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Cose dell’altro mondo. Un reportage dai Territori occupati

Accogliamo il racconto di un attivista dell’International solidarity movement che è stato in Palestina nel dicembre 2025. Ci racconta il quotidiano degli abitanti dei Territori occupati e l’attività di solidarietà internazionalista che ha svolto con alcune compagne.

Ormai da anni, siamo sommersi – attraverso i social – da immagini che vengono dalla Palestina, ma accompagnando Matteo Carosi durante il “night watch”, i giochi improvvisati con i bambini, le conversazioni con gli abitanti della Cisgiordania e la paura delle violenze dei coloni come presenza quotidiana, ci sembra che la resistenza di uomini e donne palestinesi acquisti l’intensità dell’esperienza vissuta.  

Cose dell’altro mondo. Un reportage dai Territori occupati

Matteo Carosi

C’è un prima e un dopo il 7 Ottobre 2023. Lo sanno i palestinesi della Striscia, della Cisgiordania e della diaspora. Lo sanno gli israeliani sionisti, che mettono in pratica, con il genocidio in atto, il discorso del colonizzatore «Il padrone, qui, sono io», come afferma Frantz Fanon ne I dannati della terra. E lo sanno i paesi occidentali, Stati uniti e Regno unito in testa, Francia, Germania e Italia che hanno fornito la legittimazione, mai messa in dubbio, per la colonizzazione della Palestina.

Il prima e il dopo sono scanditi dalle 6 ore ore in cui le brigate Al Qassam di Hamas, le brigate Al Quds del Jihad islamico palestinese e l’ala marxista della sinistra palestinese con Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) e il Fronte democratico per la liberazione della Palestina (Fdlp),  con l’ ‘Operazione diluvio di Al Aqsa’ hanno minato le sicurezze del dominio israeliano, penetrando il muro che divide Gaza da Israele fino a diversi chilometri in profondità nel territorio nemico.

Il prima risale a decenni fa, alle radici della questione palestinese.

Durante la Nakba, la catastrofe per il popolo palestinese del 1948 (l’esodo forzato, l’espulsione e la spoliazione di oltre 700.000 arabi palestinesi, i 2/3 della popolazione, avvenuti tra il 1947 e il 1949, in concomitanza con la nascita dello Stato di Israele), i gruppi paramilitari sionisti dell’Haganah, con il Piano Dalet, avevano istruzioni di distruggere i villaggi dandogli fuoco, facendoli saltare in aria e minandone le macerie[1]. Durante la Nakba, avevano l’ordine di invadere i villaggi arabi e far sistematicamente saltare una casa dopo l’altra con le famiglie ancora dentro.

Le famiglie beduine cacciate dal deserto del Negev si mossero, come altre, in Cisgiordania, dove ora subiscono l’eterno ritorno della dominazione e del rischio di annessione ad opera di esercito israeliano e coloni.

È lì che le abbiamo incontrate.

Nell’inverno 2025, con un’amica, siamo partiti per la Palestina tra le fila dell’International solidarity movement (Ism), un gruppo internazionalista che fa presenza protettiva per le persone palestinesi dall’occupazione israeliana. Ci hanno addestrati, da remoto e in presenza a Ramallah e assegnati al luogo in cui saremo rimasti per il mese successivo, a Masafer Yatta, tra le colline a sud di Hebron.

Quella che segue è la breve storia della nostra esperienza come attivisti internazionalisti in Cisgiordania.

Umm Al Kahir, Cisgiordania

La prima notte passata “sul campo” è stata nel villaggio di Umm Al Kahir, un fragile villaggio di beduini, stabilitisi qui subito dopo la Nakba del 1948, dal deserto del Negev, ora in Israele. Questo piccolo villaggio con circa duecento abitanti, è passato alla storia per essere tra i protagonisti principali del documentario premio Oscar 2025 No Other land (regia: Yuval Abraham, Basel Adra, Rachel Szor, Hamdan Ballal), per essere un villaggio fantasma sulla cui testa pendevano decine di ordini di demolizione e per essere il centro di una strenua, ramificata e stolida resistenza contro l’occupazione israeliana.

