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I sogni non si sfrattano: in difesa del Grande Cocomero

Anche il Grande Cocomero, l’Associazione di Volontariato per la Ricerca e la Cura nel campo della Psichiatria dell’Età Evolutiva con sede nel quartiere San Lorenzo, è sotto minaccia di sgombero come tanti altri spazi sociali di Roma. Domani (20 aprile, ndr) alle 18 al Grande Cocomero (via dei Marsi, 77) si terrà un’assemblea pubblica per rilanciare e organizzare la mobilitazione. Cogliamo l’occasione per rendere disponibile online l’intervista a Graziella Bastelli uscita sul n. 38 di «Zapruder» (set-dic 2015) nella quale è raccontata anche la storia e l’attività dell’associazione.

«Tutto continua per fortuna a mozzichi e bocconi, e a grandi schiaffoni!». Salute, diritti e autodeterminazione delle donne

di Graziella Bastelli (a cura di Francesca Capece e Paola Stelliferi)

L’applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), approvata il 22 maggio 1978, non fu né immediata né facile: l’ostacolo maggiore fu rappresentato dall’obiezione di coscienza che, di fatto, non permetteva l’esecuzione degli interventi. Il 21 giugno 1978 alcuni collettivi femministi della capitale, il consultorio autogestito di San Lorenzo e il Collettivo autonomo del policlinico Umberto I occuparono un reparto della seconda clinica ostetrica e lo autogestirono per tre mesi. Dopo un primo sgombero a cui seguì subito una nuova occupazione il 3 luglio, il “repartino” venne definitivamente sgomberato il 25 settembre.
Graziella Bastelli prese attivamente parte a questa esperienza. La abbiamo intervistata nel quartiere di San Lorenzo a Roma, presso il dipartimento di Pediatria e Neuropsichiatria infantile del policlinico Umberto I, dove lavora dal 1976.

Questa è un po’ la mia presentazione, la mia storia: mi chiamo Graziella Bastelli, lavoro al policlinico, ho iniziato come infermiera generica e poi professionale, e adesso sono coordinatrice, quindi sono responsabile di tutta la Neuropsichiatria infantile del policlinico, dove lavoro dal 1976. Nel 1970 ho cominciato a studiare medicina ma non mi sono laureata. Però lì ho cominciato, prima come studentessa e poi come lavoratrice, a fare politica nel Collettivo lavoratori-studenti del policlinico Umberto I che era lo “storico” collettivo – ora siamo Cobas Sanità, università e ricerca – che ha cominciato le famose lotte degli anni settanta all’interno del policlinico per la regionalizzazione, gli ambulatori gratuiti, l’asilo nido, eccetera. Tutto questo ovviamente prima della riforma sanitaria del 1978 e prima dell’approvazione di tutte quelle leggi come la 194 e la 180 [Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori, ndc] che hanno portato a dei grossi cambiamenti oggi purtroppo tutti rimangiati, distrutti e annientati con l’involuzione dei diritti e del welfare.

Alla neuropsichiatria infantile mi ci hanno mandato subito, non appena mi hanno assunta: essendo fuori dal policlinico – stiamo a via dei Sabelli, a San Lorenzo – mi ci mandarono perché già mi conoscevano per le lotte che avevamo fatto negli anni precedenti, fin dal ‘74. Quindi io nel 1976 sono stata assunta e dopo nemmeno tre giorni sono stata mandata qua… quasi per dispetto, per allontanarmi dal policlinico. Invece è stata una situazione stupenda, sia perché è un reparto e un dipartimento affascinante poiché si rivolge all’età evolutiva, e sia perché allora con Giovanni Bollea e Marco Lombardo Radice – che era uno specializzando quando so’ entrata io – abbiamo cominciato a dare vita a un reparto per gli esordi psicotici in adolescenza, attivando una sperimentazione che altrove in Italia era ed è inesistente: la nostra è una delle poche esperienze che vede gli episodi psicotici in adolescenza differenziati da quella che è l’assistenza complessiva prevista dalla neuropsichiatria infantile, che va dai zero ai diciotto anni e che si occupa di problematiche neurologiche, neuroevolutive e psichiatriche.

