Accostando l’evasione dello sperma dei prigionieri palestinesi e la riproduzione assistita postuma dei soldati israeliani, é possibile leggere il colonialismo d’insediamento e la resistenza palestinese da una prospettiva che costringe a ripensare alcune categorie politiche. Il paradigma di “genocidio riproduttivo”, elaborato dallɜ compagnɜ del Palestinian feminist collective, offre uno strumento capace di restituire la dismisura del presente: imperialista, patriarcale, razzista, in cui la morte si distilla oltre l’adesso, i bombardamenti e la carestia, nelle temporalità profonde dell’uccisione delle case, delle parentele, delle mappe e di tutto quello che alimenta la potenza di vita futura.
Elisa Bosisio, Maddalena Fragnito, Federica Timeto tornano sulla pubblicazione di “Spermopolitica. Giustizia riproduttiva e resistenza in Palestina” (Prospero, 2025) per lanciare l’uscita di Corpo a corpo, il numero 70 di «Zapruder».
La riproduzione tra militarizzazione e prefigurazione
Elisa Bosisio, Maddalena Fragnito, Federica Timeto
Solidarity was never just a moral gesture, it is the only collective defense we have.
account Instagram la_gatta86, post del 3 marzo 2026
Torniamo a scrivere a qualche mese dalla pubblicazione di Spermopolitica. Giustizia riproduttiva e resistenza in Palestina, dentro quello che è stato definito un regime di guerra globale [1]. Torniamo a scrivere dopo che, il 18 giugno 2026, le Nazioni Unite hanno pubblicato un report intitolato “The essence of childhood has been destroyed”: Israel’s deliberate targeting of Palestinian children in the Occupied Palestinian Territory since 7 October 2023: un report in cui i “saperi esperti” riconoscono le strategie sioniste volte a «pianificare la distruzione biologica della continuità palestinese» [2]. Torniamo a scrivere per non lasciare nel retroscena della reportistica istituzionale i saperi incarnati, situati, radicati nelle temporalità esperienziali profonde delle comunità e delle femministe palestinesi: quei saperi collettivi e popolari che le analisi scientifiche non possono anticipare. Scriviamo per portare i saperi dei corpi-territorio palestinesi che da tre anni e un secolo combattono contro la cancellazione, contro un genocidio incrementale che è sempre già un genocidio riproduttivo. A parlare di genocidio riproduttivo è stato per primo il Palestinian feminist collective (Pfc), che introduce Spermopolitica con un testo in esclusiva.
Il concetto di genocidio riproduttivo si radica nella categoria di giustizia riproduttiva proposta nel 1994 dalle Women of African Descent in tensione dialettica alle lotte per i diritti riproduttivi — essenzialmente diritti non-riproduttivi —, come aborto e contraccezione, delle donne bianche mosse dall’urgenza di sottrasi all’ingiunzione alla riproduzione e dunque dallo slogan “Il corpo è mio e me lo gestisco io!” Le donne razzializzate e di classe subalterna a Turtle Island, nome indigeno per Stati Uniti e Canada, denunciano da un lato la riduzione dei diritti riproduttivi alla scelta non-riproduttiva, dall’altro l’individualizzazione delle soggettività, la cui legittima spinta all’autodeterminazione viene ridotta al paradigma liberale della scelta.
Abitando in quartieri inquinati e intossicanti, a contatto con le sterilizzazioni forzate, con sistemi di welfare meritocratici e dunque punitivi, dinnanzi alla frammentazione delle famiglie attraverso dispositivi di controllo e confinamento come quello perorato dal sistema carcerario-industriale — operatore della gestione demografica della popolazione eccedente e dello sfruttamento in regimi di lavoro che fanno da cassa di risonanza a nuove forme liberalizzate di schiavitù —, le donne nere e latine di classe bassa insistono sull’urgenza di articolare condizioni materiali per sostanziare al contempo: 1. il diritto a non avere figli; 2. il diritto ad avere figli; 3. il diritto a crescere i bambini in un ambiente sicuro e salubre; 4. il diritto all’autodeterminazione dei corpi per individui, famiglie e comunità.
