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Ecce Mater! (atto primo)

Quello che iniziamo oggi a pubblicare è un contributo in due atti che apre una riflessione su maternità, aborto e difesa ipocrita della vita, ricostruendone la genealogia fino ad arrivare ai giorni nostri, con uno sguardo volutamente critico e di parte.

Ecce Mater! Strategie e discorsi contro l’aborto e per la riproduzione della famiglia naturale

di Tamara Roma

Nella società attuale la sicurezza della famiglia naturale, maschilista ed eterosessuale, viene riproposta come baluardo contro ogni forma di precarietà, solitudine e povertà. Con questo assunto, attraverso differenti retoriche, come l’orologio biologico, il calo demografico, l’aborto come omicidio, i diritti dell’embrione e il genio femminile1 cattolico, si cerca di riportare le donne a quello che viene definito il loro “destino naturale”.

L’appello alla maternità, prima per la riproduzione dello stato-nazione, poi per preservare la “stirpe” e oggi nell’epoca neoliberista, è servito e serve ancora per giudicare negativamente quelle donne che scelgono “irresponsabilmente” un’interruzione volontaria di gravidanza (ivg), contrapponendole alle donne madri. Ciò rivela una vera e propria ossessione nei confronti della possibilità che una donna decida liberamente di non compiere il lavoro riproduttivo, cosa che si traduce nelle più svariate strategie per relegarla nel ruolo di moglie/madre e nel lavoro domestico e di cura (Cooper 2013).

Ma come possono combinarsi oggi politiche e discorsi neofondamentalisti con le governamentalità neoliberiste? Con quali discorsi/poteri si sono “legate” le donne alla riproduzione della società convincendole del valore sociale della maternità a discapito della loro salute sessuale e autodeterminazione riproduttiva? Dove, quando e da chi hanno origine?

Corpo delle donne e gravidanza: terreno di scontro/incontro tra laici e cattolici

In ogni società umana, passata e presente, troviamo la pretesa di attribuire ai corpi delle donne una funzione pubblica al fine della sua riproduzione. In passato la gravidanza veniva vista, anche a causa della mancanza di tecnologie, come un unicum con il risultato che una scelta tra gestante e concepito fosse inammissibile: era un processo fisiologico tipicamente femminile, solo la donna poteva accertare l’avvenuta gravidanza e solo le donne potevano occuparsene. Il ruolo medico e sociale della levatrice ne aveva fatto per secoli l’unica figura considerata in grado di occuparsi della salute femminile in generale e di quella riproduttiva nello specifico, ovvero di quegli interdetti agli uomini che erano gravidanza, aborto e parto.

Scena di parto, E. Roeslin, Rosengarten, 1513

Tuttavia, tra Medioevo ed età moderna la levatrice è stata identificata come strega, processata e condannata dal potere pastorale e politico, stigmatizzata nell’immaginario sociale: fu la categoria più sospettata e accusata di stregoneria (Balzano 2021). La caccia alle streghe in Europa ha rappresentato l’incipit di quel processo di disciplinamento e controllo dei corpi delle donne, del confinamento nel domestico, della subordinazione dentro e fuori dalla famiglia, e infine del conferimento al potere pastorale prima, e medico e politico poi del controllo sulla capacità riproduttiva dei corpi e sulle attività delle levatrici: ha permesso una riorganizzazione sociale patriarcale basata su una morale di derivazione cristiana (Federici 2015; 2020). Con lo sviluppo degli studi anatomici il crescente interesse per i meccanismi della nascita e in generale per la scena del parto ha avuto ripercussioni non solo sui corpi delle donne in quanto oggetto di studio e discussioni di anatomisti, medici, barbieri-chirurghi e teologi, ma anche sull’istituzionalizzazione e professionalizzazione di ambiti quali ostetricia e ginecologia, quest’ultima nata sulle ceneri di un’autonomia femminile subordinata progressivamente al controllo maschile. Nella Parigi del Seicento avvenne la prima regolamentazione statale dell’ostetricia: il potere reale, oltre a legittimare la figura dell’accoucher, finanziò i primi corsi per sages-femmes (ostetriche professioniste) gestiti dall’autorità provinciale e municipale e posti sotto il controllo dell’autorità medica locale. All’inizio dell’Ottocento in Francia, e in generale in Europa, il mestiere di ostetrica era regolamentato a livello nazionale: alle ostetriche venne vietato l’uso di strumenti chirurgici e di intervenire se non in presenza del medico-chirurgo, diventato ormai l’attore principale della scena del parto (Cosmacini 2019).

Gli uomini, prima rigorosamente esclusi dalla stanza del parto sia attraverso una interdizione fisica all’ingresso sia attraverso la subordinazione rispetto alle tradizionali detentrici di quei saperi, si sono appropriati di compiti fino a quel momento considerati prettamente femminili: l’arte medica sui corpi delle donne diventati ormai «la cosa medica per eccellenza» (Foucault 2010, p. 130).