Quindi nella 180 non c’è una parte dedicata ai minori?

No, non c’era assolutamente niente che riguardasse nello specifico i minori e ancora ci troviamo in questa situazione: vengono di fatto attuati i Tso [Trattamenti sanitari obbligatori, ndc] per i minori, quando ci sono stati di auto/etero aggressività, tentativi di suicidio, stati confusionali… ma senza regole, garanzie, linee guida. Il pericolo di diventare come un servizio psichiatrico di diagnosi e cura degli adulti non lo possiamo né lo vogliamo correre, per questo noi lavoriamo in modo differente con un approccio psicodinamico che comprende psicoterapie, terapie familiari, farmacologia ed anche riabilitazione: quindi fantasia e creatività usate come strumenti di cura.

Rispetto all’educazione e alla scuola come vi ponete?

Quello che è previsto e coordinato sono le lezioni durante il turno antimeridiano, mentre invece i laboratori creativi e riabilitativi li facciamo nel pomeriggio anche fuori dalla struttura ospedaliera: ad esempio andiamo all’associazione di volontariato Il grande cocomero che sta qua a San Lorenzo.

Quando è nata l’associazione Il grande cocomero?

Il grande cocomero è nato dopo una serie di iniziative culturali e musicali successivamente al film Il grande cocomero dell’Archibugi, ispirato alla nostra esperienza e a quello che abbiamo raccontato all’Archibugi. Dopodiché diventiamo l’associazione “Il grande cocomero”, più di vent’anni fa, e ci prendiamo alcuni spazi dove hanno girato il film e che poi ci vengono assegnati dal comune. La scelta di questo nome è anche in relazione a Linus: ci piaceva il discorso del grande cocomero, quello che ha significato per Linus con la famosa notte in attesa di questa figura che, come noi, è caratterizzata da un maschile e femminile non in contraddizione ma in costante osmosi… che è la bizzarria classica e la ricchezza che caratterizza le persone come noi, altrimenti non potremmo lavorare e fare il lavoro che facciamo da quarant’anni!

Quindi tutto continua per fortuna, a mozzichi e bocconi e a grandi schiaffoni! Perché le difficoltà ci stanno e i soldi non si vedono: non ti danno una lira e vai avanti solo con le iniziative più fantasiose. Ma andiamo avanti ugualmente: facciamo rappresentazioni teatrali, pubblichiamo i libretti di poesie scritte dai ragazzi, abbiamo pubblicato cinque numeri di un giornale, «Punto di svista»… lo scopo è dare ai nostri laboratori un senso di grossa professionalità per permettere ai ragazzi di credere che “sono capaci di”. Per noi, infatti, tutta la riabilitazione sta nella ristrutturazione del sé, nel rafforzamento dell’autostima e nella possibilità di riattivare alcuni aspetti distrutti, annientati, dimenticati per la sofferenza psichica. Insomma, vabbè… siamo finiti a parlare della neuroinfantile perché come al solito mi faccio prendere dalle passioni e poi… non potevamo non parlarne visto che siete venute proprio qui ad intervistarmi!

Quindi fin da subito sei stata trasferita alla neuropsichiatria infantile?

Sì, dal 1976. Quello che è stato un dispetto è stata invece una grande e affascinante conquista. Ho continuato a portare avanti le lotte di tutto il policlinico e la neuroinfantile ha cominciato a diventare parte presente e attiva di quelle che erano le richieste e le mobilitazioni per il diritto alla salute e, qui nello specifico, anche per il diritto a crescere.