Il Pfc complica queste riflessioni, portandole nel contesto di una comunità senza stato, quella della nazione palestinese. E così mette nero su bianco il fatto che il paradigma dei diritti riproduttivi, per come è costruito l’apparato stesso dei diritti formali, non può garantire spazi di autodeterminazione a coloro che non ne soddisfano i criteri di cittadinanza e status. In altri termini, esso non offre uno strumento a chi è strutturalmente esclusə dall’accesso alle protezioni e alle possibilitazioni che dovrebbe garantire. In questo senso, i diritti si configurano piuttosto come privilegi che riproducono e cristallizzano istituzionalmente le ingiustizie intersezionali. Anche Layal Ftouni, nel suo contributo a Spermopolitica, insiste sulla necessità di pensare i diritti materialmente, al di là della loro dimensione strettamente giuridica. La giustizia riproduttiva come paradigma femminista e materialista, dunque, si estende alla dimensione extra-giuridica del politico e si misura nelle strategie dal basso, sempre situate, di affermazione della vita in condizioni di esposizione a forme di morte lenta o immediata e repentina, biologica e sociale[3].
Ma cosa significa spostare la battaglia per l’autodeterminazione dalla persona singola alle comunità che essa abita e attraversa, produce — essendone a sua volta prodotta, in quella trama vivente di relazioni che è insieme tessuto sociale, politico, culturale? Che cosa significa, in altre parole, fare dell’autodeterminazione riproduttiva un terreno materialista di analisi e pratiche che vanno oltre l’individuo “universale” detentore dei diritti codificati? Significa riconoscere che la riproduzione non può mai essere pensata al di fuori delle condizioni che la rendono possibile e/o impossibile. Letta dalla Palestina, essa si confronta con il colonialismo d’insediamento: con la sostituzione delle persone indigene, la militarizzazione dell’esistenza, la necropolitica sionista tecnopotenziata, l’eccezionalità giuridica razzista, la sottrazione del tempo passato e futuro — anche attraverso il bombardamento di archivi storici ed embrioni — e la carceralità come strumento certamente repressivo, ma anche demografico, di interruzione dei legami tra le generazioni.
Con il Pfc e Layal, ribadiamo quello che ormai dovrebbe essere ovvio: la riproduzione in Spermopolitica non è un campo universale, e in alcun modo universalizzabile, ma una geografia complessa di relazioni. Non una faccenda esclusivamente “di genere”, non esclusivamente eterosessuale, né esclusivamente umana. La riproduzione è la rete complessa delle potenze vitali che vengono strutturalmente ostacolate o nutrite, disciplinate o liberate, restando sempre compromesse nella materialità che connette il personale e il politico, la scelta e la lotta, l’intimo e il globale.
Intimo e globale: lo spazio che si apre tra queste due dimensioni — solo apparentemente distanti — è quello che desideriamo occupare con una riflessione che si faccia ingranaggio di nuove forme di internazionalismo all’altezza dell’orizzonte della giustizia riproduttiva. Pertanto, Spermopolitica non usa la lente della riproduzione per guardare la Palestina/Israele come un territorio in cui la generazione biologica e sociale dei corpi costituisce un’eccezione sostanziale rispetto alle latitudini che abitiamo. Al contrario, mentre osserviamo la demografia sionista, che si organizza attorno all’ossessione per l’annientamento dei futuri palestinesi, targhettizzando militarmente bambini, bambine e coloro che lɜ mettono al mondo e se ne prendono cura, riconosciamo che anche il nostro presente è attraversato da un regime di riproduzione differenziale, che riflette le logiche suprematiste occidentali esportate dall’Europa, da qui, proprio attraverso la colonizzazione della Palestina.

