del brigantaggio ha molto da dire. Niente a che vedere con quello che accade poi nello specifico degli anni settanta, però esiste un filo che collega i momenti di emersione autonoma delle soggettività che possono essere lette, senza forzature, come parti di una spinta soggettiva del proletariato e di quello che viene comunemente chiamato sottoproletariato, che negli anni settanta assumono una matrice dichiaratamente “comunista” grazie all’azione delle avanguardie politiche che incrociano questi fenomeni di ribellione e li organizzano.

È chiaro che si tratti di un quadro frammentario e sfuggente, del quale è difficile dare una definizione, anche in relazione alle esperienze che in quel periodo si sono avute nel resto d’Italia. L’Autonomia operaia ha la sua genesi nel rifiuto del lavoro – lavoro nocivo, alienato e «furto del tempo di vita» – e nel rifiuto del comando e del dominio capitalistico: autonomia dentro la fabbrica fordista e contro la metropoli organizzata attorno al paradigma di fabbrica, con al centro l’operaio massa, giovane meridionale “deportato” per sostenere lo sviluppo capitalistico dei gloriosi sessanta. L’Autonomia meridionale ha, invece, una composizione di classe spuria, in cui l’operaio di fabbrica non è il referente principale dell’intervento politico; a seconda dei rapporti di produzione presenti sui differenti territori si è avuto, piuttosto, un tipo di organizzazione degli autonomi. Come abbiamo rilevato in questo primo volume, questa composizione sociale, e le sue forme di insorgenza e di organizzazione politica, rappresentano un problema all’interno di quella che potremmo definire “antropologia sociale dell’autonomia operaia”.Ciononostante, abbiamo provato a leggerle nella loro specifica forma di soggettività che ha rifiutato il lavoro salariato mostrando quali fossero le condotte di classe – a Napoli e nel Mezzogiorno, nelle città come nell’hinterland o nelle periferie remote – e come si costituissero i collettivi e i gruppi non legati a partiti o a istituzioni, che attraverso l’azione diretta e la lotta affermavano la propria esistenza a partire dalla politica dei bisogni. Si possono ricondurre queste esperienze, che quasi mai hanno dichiarato una loro appartenenza, al filone politico dell’Autonomia? Sicuramente, se la si intende come un processo e non come un’organizzazione, cosa che da queste parti non è mai stata, se non in forma minoritaria.

Rispetto a questo tema è chiaro che vada ricostruita una riflessione finalizzata in primis alla piena comprensione di processi di soggettivazione di difficile inquadramento. Quelle forme politiche sono state intercettate, incrociate, ma pensare che quelle intuizioni siano state definitive sarebbe un errore. In quella fase i movimenti di classe hanno spesso anticipato sul terreno della prassi quello che poi l’analisi teorica ha affrontato in seguito. A Napoli quella figura che nella sua contraddittorietà rappresenta ancor oggi l’elemento centrale della geografia sociale metropolitana è stata in qualche modo protagonista di una rivolta che si è dispiegata per un decennio e oltre, proiettandosi negli anni ottanta attraverso il buco nero del terremoto, quando invece esperienze più strutturate e solide si disgregavano sotto i colpi della magistratura e dei propri limiti politici. Una lunga rivolta con connotazioni lumpen che ne hanno caratterizzato la vivacità, la violenza e anche gli enormi errori di prospettiva politica. Eppure, è proprio questo nuovo modo di vedere la classe che ha costituito una prospettiva di rottura – cosa che ancora oggi desta interesse – con la sua sfrontata irriverenza che ha osato irridere le sacre certezze della fede marxista.

Quando si conclude la parabola descritta nel volume? L’esperienza delle realtà autonome meridionali si esaurisce con la fine degli anni settanta o ha delle propaggini successive?

AB: I tre volumi hanno come focus gli anni settanta e ottanta, ma vi sono ricostruzioni e testimonianze che ripercorrono il filo rosso degli anni novanta, della Pantera, dei centri sociali, fino ad arrivare addirittura al movimentono global e della rete del Sud ribelle. Biograficamente vi è proprio una continuità: tante attiviste e tanti attivisti, la cui soggettivazione si è avuta proprio in quei decenni, sono ancor oggi in prima linea. Per dirla con Fabrizia Ramondino, in una sua intervista a un disoccupato organizzato, «se uno è del movimento, lo è a vita».

Manifesto del campeggio antinucleare di Comiso, 1983 (Archivio Benedetto Petrone)

La parabola che raccontiamo, comunque, passa attraverso l’evento spartiacque del terremoto del 1980 proiettandosi dentro gli anni ottanta e questo è un paradosso interessante. Mentre nel resto d’Italia la repressione e la sconfitta politica calavano un maglio letale su esperienze autonome molto meglio organizzate di quella napoletana, a Napoli dall’esperienza del decennio precedente si sviluppavano propaggini che arriveranno fino alla Pantera e oltre, attraverso l’esperienza di Officina99.

Il 1980 è uno spartiacque per molti versi. Napoli in quei giorni è una città dallo sguardo spaurito e con le ferite di sempre: la povertà, un ruolo subalterno ai piani politico-economici nazionali e l’asfissia di una borghesia cialtrona e traditrice, perfettamente rappresentata dalla politica di quel periodo, dedita alla rapina del denaro pubblico. Sotto questa coltre però sopravvivono le istanze che hanno animato un decennio di rivolte e soprattutto l’ostinazione di poche avanguardie politiche che continuano la lotta nonostante la sconfitta e il fango dei pentiti. Questa miscela crea il paradosso per cui, in una città nella quale mai si è riusciti a ricomporre i frammenti di una rivoluzione mancata, l’autonomia continua a vivere come elemento materialisticamente presente nello scontro di classe. Mentre gli zelanti burocrati della magistratura ordiscono le trame contro quel che resta delle formazioni organizzate, a Napoli persistono i conflitti urbani, l’urgenza dei bisogni materiali di un proletariato che conserva intatta vitalità e violenza.

Indubbiamente, anche dalle nostre parti l’Autonomia è stata sconfitta. Bisogna però raccontare la verità: la Napoli che esce fuori dalla «vittoria dello Stato» è quella peggiore, una città fragile e disorientata in cui bande di avventurieri si avventano sulle ultime ricchezze e ancor più sui fondi stanziati per il terremoto. È in quella fase che emergono e prendono il comando nuovi sordidi personaggi politici, affaristi di ogni specie, camorristi, cialtroni, servi. Quella che vince è la città peggiore e c’è poco di cui essere contenti, anche se al suo interno continuano ad agitarsi le propaggini di quella stagione che ha provato a rompere la gabbia, è stata sconfitta, ma in qualche modo sopravvive nel ventre di una metropoli sempre in equilibrio precario, che per qualche oscuro disegno proprio non sa morire.

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