Complessivamente c’era il discorso della salvaguardia dei diritti previsti dalla legge, ma prima di tutto c’era il bisogno di affermare un ascolto empatico e una capacità di rispondere in modo differente, umano/umanizzato oltre che professionale, e quindi di qualità. Perché ormai la parola qualità è sparita completamente da tutti i fronti, non soltanto da quello sanitario… ma questa assenza sul piano sanitario è proprio uno schiaffone. Senza la qualità il nostro lavoro diventa perdente, passivo, non crea coscienza, conoscenza, fiducia, capacità di autogestione e di autodeterminazione. E con questo ci ricolleghiamo in pieno, con l’autodeterminazione, al tema delle donne e quindi a quella che poi è stata l’esperienza del repartino.
Io lavoravo qui, però considerate che quando abbiamo fatto l’occupazione era uscita la legge 194 da pochi giorni e con l’aiuto di un medico, Enzo Maiorana, siamo riusciti a fare l’accettazione di alcune donne che dovevano abortire. Poi dall’accettazione della clinica di ostetrica e ginecologia, avendo individuato al secondo piano un reparto chiuso e non utilizzato da nessuno, con tanto di camera operatoria, l’abbiamo occupato, prendendo e utilizzando – tra virgolette, che può sembra’ brutta la parola! – queste donne che dovevano abortire e che automaticamente avevano bisogno di un ricovero e di assistenza. Così è partita l’occupazione!

Quindi abbiamo attivato un servizio e abbiamo applicato la legge 194… che era molto discussa da noi donne perché non era quella che avremmo voluto, anche perché permetteva e prevedeva che ci fossero medici obiettori. Più che altro già allora noi sottolineavamo quelli che erano i pericoli e gli errori della legge e, negli anni, la situazione è diventata insostenibile. Aver permesso l’obiezione di coscienza ha portato alla situazione attuale, per cui in tutta Italia – in alcune regioni stiamo peggio di altre, come nel Lazio dove abbiamo quasi un 90% di obiettori di coscienza – ci sono medici obiettori che poi nelle cliniche private o in altre situazioni hanno sempre continuato a fare quello che gli è parso e piaciuto. E gli aborti clandestini come si facevano prima si continuano a fare adesso, certo con numeri molto ridotti… Ma a quasi quaranta anni dalla legge, visto che le strutture pubbliche non rispondono alla domanda attuale, per quanto sicuramente è molto più bassa rispetto agli anni precedenti e subito successivi alla legge, abbiamo donne che “conquistano” un ricovero in un repartino Ivg a due giorni dalla fine del terzo mese, che devono percorrere un calvario per un aborto terapeutico, che non riescono ad avere la pillola RU 486.

Ecco, noi siamo molto arrabbiate e appesantite, perché tutto quello che è stato ottenuto, come grazie all’esperienza del repartino per l’interruzione di gravidanza, è stato messo in discussione e distrutto anche oggi nello stesso policlinico. A novembre 2014 ci siamo ritrovate che l’unico medico che lavorava al nostro servizio andava in pensione, si rischiava la chiusura! Per questo noi del Cobas e le donne delle rete “Io decido” abbiamo organizzato mobilitazioni, un corteo interno, un incontro con il direttore generale ottenendo, pensa la contraddizione, due contratti cococo per l’Ivg, di cui per ora ne è stato fatto uno soltanto e per appena 20 ore settimanali!

Soltanto uno e per quanti mesi?

Per un anno, rinnovabile anche per un altro, ma per lo meno vincolato a quel reparto.

C’è bisogno del vincolo perché altrimenti si possono spostare?

Se tu non lo chiarisci corri il rischio che i medici si dichiarino obiettori, dopo l’assunzione o la strutturazione. Renditi conto di che contraddizione sia quella di dover chiedere dei contratti a tempo determinato, precari, cococo… per poter garantire un servizio come l’Ivg, che ha tutta la sua storia, la sua dignità e che, più di altri, deve saper offrire – come dicevamo prima – un livello di qualità: l’umanizzazione nel venire a contatto con donne che spesso sono anche straniere e minori, visto che attualmente sono le più numerose a richiederlo. Quindi un servizio sanitario che va ben oltre all’intervento: non a caso noi occupammo il repartino dicendo: «Per non abortire più!». Noi volevamo questo reparto proprio per riuscire a dare alle donne tutte le garanzie per attuare una scelta, per conquistare autodeterminazione. Perché la gravidanza se non viene scelta comporta poi tutti i problemi che io mi ritrovo alla neuroinfantile, con figli non visti, non desiderati, non capiti, non amati… oppure amati troppo, annientati da rapporti simbiotici. Per noi il principio dell’autodeterminazione era ed è l’unica garanzia per una maternità voluta, scelta e decisa. E quindi un repartino di interruzione gravidanza per permettere alle donne di prendere coscienza del proprio corpo e delle proprie emozioni e bisogni…