Qua incontrammo Khalil, leader del consiglio autonomo palestinese della zona.
Con lui registrammo un’intervista a più voci.  Dai bagni accanto alla sala comunitaria, attraverso la finestrella di vetro,  oltrepassando la rete metallica, lo sguardo arrivava fino ad un complesso di caravan, c’erano delle finestre illuminate, due donne parlavano con un uomo. A 5 metri dal bagno si svolgeva tranquilla la vita del recente insediamento di coloni israeliani che minacciava la sopravvivenza delle persone che ci ospitavano. Al centro comunitario, un attivista austriaco ci disse «se pensano che i locali siano il loro maggior pericolo, costruire le loro case a pochi metri dai villaggi locali sembra proprio una scelta insensata». Proseguiamo a chiacchierare con Khalil.

Com’è la vita dei bambini qui? Gli chiedemmo. Attorno a noi c’era un via vai costante di bambini e bambine saltellanti e giocose. «Ci sono 68 bambini e bambine qui nel villaggio. Sfortunatamente 2 bambini e 3 bambine da quest’anno hanno smesso di andare a scuola, a causa delle condizioni di povertà in cui vivono, e a causa delle violenze crescenti dei coloni. Dal 7 Ottobre in poi le strade sono diventate molto pericolose, per la crescente presenza dei coloni, ogni giorno attaccano le macchine, attaccano i bambini, non è sicuro. Non ci sono scuolabus che portino i bambini a scuola, bisogna sempre organizzare l’ accompagnamento con la presenza di internazionali, 2 o 3 per volta che li portano a scuola e poi li riportano a casa, è un’operazione difficile a livello organizzativo».

Come apprendemmo poi nei giorni seguenti, molte organizzazioni internazionali, compresa la nostra, avevano smesso di fare accompagnamenti a scuola, perché li ritenevano ormai troppo pericolosi. Prendeva sempre più consistenza l’altisonante termine che da alcuni accademici è stato proposto di “scolasticidio” per la condizione scolastica in Palestina. I bambini e le bambine ormai andavano a scuola per 3 volte alla settimana, sempre sperando di non trovare un colono sulla loro strada, sperando che un bulldozer dell’esercito non l’avesse buttata giù la sera prima, o che l’insegnante non venisse arrestato sulla via di scuola.

Khalil continua a raccontare: «Immaginate che il giorno in cui i coloni hanno ucciso mio fratello (Awdah Hathaleen), l’esercito ha trattenuto il corpo per 11 giorni, non hanno permesso di riportare qui la salma e dare alla famiglia, a mia madre, il diritto di vederlo per l’ultima volta. Dopo questi 11 giorni, abbiamo portato il caso alla corte israeliana con un team di avvocati internazionali, che ha deliberato che la decisione dell’esercito fosse impropria e che al contrario avrebbero dovuto riportare il cadavere nella sua comunità senza nessuna condizione. Dopo questo verdetto, l’esercito ha chiuso le strade e ogni accesso al villaggio e non ha permesso di riportare il corpo per la famiglia».

Non rispettano le loro stesse leggi, dice con spontaneità un attivista di Ism.

Rimase il silenzio. Iniziava quella rieducazione emozionale che sarà una costante qui in Palestina. La rabbia, il disgusto, il furore contro un’ingiustizia spesso cadevano in un impalpabile torpore. Non c’erano le condizioni materiali per esprimerle, venivano represse, da meccanismi di sopravvivenza interni e da un esterno ostile e schiacciante.