Torniamo a scrivere per affermare che la riproduzione è il luogo in cui sfruttamento e oppressione si sostanziano, ma è anche una lente critica, una strategia di lotta e un laboratorio prefigurativo da cui possono emergere futuri diversi, decolonizzati, anticarcerari, anticapitalisti e queer. Se “mettere le mani sulla riproduzione” è cruciale per fare e rifare gli Stati, produrre plusvalore e governare la demografia razziale, la riproduzione resta anche un terreno di conflitto, capace di aprire forme di autodeterminazione sempre più vicine a un modello in cui desiderio e lotta non si contraddicono.
Spermopolitica è un’antologia in quattro parti.
La prima, a firma del Palestinian feminist collective e tradotta da Elisa Bosisio, è un’articolata e puntuale definizione di genocidio riproduttivo. La seconda, scritta da Maddalena Fragnito e Federica Timeto, investiga una pratica chiamata riproduzione assistita postuma (Par), per cui campioni di sperma sono ottenuti dai cadaveri di soldati delle forze di occupazione sioniste morti a Gaza e successivamente le gestanti dei figli e delle figlie del militare caduto da patriota in guerra sono chiamate tramite call aperte sui canali social dalla famiglia del defunto, qualora esso non avesse una partner. Il terzo capitolo, scritto da Layal Ftouni e sempre tradotto da Elisa, parte dalle carceri sioniste per seguire il percorso abolizionista di evasione di campioni di sperma che rompono barriere, mura e checkpoint per interrompere l’interruzione riproduttiva che la sistematica carcerazione degli uomini di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est produce, fino ad arrivare a un’infrastruttura medico-sociale riproduttiva, anticoloniale, dal basso, e dunque alle mogli dei prigionieri: per provare a fare la vita dove la frammentazione la ostacola in ogni modo. L’ultimo capitolo, scritto da Elisa, Federica e Maddalena, è una riflessione sulla riproduzione come tensione tra disciplinamento e autodeterminazione nelle geografie intersezionali ingiuste che danno corpo allo scenario internazionale antifemminista odierno, tra forme aggiornate di fascismo ed economia di guerra come strumento di riorganizzazione del modo di produzione capitalista.
Spermopolitica è nato dalle nostre relazioni politiche, e altre ne ha generate.
Elisa non poteva camminare. Il suo corpo era fermo mentre altri corpi occupavano strade e hub contro la Nakba continua e contro il genocidio del popolo palestinese. Allora traduceva. Restituiva in italiano le parole di Layal sullo sperma dei prigionieri palestinesi contrabbandato, ossia fatto evadere, dalle carceri sioniste dove sono detenuti. Con Layal dall’altra parte dello schermo, e vicina attraverso quegli affetti femministi che ci trasformano anche senza prossimità fisica, metteva nero su bianco la storia di vite che, ridotte a distanza e assenza da un’infrastruttura di controllo totale, insistono ad affermare il proprio diritto all’esistenza. Vite che resistono oltre il calcolo demografico, oltre il numero, animate dal desiderio, dall’urgenza di vivere. Nello stesso periodo, Maddalena e Federica studiavano le politiche riproduttive della nazione israeliana per tornare, attraverso Israele, allo sguardo occidentale che l’ha prodotta e continua a essere prodotto da essa. Stavano scrivendo della Par come pratica in cui lo sperma dei colonizzatori in divisa viene utilizzato per continuare a fare Stato.
Accostando l’evasione dello sperma dei prigionieri palestinesi e la riproduzione assistita postuma dei soldati israeliani, è emerso un nodo necro-biopolitico che ci ha permesso di leggere il colonialismo d’insediamento e la resistenza palestinese da una prospettiva che ci ha costrette a ripensare alcune delle nostre categorie politiche, ponendoci in relazione scomoda rispetto alle nostre genealogie.
Solo il paradigma di genocidio riproduttivo, elaborato dallɜ compagnɜ del Palestinian feminist collective, ci ha offerto uno strumento capace di restituire la dismisura del presente: imperialista, patriarcale, razzista, in cui la morte si distilla oltre l’adesso, i bombardamenti e la carestia, nelle temporalità profonde dell’uccisione delle case, delle parentele, delle mappe e di tutto quello che alimenta la potenza di vita futura e ne è condizione.