In cui si sensibilizzasse anche sulla contraccezione…

Certo, anche tutto il discorso sulla contraccezione era fondamentale, facevamo riunioni e assemblee prima e dopo gli interventi. Interventi che si facevano con il “Karman”: durante l’occupazione siamo state la prima struttura a garantire in Italia l’Ivg col Karman grazie alle compagne che erano state a Parigi e quindi che ne avevano imparato la pratica, che hanno praticato loro pe rprime e poi insegnato ai medici della clinica…

Medici che hanno dovuto accettare di imparare da loro!

Sì, i medici impararono il Karman e vennero, forse, anche per interesse perché non lo sapevano fare. E hanno accettato anche perché è sempre stato dichiarato che è molto più traumatico il raschiamento rispetto al metodo dell’aspirazione, sia per un discorso sui tempi – rispetto a quando lo puoi fare –, e sia perché è un metodo molto più indolore perché utilizzi la dilatazione dell’utero, fino all’aspirazione con cannule dalla più grande alle più piccole…

Tu però non eri anche nei collettivi femministi, vero?

Da parte nostra, delle donne del Collettivo lavoratori-studenti del policlinico, c’è stata la scelta di non diventare un collettivo femminista: la scelta di restare dentro il nostro collettivo, fare casino come donne, riuscire a conquistarsi lo spazio per non essere “gli angeli che dal focolare passano al ciclostile”. Io sono stata fra quelle compagne che hanno portato avanti questa esperienza in un collettivo “misto”, pur vivendo in prima persona i rapporti con le realtà femministe e la partecipazione a tutte le manifestazioni e ai momenti fantastici e di stravolgimento che abbiamo determinato come donne in quegli anni. Con Simonetta Tosi e il consultorio autogestito di San Lorenzo abbiamo fatto riunioni, ma come le abbiamo fatte con tantissime altre, con altri consultori e con le realtà femministe di via del Governo vecchio nella sua complessità. Però, ecco, la politica abbiamo continuato a farla nelle nostre battaglie, all’interno del collettivo, e le cose sono andate anche molto bene perché tutte le lotte sono state condivise, sia che fossero nello specifico lotte di donne, o lotte per il diritto alla salute. Poi è chiaro che il repartino parte con una maggioranza di donne poiché in molte lavoravamo al policlinico e andavamo lì finito il nostro turno di lavoro. Noi stavamo tutto il giorno là, insieme alle donne che erano direttamente chiamate ai livelli assistenziali nella sala operatoria, nell’accettazione, nei momenti di controinformazione sulla contraccezione… tutto è stato gestito collettivamente. Anche perché l’occupazione è stata la prima messa in pratica della legge 194. Ed era anche una scommessa: In che modo poi si sarebbe applicata?

E ti dirò che già durante i tre mesi di gravidanza… di occupazione – scusa, ma è stata quasi una gravidanza effettivamente! – e ancora di più successivamente, le contraddizioni si sono rese sempre più evidenti. È chiaro che durante l’occupazione il potere era nostro e quindi qualsiasi medico si presentasse, anche mandato dalla direzione sanitaria, si doveva confrontare con le donne che occupavano. Ed è chiaro che non ci siamo fermate al repartino di interruzione di gravidanza: siamo andati anche a controllare le sale parto, abbiamo avuto rapporti con le donne ricoverate in tutti i reparti e servizi di ostetricia-ginecologia…

