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Cosa c’è stato in mezzo?

Vedendo e sentendo come i media, i giornalisti e i commenti sui social dipingono la morte di Ashley Olsen viene quasi da pensare “cosa c’è stato in mezzo?”. Prima il codice penale si chiamava Codice Rocco, e diceva che violentare una donna era un reato contro la moralità pubblica. Ora la legge è cambiata, si parla di persone e non di buon costume. Ma non è stato un passaggio sufficiente. Di fronte a una donna ammazzata ci deve essere un motivo che l’ha portata a cacciarsi in quella situazione. È morta ma non basta. Allora giù a guardare le foto di Facebook, a immaginare e giudicare la sua vita privata. «Se questa ragazza si fosse stata a casa (sic)» uno dei luoghi comuni ben documentati dall’articolo uscito su Zapruder che vi riproponiamo sotto (ndr) – «se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente». E se il presunto assassino non è italiano ancora meglio. Lei è una puttana, ma le puttane sono nostre. La misoginia con cui l’omicidio di Ashley viene raccontato ci porta alla mente quando donne coraggiose hanno deciso di smascherare le narrazioni dei media sulle donne che subivano violenza. Ci porta alla mente quanto ancora linguaggi e pensieri sessisti e razzisti siano ancora duri a esser distrutti. Cosa c’è stato in mezzo? Moltissimi femminicidi, moltissimi stupri e le seguenti speculazioni sulle sofferenze delle donne a fini intimidatori, securitari e razzisti. Ma ci sono state anche tante donne che hanno detto no. Hanno cambiato la legge, hanno urlato la propria rabbia per le donne ammazzate e stigmatizzate, hanno fatto i centri antiviolenza, hanno denunciato un uomo violento. Di queste i giornalisti parlano poco. (Deborah Sannia)

«Puttana, bugiarda, mitomane». I processi per stupro in tv

di Michela Cerocchi

Fino al 1996, il Codice penale Rocco, risalente al fascismo, classificava il crimine di violenza sessuale tra i reati contro la moralità pubblica e il buon costume, non tra quelli contro la persona. Se una donna veniva aggredita e stuprata, la vittima non era lei ma la morale.

Nel lungo e travagliato percorso che ha portato a considerare lo stupro un delitto contro la persona, gli anni sessanta segnarono un punto di svolta, soprattutto per il ruolo assunto nel dibattito dal movimento femminista. Nei primi collettivi la sessualità e il corpo furono temi centrali. Con la nascita dei gruppi di self-help e dei centri per la salute della donna il corpo si trasformò da luogo segreto a spazio pubblico: il fine era quello di sottrarre il corpo femminile al monopolio maschile e di scardinare quei meccanismi di sopraffazione, violenza e rigido controllo che ancora contraddistinguevano i rapporti tra i sessi1.

Nel 1975, quello che sulla stampa fu definito «il massacro del Circeo» portò all’attenzione della società italiana la questione della violenza sessuale, fino al quel momento discussa solo all’interno dei gruppi femministi: il 30 settembre a Roma, nel baule di una Fiat 127, vennero ritrovati i corpi di Rosaria Lopez, ormai priva di vita, e Donatella Colasanti, ancora viva2. Le due donne erano state aggredite e stuprate da alcuni ragazzi conosciuti pochi giorni prima. La crudeltà del fatto, la sua gratuità e l’ideologia fascista che legava gli stupratori trovarono grande eco nella stampa nazionale3. L’appartenenza dei colpevoli a gruppi di estrema destra indusse molti giornalisti a parlare di “violenza fascista”, dimenticando che si trattava essenzialmente di un atto di aggressione di un gruppo di uomini contro due giovani donne. Sulle pagine dell’«Unità» gli aggressori furono così descritti: «colpevoli: missini e fascisti, cresciuti in un ambiente violento»4. Negli articoli apparsi sul «Corriere della Sera» la motivazione dell’aggressione fu individuata nel «disprezzo per le donne, specialmente per quelle più povere, viste come esseri senza volontà né sentimenti propri, come oggetti di divertimento»5.

Per «Lotta continua» gli stupratori erano «un gruppo di rampolli borghesi allevati nell’ozio», mentre le vittime «due ragazze giovanissime, già costrette a misurare la loro esistenza sul lavoro e sulle privazioni»6.