Parliamo di genocidio riproduttivo perché il colonialismo d’insediamento non occupa soltanto lo spazio. Colonizza il tempo. Come abbiamo già accennato, cancella archivi che sono storie, che sono relazioni e possibilità di vita. Interviene sulla durata stessa della Palestina, tentando di interrompere ciò che rende possibile la continuità di un popolo. È da qui, in solidarietà con il Pfc, che abbiamo scritto la nostra postfazione a sei mani, e proviamo a farlo ancora, per articolare responsabilità e strategie attraverso gli strumenti femministi della riproduzione sociale.
La tecnogestione israeliana della riproduzione che abbiamo analizzato attraverso la Par, e il complesso apparato normativo che la sostiene, si colloca agli antipodi della giustizia riproduttiva. Al servizio della continuità demografica di uno stato che preferisce il fenotipo ebraico bianco askenazita, questa forma di riproduzione suprematista israeliana si inscrive in un più ampio progetto di riproduzione coloniale che si fonda sulla distruzione delle ecologie e delle condizioni di vita palestinesi. Il contrabbando di sperma dalle carceri israeliane, irriducibile a qualsiasi lettura natalista, sostanzia invece i tempi, gli spazi e gli affetti profondi che stanno al centro della giustizia riproduttiva. Difende la possibilità della continuità palestinese là dove il colonialismo depotenzia e rade al suolo le sue infrastrutture: quando l’IOF bombarda 4.000 embrioni e oltre 1.000 gameti conservati nella clinica Al Basma di Gaza, o quando vengono attaccate le banche sementiere custodite dal Union of Agricultural Work Committees (UAWC) a Hebron[4].
Mentre la Par ambisce a rinvigorire la bionecropolitica coloniale che semina morte anche attraverso la debilitazione e la rottura di infrastrutture, canali di comunicazione, relazioni, prossimità, il contrabbando di sperma palestinese è un movimento che afferma la vita — non solo biologica — e le relazioni che la sostengono oltre le violenze del colonialismo di insediamento. Da un lato, un corpo non più vivo serve il progetto suprematista di sostituzione etnica e continua a invadere; dall’altro, un corpo privato della libertà agisce la liberazione anticoloniale da quel progetto e prova in tutti i modi a evadere.
Nell’uso coloniale della Par non è soltanto il seme del militare a essere crioconservato: è un passato che, pur non essendo mai accaduto nella forma in cui è tramandato, viene congelato come feticcio fondativo. Le pratiche palestinesi di evasione del seme, invece, nonostante la loro precarietà, restano colme di un futuro che sarà: il seme dei prigionieri che evade non sempre produce vita, ma il suo movimento intreccia relazioni ancora generative e rianima il corpo esausto, devitalizzato della Palestina. In entrambi i casi, si tratta di pratiche che eccedono i corpi coinvolti e chiamano in causa molteplici agentività e dinamiche complesse, come rileviamo in più di un passaggio del nostro testo.
Curare questo libro non ha significato scrivere sulla Palestina, né trasformarla in un campo di studi. Ha significato tentare di materializzare forme di complicità sul terreno della giustizia riproduttiva.
Viviamo tempi oscuri, ma di estrema chiarezza. Come scriveva Mahmoud Darwish già nel 1982, all’indomani dell’assedio israeliano di Beirut: «la maschera è caduta».
