«ANTIFA!nzine», n. 17, 2025, 90 pp.
«ANTIFA!nzine», fanzine di fumetti antifascisti, ha costruito un numero sulla Resistenza femminile raccontando attraverso le illustrazioni di autori e autrici – Silvia Alcidi, Arianna Beffardi, Chiara Benazzi, Simone Castelli, Francesca Gatto, Denise Genea, Assia Ieradi, Marika Michelazzi “Storiebrute”, Elena Mistrello, Mabel Morri, Rita Petruccioli, Marcella Scardala, Erica Silvestri, Virginia Taroni, Josephine Tomarchio, Gemma Vinciarelli, Ariel Vittori e Yele – storie di donne che sono state combattenti coraggiose e in rottura con le aspettative di genere.
Un cambio di prospettiva che abbiamo operato anche noi in diverse occasioni, e che riprende temi/questioni a cui abbiamo dedicato un numero di «Zapruder» (“Faster, Pussycat! Kill! Kill!”, n. 50, 2019 che potete leggere interamente qui).
Abbiamo chiesto a Eva Muci di leggere per noi/voi la fanzine, alla cui realizzazione hanno collaborato Ilenia Rossini e Lidia Martin.
ANTIFA!nzine 2025: donne, armi e genealogie
Eva Muci
C’è un nodo che attraversa questa uscita di «ANTIFA!nzine» come una lama: il rapporto tra donne e violenza, tra soggettività femminili e uso delle armi, tra memoria storica e conflitto presente. Un nodo che non viene sciolto, ma tenuto aperto.
Ed è proprio in questa apertura – in questa fessura – che il numero trova la sua forza politica. Il contributo di Lidia Martin, Fessure, fornisce non solo una cornice teorica, ma un vero e proprio posizionamento. Martin parte da un presupposto tutt’altro che neutro: studiare le donne che ci hanno precedute significa indagare noi stesse, riconoscerci come soggetto e oggetto della nostra prassi storica e politica. Non è una dichiarazione metodologica astratta, ma una presa di parola situata, che attraversa tutto il testo: «l’argomento non lo avevo scelto a caso» (p. 3). Individuando nel 1975 l’avvio di un primo cantiere storiografico sulla Resistenza delle donne – anche grazie a La Resistenza taciuta di Bruzzone e Farina – Martin ne mostra al contempo i limiti: la categoria di “resistenza civile”, pur politicamente rivendicata come guerra senza armi, rischia di produrre un appiattimento che esclude o marginalizza ciò che eccede la dicotomia armata/non armata. È in questo “resto” che si collocano le soggettività che sono protagoniste del numero: le Poche Feroci di Elshtain, donne che hanno agito violenza senza chiedere scusa. “Stanare” queste figure – verbo tutt’altro che casuale – significa fare i conti con una memoria distorta, mitizzata o rimossa. Eppure, dalle storie che emergono, affiorano tratti comuni: genealogie di ribellione, autorappresentazioni che rivendicano una disobbedienza ad litteram, un uso delle armi raccontato come violenza alla violenza, guerra alla guerra. Tornano alla mente le parole di Marisa Musu sull’urgenza di agire durante l’occupazione tedesca di Roma: «mi sembrerebbe ipocrita ritagliarsi, in quanto donna, un compito “non violento” in una situazione di violenza estrema». Se da un lato l’impegno armato ha significato riconoscimento – spesso attraverso l’omologazione alle forme dell’agire politico maschile – dall’altro ha aperto una crepa nell’ordine di genere. Una crepa presto richiusa. La fine della guerra coincide per molte con l’inizio della normalizzazione: il ritorno a casa, la cancellazione dell’eroismo, la rimozione della violenza agita. La fessura, però, resta. Ed è da lì che Martin ci interpella: possiamo immaginare di rompere quel soffitto di cristallo senza l’eccezionalità delle condizioni dettate dalla guerra? Possiamo essere noi, oggi, ad aprire quella crepa?