Cosa è successo al colono che l’ha ucciso? «La storia inizia il 28 Luglio 2025, a mattina viene portato un grande bulldozer qui nel villaggio, per tagliare gli alberi e far portare i caravan dei coloni. Gli abitanti si oppongono e tentano di fermarlo. Il guidatore del bulldozer ferisce mio cugino alla testa. Awdah era dentro il centro comunitario col figlio di 3 anni a filmare l’accaduto. Yinon Levi, che è il colono responsabile di queste operazioni, mentre il bulldozer tagliava i tubi del sistema idrico e i cavi dell’impianto solare, spara ad Awdah, che cade a terra. Ricordo il figlio di 3 anni con la maglia bianca sporca di sangue, le mani sporche di sangue. Awdah aveva 3 figli Watah di 5 anni, Mohammed di 3, e Kinan di 7 mesi. Nessuna ambulanza è arrivata, nessun primo soccorso. Polizia ed esercito non sono arrivati sul momento. Quando sono arrivati, hanno portato tutta la comunità e gli internazionali a casa di mia madre, quasi 200 persone con donne e bambini in una casa, sparando e lanciando lacrimogeni. Tra di loro arriva Yinon Levi e inizia a scegliere 2,3,4 persone tra la mia famiglia per arrestarli e li arrestano. La persona che aveva ucciso Awdah. Yinon Levi quella stessa notte è stato portato alla stazione di polizia, ed è stato rilasciato dopo 3 ore. Il giorno dopo è tornato qui, a finire il lavoro iniziato». Khalil continua e chiude.
«Se chiedi alle persone qui qual è il loro sogno, non ti risponderanno che sognano viaggiare o fare shopping, ti risponderanno una sola cosa, dormire per una notte al sicuro».

Haribat an nabi, Cisgiordania

La prima notte di “night watch” era passata. Di ora in ora ci siamo alternati in 3, dalle 20 alle 3 di mattina. Una notte miserabile, fredda, umida e piovosa. Con la torcia, l’obiettivo era quello di rendersi visibili, di rendere il più possibile visibile la nostra presenza agli occhi del colono invasore, per farlo scappare nel caso, o per lo meno garantirci il tempo di vederlo avvicinarsi, avvisare la famiglia palestinese che ci ospitava e trovare il modo di non finire nel panico e fare qualcosa di sensato. Una notte miserabile, tutto sembrava cospirare contro la nostra presenza. La famiglia sembrava molto nervosa, padre, madre e figlio sulla quarantina, corpulento dallo sguardo gentile e semplice, erano stati attaccati 3 settimane prima con le stesse condizioni atmosferiche, che i coloni giocarono si vede a proprio vantaggio.

Date le premesse, la notte fu popolata di fantasmi, di presenze vere o presunte tali. Noi eravamo in allerta, sempre vigili, che fossimo o meno nel turno di un’ora, anche i nostri brevi sogni prendevano la forma della sorveglianza. I cani a catena, cresciuti, addestrati e abbandonati al loro stato di sorveglianti, non più cani, ma qualcosa di diverso, sentinelle, telecamere in carne ed ossa, dissuasori sonori col pelo, che avremmo imparato presto ad interpretare, a leggere nei minimi dettagli, in una continua ermeneutica sonora animalesca, per anticipare la presenza dell’invasione. Le pecore, non più pecore al pascolo, belanti, ruminanti, ma chiuse in gabbia, sempre, per sempre. Oggetto di contesa, di conquista e salvezza, che significa ben altro, molto più della semplice vita del pastore o della loro semplice vita di pecora, fino a che la vita del loro padrone non sarà libera, fino a che la sua terra non sarà liberata.

Quella notte niente di brutto successe, niente invasioni, nessun invasore, solo qualche fantasma e cani che abbaiavano nella nebbia.

Susya AJ, Cisgiordania

La presenza in una zona militare chiusa ci costringeva a prendere diverse precauzioni per non finire arrestati e deportati dall’esercito israeliano. Prima fra tutte arrivare e ripartire dalla famiglia ospitante sempre con il buio. Sulla porta, nella penombra, incontrammo l’uomo palestinese che ci accolse, padre di una famiglia di due adulti e due bambine, in uno spazio piccolissimo. I 4 erano sdraiati sul lato lungo della stanza su materassi a terra. Le bimbe si scaraventarono verso di noi, tempestandoci di domande febbrili. I genitori restarono nei loro giacigli, illuminati dalla luce dello smartphone sempre acceso.

Mentre una delle sorelle si era addormentata col telefono in mano, una delle gemelle ci arruolò nel suo spettacolo rivolto al mondo,  illuminato dalla luce del monitor delle videocamere poste in giardino.  Con un microfono fantasma tra le mani, Ladies and Gentlemen, the Queen of Palestine, the best dancer in the world, partì la coreografia, tra piroette, ponti e salti dei più folli.