La maschera è caduta con i tentativi di equiparare antisionismo e antisemitismo attraverso la definizione dell’International holocaust remenbrance alliance (Ihra)[5]. La Palestina si uccide da qui anche attraverso il controllo del linguaggio, della ricerca, dell’insegnamento e della critica pubblica. Mentre a colpi di fosforo bianco e sfollamenti nel sud del Libano, si apre la strada al progetto della Grande Israele. La maschera è caduta con Leonardo S.p.A., azienda della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ne detiene il 30,2% delle quote. Una percentuale riempita dalle nostre tasse e dai nostri affetti violati, e dalle rivoluzioni che non siamo ancora riuscitɜ a fare. Scriviamo da qui, non lontane dagli stabilimenti che producono le macchine che uccidono la Palestina, nel mondo post-WWII dei “diritti umani”. La maschera è caduta con Frontex e con i droni israeliani impiegati nel Mediterraneo. Le tecnologie sperimentate sulla popolazione palestinese[6] partecipano oggi al controllo delle frontiere europee, ai respingimenti delle persone migranti e si allacciano ai nuovi dispositivi di detenzione nostrani — come i container “a sovranità italiana” accatastati l’uno sull’altro a comporre l’architettura necropolitica del Cpr di Gjadër in Albania. Oggetto della “protezione” che acquistiamo da Israele sono nazioni europee bianche tanto inconsistenti da dover essere continuamente re-inventate attraverso il contenimento, l’espulsione e l’uccisione sociale dellɜ indesideratɜ. Politiche di controllo demografico che avvicinano i nostri uteri alle frontiere di mare e di terra, cambiando i contorni della geografia piana che siamo abituatɜ a mappare, mostrando come la riproduzione sia da sempre una questione di governo delle popolazioni.
Che cosa ci ricorda questa “nostra” riproduzione razzista, Spermopolitica alla mano?
La maschera cade ogni volta che le guerre occidentali parlano il linguaggio della liberazione delle donne, delle persone Lgbtqia+ o della democrazia. Cade quando la violenza patriarcale viene proiettata altrove mentre continua a organizzare la vita qui. Quando si invoca la liberazione delle donne dal maschio musulmano oppressivo e, allo stesso tempo, qui, si riducono i diritti riproduttivi, primo tra tutti quello all’aborto, e si continua ad affidare la riproduzione della vita agli spazi soffocanti della famiglia nucleare eterosessuale: senza risorse che non siano la nostra fatica e il nostro sacrificio, con affetti e bisogni mobilitati contro l’autodeterminazione dalla privatizzazione sessuata della cura, ancora angeli di un focolare che vorremmo veder divampare.
Le risorse necessarie a costruire l’infrastruttura di morte che uccide in Palestina, in Libano, in Iran e nel Mediterraneo sono le stesse risorse che l’austerità e i tagli allo stato sociale sottraggono alle possibilità di autodeterminazione delle nostre comunità. Sono le stesse risorse che vengono sottratte alla salute, all’istruzione, all’abitare, alla cura: è economia di guerra. Così, la nuova corsa al riarmo ripropone una vecchia divisione del lavoro che continua a gravare come un macigno su chi svolge quel lavoro riproduttivo, pagato o non pagato, da cui dipende ogni forma di vita collettiva e che continua a ingrossare le catene arcane, sotterranee, del plusvalore.
Abbiamo composto questo libro perché sappiamo di essere parte di un ecosistema di affetti e risorse in cui le persone e le comunità palestinesi non sono vittime perfette[7] da aiutare o salvare. Siamo parte di un ecosistema di ingiustizie costruito storicamente, in cui le lotte per i bisogni e i desideri delle comunità che abitiamo, per il reddito, per la dignità, per la salute, per la casa e per l’istruzione qui sono materialmente intrecciate con le lotte per la sopravvivenza e la liberazione là. Un’infrastruttura globale della cura e della respirabilità che, se sappiamo creare le condizioni per ascoltarne il suono e potenziarne l’intensità, potrebbe già stare emergendo, nonostante tutto[8].

Parliamo del nostro qui non per cancellare la specificità palestinese, ma per provare a trasformare noi stessɜ e il nostro mondo nella complicità, fuori dai tracciati dell’organizzazione coloniale della solidarietà. Scrivere guardando la militarizzazione della riproduzione, qui accanto ai piani di riarmo e là nel pieno di un genocidio che continua, ha significato immaginare nuovamente l’internazionalismo da un punto di vista femminista. Ha significato scrivere di liquidazione delle industrie e delle politiche che producono morte riproduttiva là mentre governano la vita riproduttiva qui. Non come progetto riformista, ma come pratica abolizionista di resistenza, capace di tenere insieme pezzi di un mondo che si lacera, mentre fa di bisogni e desideri differenti un terreno di elaborazione collettiva.