Le nostre battaglie vanno ben oltre alcune cose specifiche: almeno per quello che prevede la mia esperienza politica, vanno verso la capacità di creare coscienza, voglia di trasformazione dal basso e controllo diretto. Se stai nei quartieri, se stai in una scuola, se stai in ospedale… ovunque tu esisti devi riuscire a creare dei rapporti di forza, che sono l’unica cosa che poi la controparte sente ed è costretta ad accettare. Quindi una pratica quotidiana che diventa coscienza per il lavoratore, perché la qualità dell’assistenza diventa un nostro obiettivo, perché tu sei responsabile: non stai a lavora’ coi bulloni in una fabbrica, lavori con i soggetti umani che hanno esigenze, bisogni, individualismi sani, coscienziosi e ovvi che vanno informati. Bisogna considerare l’individuo, la famiglia, il contesto sociale; devi accogliere un po’ tutto per quanto riguarda la cura ma anche l’elaborazione dei traumi se ci sono interventi chirurgici che ti distruggono – penso alle donne, in ginecologia, se c’è un intervento chirurgico come un’isterectomia o una mastectomia, un tumore… – la gente deve essere preparata a elaborare questo lutto. Perché è un lutto, è un abbandono di qualcosa, è una trasformazione del tuo corpo.

Quindi il corpo, lavorando in psichiatria, ha la sua dinamica e la sua importanza, cosa che rientra poi nel discorso della qualità: nel senso che il corpo va letto nella sua complessità di corpo e mente, come prodotto complessivo che viene determinato dalla cura. E questo discorso vale ancora di più se noi non arriviamo a curare, ma piuttosto a prevenire: un sogno che era previsto nella riforma sanitaria, con tutti i suoi limiti, così come nella 194: ma quando fanno la legge poi fanno l’inganno… ed oggi sono arrivati totalmente ad annullarla.

Ma quindi questa esperienza del repartino rispetto al discorso del monopolio della conoscenza medica, della sovversione dei rapporti gerarchici dentro l’ospedale…

Ti stavo raccontando… è chiaro che l’esperienza dell’occupazione, finché è durata, è stata diversa dalle altre realtà di un servizio sanitario. E quando, dopo due sgomberi con tanto di polizia, blindati, fermi, noi compagne rioccupavamo e le donne che avevano fatto l’Ivg ritornavano come volontarie a fare attività come le compagne, beh, questi, ti dicevo, non erano felici con noi che stavamo in sala parto, che avevamo concentrato in alcuni reparti le puerpere per non avere reparti con pazienti mischiati dove una che deve fare un aborto terapeutico si può trovare in stanza con un neonato, oppure un’altra che ha subito un intervento di isterectomia si ritrova con un ragazzino appena nato che ti sveglia ogni due secondi…

Questo eravamo riuscite a concretizzare: un controllo su tutto. Considera che poi, dopo l’ultimo sgombero, la polizia dentro il repartino c’è stata un altro anno per non farci più ritornare. Per un anno hanno presidiato le porte, perché loro sapevano che nel momento in cui mollavano noi rioccupavamo, con le compagne e con le donne più che altro: anche perché ormai era diventata un’esperienza unica che rivendicavano tutte le donne, tutti i collettivi e tutte le realtà. Poi per un periodo sono rimasti lì i nostri infermieri, i compagni e il contatto è rimasto, ma come c’è adesso: chi lavora all’interno dell’Ivg ti avvisa quando ci sono problemi da affrontare e risolvere… ma insomma, è diventata una situazione totalmente differente da quella che era una forma di lotta attraverso un’occupazione.

E’ stato un momento veramente vivace ed attivo, ma non soltanto perché stavi applicando la 194… è chiaro che l’applicazione della legge è quello che oggi richiedi e pretendi, ma l’occupazione è stato anche un modo diverso di dire come effettivamente, in quanto donne, possiamo concretizzare questo parolone che è autodeterminazione… ti riempie tutta la bocca!