Intervento di taglio cesareo tratto da Enciclopedia Medica Italiana (1880)

In Europa occidentale, mentre lo stato si occupava della regolamentazione professionale e dei divieti giuridici sui corpi, la scienza e la morale religiosa si sono preoccupate, occupate e scontrate nel tentativo di costruire discorsi sull’utero e sul suo contenuto. Nel 1745 L’Embriologia Sacra dell’arciprete palermitano Cangiamila cominciava con l’analisi delle cause di morte dei nascituri distinguendo tre categorie principali: l’aborto volontario e involontario, il decesso della madre e gli incidenti che sopraggiungevano durante i parti. In particolare, si individuava nella pratica del parto cesareo post mortem il metodo più adatto per assicurare la salvezza eterna a donna e feto, e in quello su donna viva un’opportunità di salvezza anche terrena per madre e figlio. Il taglio cesareo, in realtà, fino al Settecento era stato praticato per lo più post mortem proprio perché comportava la mortalità certa della donna e molto spesso anche del feto: la sua introduzione su donna viva non è stata quindi una questione di “progresso” delle tecniche chirurgiche, ma ha rivelato invece il mutamento di paradigma relativo ai concetti di madre e feto derivante dal mutamento dello sguardo religioso, medico e politico. Nell’ottica settecentesca ogni feto cominciò infatti ad essere visto come un potenziale adulto a servizio dello stato, la vita terrena della donna quindi per alcuni “sacrificabile” sia al valore superiore della “vita eterna” del feto, sia progressivamente a quello della sua vita terrena.

L’azione ecclesiastica, l’intervento normativo nella medicalizzazione del parto e l’azione biopolitica degli stati-nazione nel controllo e gestione della produttività e riproduttività dei corpi si legarono ai progressi raggiunti dall’istituzione medica, il cui obiettivo diventò garantire la salute fisiologica di quello che era ormai considerato il “nuovo cittadino” (Betta 2009).

Le acquisizioni scientifiche, dallo sviluppo tecnologico negli studi anatomici alle scoperte su fecondazione, gravidanza e sviluppo embrionale avevano portato all’elaborazione di trattati e atlanti specialistici, come quello del medico inglese William Hunter Anatomia degli uteri gravidi (1774), il primo a rappresentare l’utero e il suo contenuto simbolico a grandezza naturale (Filippini 2017): fino alla fine del XVIII secolo gli anatomisti tuttavia si occupavano dei cambiamenti dell’utero in gravidanza, rappresentando il nascituro simbolicamente come un bambino non nato, non come forma fetale.

Tavola anatomica tratta da Anatomia uteri umani gravidi (1774)

Fu solo con le Icones embryonum humanorum (1799) dell’anatomista Samuel Thomas Sommering che la rappresentazione del nascituro in utero venne per la prima volta sostituita da quella dell’embrione/feto, distaccato dall’utero e oggettivato. Se la rappresentazione del non nato in rapporto con la madre si legava con il discorso sulla «vocazione naturale della donna» per la maternità, quella dello sviluppo del feto estrapolato dall’utero e senza cordone, ha contribuito alla progressiva cancellazione della donna dalla mentalità collettiva e a una sempre maggiore importanza accordata alla vita fetale: con il modificarsi della rappresentazione scientifica «maternità, gravidanza e parto non si riferiscono più al bambino sperato ma all’essere umano in divenire […] l’utero, una volta terreno e recipiente, si trasforma gradualmente in luogo» e il feto in «ospite» (Duden 2006, p. 76).

“Ecce Mater”, copertina «L’Espresso», 19 gennaio 1975

L’incipit di quella “trasparenza” dell’utero che culminerà con l’ecografia ha comportato inevitabilmente l’impostazione di una nuova riflessione, non solo medica, su corpo delle donne, gravidanza e non-nato.

Nei primi decenni dell’Ottocento, attraverso l’utilizzo della statistica e del calcolo delle probabilità nella decisione terapeutica, considerata l’altissima mortalità legata all’uso del cesareo e la validità nei paesi cattolici del battesimo intrauterino, parte del panorama medico mise in discussione la pratica a favore piuttosto delle tecniche abortive terapeutiche: per molti medici tra due vite terrene la scelta doveva ricadere su chi dei due avesse maggiore possibilità di sopravvivenza autonoma e fosse “essenziale” per quella dei membri del “nucleo familiare”, cioè la donna. Le dispute scatenate dall’uso dell’aborto terapeutico portarono i medici contrari all’abbandono del linguaggio scientifico e a richiedere una presa di posizione da parte della Santa sede sulla sua moralità. La preoccupazione sull’uso diffuso delle pratiche abortive, le continue discussioni fra medici e gli scontri teologici sull’animazione fetale indussero il Sant’uffizio ad emanare, tra il 1884 e il 1901, sei sentenze vietanti ogni intervento medico che mettesse in pericolo la vita del concepito: al progressivo affermarsi di “scienza” e “biologia” e all’autonomia delle scelte terapeutiche rivendicata da parte del panorama medico, è corrisposto un altrettanto progressivo irrigidimento dell’istituzione ecclesiastica (Betta 2006).

Il passaggio da una gravidanza come “fatto privato” a una gravidanza definita dal “fatto scientifico” ha comportato un cambiamento nelle rappresentazioni e nei discorsi dei soggetti coinvolti avviando un mutamento nella concezione della gravidanza, della gestante e del non nato che si riscontra nelle strategie politiche, nelle discussioni religiose e nelle prese di posizione mediche.

Il controllo sui corpi delle donne è stato imposto a partire dalla loro moralizzazione e medicalizzazione: è stato necessario «normalizzare i corpi delle donne, perché si arrivasse alla produzione del corpo-massa popolazione» (Balzano 2021, p. 29).

Note

1. Con questo termine nella Lettera alle donne del 29 giugno 1995, Giovanni Paolo II rivoluziona a livello dottrinale il rapporto tra i sessi, riconoscendo alle donne l’uguaglianza e introducendo la complementarità tra i sessi. Il genio della donna è definito in base al suo ruolo all’interno della famiglia e nei ruoli educativi all’interno della società. Il genio femminile è quel «talento femminile» nel mettersi «a servizio degli altri nella normalità del quotidiano».

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