Qualche giorno dopo tornammo. L’accusa di aver lanciato una pietra su dei coloni israeliani fu pagata, nel piccolo villaggio palestinese, con un raid dell’esercito a casa di 2 famiglie palestinesi, con la violenza contro un uomo, con l’arresto di un uomo anziano in una base militare e la confisca della sua macchina. Durante questa operazione militare fummo costretti a nasconderci nel bagno della famiglia che ci ospitava. Da lì sentivamo i rumori e le urla, i pianti e i tonfi, leggevamo i messaggi nelle chat che raccontavano la situazione fuori dal bagno. L’esercito israeliano arrivò a pochi centimetri da noi. Entrarono in casa, cercando il giovane palestinese accusato, fecero uscire il padre, e spalancarono la porta del bagno dietro cui ci eravamo nascosti, si fermarono sull’uscio, senza scoprirci.

Dallo spiraglio della porta sentivamo la figlia piangere, la vedevamo allo specchio asciugarsi il naso insanguinato per lo spavento, la  sentivamo rispondere al telefono che squillava in continuazione, come fosse la segretaria delle sventure del padre. L’abbiamo vista, sbirciando, sorriderci e farci segno di restare nascosti. Finito tutto, il padre rientrò, col suo sorriso migliore stampato sulla faccia, ricoperto di terra e polvere. Poi ballammo con lei, sforzandoci per tirare via il bianco dalle nostre facce ricoperte di spavento, e le dicemmo che avrebbe potuto giocare a tutti i giochi del mondo sui nostri telefoni.

Deir Sharaf, Cisgiordania

Restammo qui per 4 notti, da una famiglia composta da 3 persone, decimata nella sua presenza da un grave attacco subito un mese prima da parte di 100 coloni provenienti dall’insediamento sopra la collina, di fronte alle loro fattorie. La devastazione, la violenza e la profonda paura, fecero trasferire nella città di Yatta, 200 km a sud, la maggior parte di questa numerosa famiglia, prima composta da più nuclei, con centinaia di pecore al seguito.

A meno di un’ora dal nostro arrivo, avvistammo la presenza dei coloni in alto, sopra la collina, 4 poi 5 e poi 6, poi di nuovo 4, vestiti di scuro col cappuccio, li riuscimmo a vedere dallo zoom della camera, prima accucciati, poi in piedi, in gruppo e poi separati. Si innescò un gioco di vigilanza reciproca, pensammo che ci guardassero, che sempre sapessero quello che facevamo, quasi quello che pensavamo, come in un panopticon perfetto, prendevano le altezze, costruivano e dominavano la Valle, osservando e dominando anche attraverso lo sguardo. «Ecco perché costruiscono gli avamposti e gli insediamenti in cima alle colline, per questa ragione strategica» dissi. «Esatto. Puoi cercarlo su internet, Hilltop youth, sono un movimento di coloni». E così a sera feci. Hilltop youth è un movimento di coloni sionisti religiosi, responsabili della costruzione di molti avamposti coloniali in Cisgiordania e di molte delle maggiori violenze agite negli ultimi anni nella zona. Come Ariel Sharon disse da Ministro della difesa alla gioventù israeliana nel 1998:  «Ci dobbiamo muovere: correte e conquistate più colline che potete così da ampliare gli insediamenti, perché quello che conquistiamo ora rimarrà nostro». E così è stato.