Nella sostanza era anche un modo concreto per capire cosa significasse una gravidanza. Perché era fondamentale per una donna poter decidere quando fare un figlio. E come lo era allora, lo è adesso; perché veramente una donna alla gravidanza dovrebbe arrivarci con una sicurezza non tanto economica… ma emozionale, che ti possa garantire questo tipo di apertura, che ti permetta di dedicarti, almeno per i primi tre anni della vita del bambino, completamente a lui, e che favorisca il tuo ascolto empatico. Riuscire a mettere insieme, a far convivere, l’aspetto razionale ed emotivo, è quello che noi donne abbiamo conquistato col femminismo, battagliando per rivendicarcelo. Quindi non brutte copie degli uomini o quote rosa, ma noi donne, con tutte le nostre ricchezze, limiti, contraddizioni, differenze, per essere parte attiva dei nostri cambiamenti e loro dei loro! Questo è lo scambio di ruoli, indispensabile specialmente nella scelta di avere un figlio. Poi se non si fa o non si fa in coppia… l’importante è fare i conti sempre con figli che devono avere dei punti di riferimento che li sappiano accogliere, vedere e quindi rispecchiare… Altrimenti le fragilità ce le troviamo tutte in adolescenza quando c’è un passaggio rivoluzionario per staccarsi dalle figure genitoriali. E tutti questi aspetti li abbiamo discussi nelle assemblee che facevamo coi lavoratori, in quelle con le donne… insomma, questa è stata la ricchezza: poter trattare e diffondere argomenti che prima erano inesistenti nei momenti di lotta, nelle battaglie sindacali e in situazioni dove il maschile, per paura, imponeva solo razionalità…

Rispetto invece all’ospedale stesso: fino a un certo punto può essere che vi abbia considerato utili, nel senso che svolgevate un compito che loro non si volevano assumere o non erano in grado, e invece a un certo punto si è deciso che stavate andando oltre?

Occupando gli abbiamo imposto determinate cose e abbiamo garantito un servizio… e sicuramente non come volevano loro: non era facile accettare che ci fossero donne che giravano per tutta la clinica ostetrica, che si gestivano un reparto, che imponevano ai medici le cose da fare – come di usare solo il metodo Karman –, quindi anche tutti aspetti che, secondo me, gli pesavano come montagne e quando ci hanno buttato fuori sono stati tutti molto felici. Questo sì, sicuramente. Ma è anche chiaro che per loro era necessario avere un lungo tempo per programmare il tutto, per trova’ medici non obiettori, infermieri, spazi… vedi cosa è successo in tutta Italia dopo l’approvazione della 194!

I nostri due compagni lavoratori del collettivo per un po’ hanno continuato a lavorare al repartino, ma stare con la polizia alle porte era diventato veramente insopportabile…e poi la gestione era completamente stravolta, non c’erano più le assemblee con le donne, non si condividevano le esperienze… insomma alcune cose le avevamo pretese e quindi conquistate… ma sono andate perse. Per questo non chiediamo solo l’interruzione di gravidanza, ma diciamo, nella sua complessità, che il servizio Ivg è uno dei tanti strumenti indispensabili per la scelta di una maternità voluta e decisa, quindi la nostra battaglia è concretizzare sale parto umanizzate, un reparto per sole puerpere, consultori, eccetera. Di richieste ce ne stanno una quantità abissale perché sono state ottenute per un po’, ma rimangiate dopo… Capito? Questo è il flusso, purtroppo, tutto in negativo. E così per tutto il diritto alla salute. A noi ci dicevano che eravamo un po’ corvi, ma ‘ste cose le volevamo prevenire. Già da tempo (dopo le leggi Bindi sull’aziendalizzazione) dicevamo: «Parliamone, organizziamoci! Perché se questo è l’andazzo ci troveremo senza alcun servizio sanitario pubblico… Perché dobbiamo aspettare di stare proprio in fondo al pozzo? Muoviamoci prima di farci rubare quello che abbiamo conquistato!». Però sulla salute si attivano ricatti e paure, se la gente non tocca in prima persona, non si muove. Perché pensa: «Se io mi muovo e denuncio… quello poi non mi cura». Questa è la cosa tragica: che nel campo della salute e della sanità abbiamo una marea di ricatti anche emozionali. E torniamo a bomba, ovvero all’equilibrio corpo/mente… se, da elementi passivi, vogliamo diventare soggetti che conquistano reali cambiamenti, capito?

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