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Genesi e eredità del «movimento dei movimenti»: “Zona rossa” sul «manifesto»

Il 20 luglio è uscita sul «manifesto» questa recensione al numero 54 di Zapruder, “Zona Rossa”, scritta da Alessandro Santagata. La riportiamo integralmente. Buona lettura!

La rivista

«Zona rossa», un numero speciale di «Zapruder» dedicato a Genova 2001 realizzato insieme a Supporto Legale, che mira a decostruire alcune narrazioni, in primo luogo quella che si è articolata a partire dalla distinzione tra i «buoni» e i «cattivi», e intende riflettere sugli effetti del «paradigma vittimario».

Genesi e eredità del «movimento dei movimenti»

di Alessandro Santagata

«In ogni caso nessun rimorso» recita la pergamena attorno al cuore, a forma di estintore, che campeggia nella copertina della rivista Zapruder dedicata a Genova 2001. Il fumetto è di Zerocalcare, che ha disegnato anche una storia breve molto acuta, oltre che divertente, su quello che definisce il «Genovasplaining», cioè sui luoghi comuni nel racconto delle giornate di mobilitazione contro il G8. Del resto, l’intero numero intitolato «Zona rossa» (pp. 224, euro 16) mira a decostruire alcune narrazioni, in primo luogo quella che si è articolata a partire dalla distinzione tra i «buoni» e i «cattivi», e intende riflettere sugli effetti del «paradigma vittimario».

Realizzato insieme a Supporto Legale, il progetto nato nel 2004 per sostenere la difesa di tutti gli imputati dei processi genovesi, il numero costituisce un passaggio importante per la rivista di «storia della conflittualità sociale», che proprio a quel «movimento dei movimenti» deve le sue origini. I contributi, diversi nel taglio oltre che nei contenuti, spaziano dall’indagine delle stagioni di lotta che hanno preceduto il controvertice del 2001 alle molteplici conseguenze di quanto accaduto a Genova: legali, politiche e culturali.

Gli interventi di inquadramento mettono in relazione quello che fu definito il movimento «no Global» con l’esperienza della Pantera nel 1990 e con i tanti volti della protesta contro il capitalismo neoliberista scaturita nove anni dopo a Seattle e cresciuta nel percorso dei Social Forum globali. Non tutte sono affrontate certo con la medesima attenzione, ma emerge la pluralità delle anime: dai cristiani di base alla galassia degli Autonome antifa tedeschi. Interessante è poi il capitolo delle tante eredità, come quella nel movimento No Tav, la cui bandiera bianca con la scritta rossa e il treno sbarrato sfilò già al G8.

Uno spazio di rilievo occupano le riflessioni sulla spettacolarizzazione delle giornate di luglio in rapporto alle tecnologie della comunicazione. Ilenia Rossini si interroga sulla vicenda di Indymedia Italia, il sito di controinformazione che fu decisivo non solamente per la diffusione dei video che inchiodavano le violenze delle forze dell’ordine, ma più in generale per un movimento che comunicava ancora con «telefonini cellulari», carta stampata e radio, ma già al 64% usava regolarmente internet.

Di video e partecipazione attraverso lo schermo si occupa Damiano Garofalo, che scrive dell’archivio creato all’interno del progetto New global vision e analizza dal punto di vista tecnico e comunicativo le riprese girate dalle handycam. «Il realismo della messa in scena dei video, dove niente è censurato spiega mette in discussione non soltanto il ruolo di filtraggio delle immagini da parte dei media tradizionali, ma anche il rapporto tra visibile e invisibile». Pietro Bianchi, estendendo il discorso fino al Blacks Lives Matter, invita a non sottovalutare i rischi dell’assenza di un montaggio: «non quello estetistico, ma quello politico che mette in relazione le violenze con le cause (invisibili) che le produce e ne restituisce il senso».

Infine, Fabio Caffarena e Carlo Stiacci arricchiscono questa sezione sulle fonti con un focus sui messaggi cartacei lasciati negli anni a piazza Alimonda, ora raccolti nell’Archivio ligure della scrittura popolare, espressione del multilinguismo (anche generazionale) dei singoli e dei movimenti che si trovarono a Genova.

Insomma, sembra davvero da accantonare qualsiasi visione monodimensionale, compresa quella sulle forze dell’ordine, le cui divisioni interne e contraddizioni sono messe a nudo molto efficacemente da Michele Di Giorgio, che spiega in una prospettiva storica «involutiva» le radici culturali e politiche della repressione.

A maggior ragione, tutto ciò dovrebbe esortare a mettere da parte gli accenti polemici tenendo conto delle diverse forme assunte dal conflitto attraverso la disobbedienza, il riot ma anche la non violenza, naturalmente non senza scontri interni al movimento. Un punto quest’ultimo che continua ancora ad alimentare la discussione, come si evince dalle diverse voci presenti in questo numero, ma anche la riflessione collettiva.

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