La domanda è semplice, le risposte richiederanno molte assemblee: cosa desideriamo fare, come comunità, con le risorse oggi destinate al riarmo e accumulate già ingiustamente? Come immaginiamo di riprendercele? Quali forme di vita potrebbero emergere oltre lo strozzamento del regime di guerra globale, con la riproduzione e la cura al centro del campo di battaglia e dei nostri desideri non-normati?
Di fronte al Patto sulla migrazione e l’asilo dell’Unione europea, entrato in vigore il 12 giugno, per ridefinire ancora una volta le norme su frontiere, asilo e solidarietà sbarrando mare e terra allɜ esuli del colonialismo e del capitalismo; di fronte ai programmi elettorali remigratori di un ex militare italiano misogino e familista; di fronte alla cancellazione della Palestina che continua…tornare a scrivere ha significato ribadire che:
- la riproduzione sociale è il riconoscimento transfemminista materialista dell’interconnessione[9];
- l’abolizione del complesso militare-industriale è una delle sue strategie;
- le nostre alleanze sono il suo respiro;
- la capacità di immaginare altrimenti è il terreno dei futuri che osiamo prefigurare;
- la Palestina è il futuro del mondo.
La Palestina è il futuro del mondo perché è il terreno di una lotta profondamente materiale. È il luogo in cui si rendono visibili le forme del tecno-imperialismo che attraversano il presente e affondano le radici in un passato coloniale mai davvero elaborato, sconfitto o superato. Ma è anche il luogo da cui emergono pratiche, immaginari e strategie per pensare la liberazione dei nostri corpi, delle nostre comunità e dunque dei nostri futuri.
[1] Michael Hardt e Sandro Mezzadra, “Un regime di guerra globale”, Euronomade, 23 maggio 2024, https://www.euronomade.info/un-regime-di-guerra-globale/.
[2] Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, The Essence of Childhood Has Been Destroyed: Israel’s Deliberate Targeting of Palestinian Children in the Occupied Palestinian Territory since 7 October 2023, documento A/HRC/62/CRP.2, Ginevra, 2026.
[3] Per questa formulazione siamo debitrici al lavoro della teorica e militante abolizionista africana americana Ruth Wilson Gilmore in Golden Gulag: Prisons, Surplus, Crisis, and Opposition in Globalizing California, University of California Press, 2007.
[4] Che per fortuna sono state in alcuni casi messe al sicuro preventivamente grazie a progetti come quello che racconta Mariarita Persichetti in “Una rete tra Palestina ed Europa tiene in vita la biodiversità palestinese”, Kritica, 15 maggio 2026, https://kritica.it/politica/palestina/una-rete-tra-palestina-ed-europa-tiene-in-vita-la-biodiversita-palestinese/?brid=YWdncwETRI6_I9I-9Syaw1yQIXww&fbclid=IwY2xjawSH03JleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeNHI6M_wCNGhO0T5t7ZWumO1qEkJPg8x9zTWTsIus3B-BsmnON2qaD9u6HaY_aem_YWdncwC2mGgz0XD1wNqqwumid-UP.
[5] Per una lettura completa della definizione IHRA, https://holocaustremembrance.com/resources/la-definizione-di-antisemitismo-dellalleanza-internazionale-per-la-memoria-dellolocausto.
[6] Antony Lowenstein, Laboratorio Palestina. Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo, Fazi, 2024.
[7] Mohammed El-Kurd, Vittime perfette e la politica del gradimento, Fandango, 2025.
[8] Arundhati Roy, War Talk, South End Press, 2003.
[9] Veronica Gago, The Fascistization of Social Reproduction, «Radical Philosophy» 18,2/2025, pp. 23-34.





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