Poi mi ricordai di una frase motivazionale uscita durante il training a Ramallah – È pericoloso pensare che non hanno potere, ma è più pericoloso pensare che noi non ce l’abbiamo – e così siamo gettati tra le pagine di un romanzo storico tipo Guerra e pace, con l’esercito di Napoleone Bonaparte appostato sulla collina e l’esercito russo in svantaggio giù nella valle, i generali scrutano i movimenti dei vari battaglioni, ogni movimento è significante, e determina la reazione che costruisce la tattica dell’avversario. E così chissà che se li avessimo osservati con la camera la cosa li avrebbe fatti desistere dallo scendere a valle, o magari accendere la loro vendetta per averli provocati con la nostra presenza indagatrice. Subito dopo se ne andarono, il padre ci disse che spesso si trovavano sulla collina, forse per scappare dalla presenza della polizia che entrava nell’insediamento. Erano ricercati per l’aggressione avvenuta un mese fa. E così tutto tornò alla normalità, tagliammo la legna, la madre fece il pane. Dopo una fitta giornata di pioggia che aveva annacquato anche i propositi sul campo dell’invasore, tornò il sole con la vista dei coloni in alto sulla collina. Il solito gioco di sguardi ci tenne occupati e col fiato sospeso per una mezz’ora, poi sentimmo salire dalla bassa valle uno scalpiccìo di zoccoli e un mare di belati. Da basso stava salendo un gregge accompagnato da due bambini e un uomo. Dopo qualche attimo di spaesamento, la famiglia ci informò che erano amici che venivano a pascolare ogni tanto nella loro proprietà, o almeno in quello che ne rimane. Sotto gli occhi dell’invasore un pezzetto di terra invasa veniva liberato, un pezzetto di terra veniva camminato, brucato, ridisegnato, memorizzato, così come infinite volte nella storia interrotta di questa famiglia.

Almeno fino a che i coloni non fossero ricomparsi sulla collina di fronte. Scesero velocemente dalla collina e raggiunsero la valle dove eravamo. Eravamo tutti in allerta, il padre si attaccò al telefono, avvisò vicini e amici dell’accaduto. Gli invasori entrarono subito in una casa abbandonata e sprangata dall’ultimo grave e definitivo attacco di circa un mese prima. Trovarono tutto chiuso e salirono sul tetto, ci salutarono, fecero il segno della vittoria con le dita. Caso volle che giusto in quel momento arrivassero due amici di famiglia, due shabab, giovani maschi simbolo della resistenza palestinese, in cerca di funghi, data la pioggia caduta il giorno prima. Ora eravamo in soprannumero. Con lo zoom della camera li vedemmo bene in volto, parlottavano, scesero al piano terra, ed in fila se ne tornarono nell’alto della collina, uscendo dalla nostra vista, verso l’insediamento da cui provenivano.

Con i maschi della famiglia e i due shabab, venuti a trovarli, iniziammo a cercare i funghi, che sempre crescono vicino i luoghi di pascolo delle pecore, dopo i giorni di pioggia. Assieme ripercorremmo i viottoli semi abbandonati della proprietà, ormai piena di rifiuti di vite precedenti e dei segni dell’attacco subito. I rifiuti erano il segno della persistenza densa dell’occupazione, del paesaggio che crea e impone. I funghi si nascondono dietro l’erba alta e i rifiuti sparsi a terra. L’erba è più verde e i funghi più gustosi se strappati all’ombra dell’occupazione.

Una volta tornati, la pace garantita dal Board of peace sbiadiva sempre di più. Dal cessate il fuoco erano stati uccisi 757 palestinesi. Israele si rifiutava di autorizzare l’ingresso nella Striscia di Gaza del governo tecnico palestinese incaricato di amministrare l’enclave nell’ambito del piano di pace di Donald Trump. Il gabinetto di sicurezza nazionale del governo israeliano, annunciava la storica decisione che espandeva la giurisdizione di Israele su zone di area A e B, controllate dall’Autorità palestinese e liberalizzava la compravendita di terreni e proprietà palestinesi per i cittadini israeliani “per dare ai coloni gli stessi diritti legali e civili e continuare ad uccidere l’idea di uno Stato palestinese”.

I media italiani, riportando i commenti del governo italiano sui video di Ben Gvir con i prigionieri della Global sumud flottilla, la flotta di attivisti internazionali che salpò verso Gaza per romperne l’assedio, dissero che lo stato di Israele stava varcando molte linee rosse del diritto internazionale. Mi venne da pensare che ci fosse un grosso problema di daltonismo di fondo.


[1]   Cfr. Ilan Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Fazi, Roma 2008.

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