È in questo solco che si collocano i contributi grafici del numero, che non funzionano come semplice corredo illustrativo ma come dispositivi del racconto. Silvia Alcidi, con Helin, intreccia il Rojava del 2016 alla Resistenza italiana attraverso una genealogia femminile che passa dall’acqua, dal fiume, dalla memoria incarnata di una bisnonna partigiana. Simone Castelli ed Elena Mistrello, in La festa del millennio, restituiscono la figura di “Compagna Luna”, Barbara Balzerani, come spirito inquieto della rivolta, fantasma che continua a infestare i sogni dei potenti e a nutrire quelli di chi non accetta la “festa” dell’apparenza e dell’arrivismo. Con Le giovinette antifasciste, Mabel Morri racconta la sfida al fascismo del Gruppo femminile calcistico milanese, fondato da Giovanna Boccalini e dalle sue sorelle, una disobbedienza che passa dal corpo in movimento e dal desiderio di libertà, lasciando in eredità alle donne del futuro il senso politico del gioco e della gioia condivisa. In Dietro il nemico, ovunque, Erica Silvestri dedica affresca il ritratto di Leila Khaled, combattente palestinese e prima donna a dirottare un aereo, restituendone la traiettoria politica attraverso illustrazioni dense di simboli e citazioni dirette che tengono insieme infanzia, sradicamento, lotta armata e appello alle nuove generazioni a non fermarsi. In Il pozzo, Virginia Taroni costruisce una riflessione intima e collettiva sul diventare donne attraverso lo studio delle altre, facendo emergere la forza che nasce dalla caduta e dalla risalita, mentre le immagini delle partigiane e delle operazioni clandestine accompagnano il percorso di consapevolezza attraverso gli estratti di Alba De Cèspedès e Natalia Ginzburg su «Mercurio». La Resistenza armata torna nei fumetti di Marika Michelazzi, che in Walchiria Terradura ricostruisce la storia della comandante partigiana nella Gubbio del 1944, restituendo alla figura mitica la densità di una scelta politica condivisa da un’intera generazione di giovani che immaginavano l’utopia come possibilità concreta. Con Santa, Denise Genea decostruisce lo stereotipo rassicurante della donna pia e non violenta, ricordando le migliaia di donne che hanno imbracciato le armi sottoponendo ad una lente critica il controllo patriarcale della sessualità e del corpo. Arianna Beffardi, in Un fiore è sbocciato, racconta la vicenda di Margherita Cagol a partire dalla sua morte, in un continuo andare avanti e indietro nel tempo, tratteggiando i momenti di svolta del suo percorso, come la scelta della clandestinità e della lotta armata, al di là e al di fuori di ogni mitizzazione, presentando a chi legge la tridimensionalità di una donna autodeterminata e umana. Albatre, il fumetto di Gemma Vinciarelli è dedicato Norma Parenti e alle donne maremmane, mostrando come la distinzione tra resistenza civile e armata si infranga nella pratica quotidiana di chi trasporta armi, nutre i partigiani e, quando serve, spara. La guerra civile italiana è al centro di Irma Bandiera di Chiara Benazzi e Francesca Gatto, che raccontano il corpo della partigiana come luogo di tortura ma anche di rifiuto radicale della collaborazione con il nemico. In Donna in guerra, Assia Ieradi restituisce graficamente l’intreccio tra difesa del corpo, della terra e della vita, mentre Ariel Vittori, con Passaggio di testimone, mette in luce l’intersezionalità delle lotte, raccontando il ruolo di donne e femminielli nella Napoli del 1943 come modello di sovversione dei ruoli di genere. Chiudono il numero l’illustrazione senza titolo di Josephine Tomarchio, un corpo nudo e fiero che afferma «penso, sento, decido, combatto», e La rivoluzione delle parolacce di Marcella Scardala, un flusso ironico e dissacrante che smaschera il doppio standard del potere sulla violenza e si conclude con un sonoro rifiuto del sistema di una donna col fucile.
Il numero rielabora tra parole e immagini il nesso tra memoria e presente. Le storie si somigliano perché condividono la trasgressione, l’uscita dai ruoli prescritti, la costruzione di una genealogia. L’esperienza della lotta, la sospensione della quotidianità abituale e il suo affiancamento ad una quotidianità eccezionale costruiscono immaginari, plasmano identità, costruiscono una nuova soggettività. Seppure nascoste, queste donne sono esistite ed esistono e se è vero che ogni cesura, ogni perdita, vuol dire occasione di ritrovamento, allora «riannodare i fili del passato significa riannodare i nostri fili interni» (Dal movimento femminista al femminismo diffuso, Calabrò e Grasso 1985), non sentirci solo lettori, ma parte di questo racconto.
Questo numero di «ANTIFA!nzine» non celebra, non pacifica, non assolve. Scomoda. Chiede da che parte stiamo quando la violenza irrompe, chi ha il diritto di esercitarla, da chi viene ricordata e riabilitata nel presente e da chi viene rimossa. E soprattutto ci ricorda che quelle fessure, una volta aperte, continuano a chiamarci.