L’opinione pubblica fu colpita dall’apparente normalità dei tre colpevoli. Quei ragazzi non corrispondevano allo stereotipo del maniaco, la loro appartenenza sociale sembrava inconciliabile con il reato che avevano commesso. Il criminale era, per pregiudizio diffuso, un uomo povero, con problemi mentali, emarginato dalla società. Il delitto del Circeo mostrò che la realtà dei fatti era ben diversa e che, come affermavano le femministe, la violenza era da sempre un mezzo di controllo, un’espressione di disprezzo, una forma di comunicazione. Dalle pagine di «Effe» si sottolineava che «lo stupratore non è un mostro, il mostro è un alibi, in realtà la violenza è una componente del sistema»7, mentre su «Noi donne» si accusava quel tipo di società e di mentalità che discriminava, mortificava e colpiva la donne: «colpire oltre le singole persone, questa mentalità aggressiva e boriosa, questa realtà ingiusta che crea nella vita di tutti, e in quella di tutti i giorni, la divisione degli individui in due grandi categorie aventi ruoli e diritti diversi»8.
Sempre dalle pagine di «Effe» si criticavano alcune testate, accusate di mostrare non la realtà ma lo stereotipo, di presentare lo stupro come un fatto eccezionale, «compiuto da uomini malati su donne che “se lo cercano”»9. La cronaca di episodi di stupro rispecchiava la prospettiva maschile: si insinuava che fosse stata la donna a provocare, si dava risalto al nome della vittima e non a quello del colpevole10.

Il processo contro i tre stupratori ebbe inizio a Latina il 30 giugno 1976. Oltre a Donatella Colasanti, protagonista nell’aula di tribunale fu l’avvocatessa Tina Lagostena Bassi che con passione e impegno in quegli anni si dedicava a difendere i diritti delle donne11. Per il movimento femminista il processo fu un importante momento di denuncia dei gravi comportamenti maschilisti che si manifestavano anche nel corso dell’iter giudiziario. Oltre all’aggressione fisica la vittima doveva affrontare la visita medica, gli interrogatori dei poliziotti e dei giudici, le insinuazioni e le domande sul suo comportamento e sulla sua vita sessuale. Denunciare significava esporsi ad altre violenze: «rischiare di sentirsi chiamare “puttana, bugiarda, mitomane”; di sentirsi dire “ti sta bene, l’hai voluto”; di sentirsi pregiudicata tutta la sua vita privata»12.

Donatella Colasanti affrontò con grande dignità il processo e alla fine diede un semplice ma significativo giudizio: «È fredda la giustizia. E poi quale giustizia? Sembra quasi che mi facciano un piacere»13. Il processo si concluse il 29 luglio 1976: i tre imputati vennero dichiarati colpevoli e condannati all’ergastolo. Il coraggio di Donatella, la tenacia di Tina Lagostena Bassi e l’impegno delle tante femministe vinsero.

Da quel momento l’impegno del movimento femminista fu sia politico che pratico: oltre a denunciare pubblicamente l’esistenza della violenza, i gruppi si fecero carico del problema anche concretamente, offrendo aiuto alle vittime e creando sportelli di assistenza legale, case delle donne e centri antiviolenza. Alla fine del 1976 il Movimento di liberazione della donna (Mld) aprì il primo centro antiviolenza a Roma, dentro la Casa delle donne di via del Governo Vecchio, appena occupata.

Oltre al tribunale le femministe scelsero altri luoghi in cui lottare come le strade e le piazze: per riconquistare gli spazi e i tempi della notte le femministe romane organizzarono il 27 novembre 1976 una grande manifestazione notturna, Riprendiamoci la notte, che portò in piazza diecimila donne.

Altro luogo in cui venne portato il dibattito sulla violenza sessuale fu il teatro, grazie a Franca Rame che il 9 marzo 1973 era stata rapita e stuprata da cinque neofascisti. L’aggressione subìta fu così umiliante e degradante che Franca Rame non denunciò l’accaduto e per molto tempo non riuscì a parlarne nemmeno con il marito Dario Fo. Solo due anni dopo scrisse il monologo Lo stupro, resoconto dettagliato e toccante di un’aggressione sessuale e dal 1978 lo portò in giro per i teatri di tutta Italia, tacendo però di aver vissuto in prima persona quel tragico fatto.

Ma fu il documentario Riprendiamoci la vita – Processo per stupro diretto della regista Loredana Dordi, trasmesso da Rai 2 il 26 aprile 1979, a portare la parola stupro nei salotti di ogni famiglia italiana. Un gruppo di donne, composto da Maria Grazia Belmonti, Anna Carini, Rony Daopoulo, Paola De Martinis, Annabella Miscuglio e Loredana Rotondo, aveva infatti deciso di filmare integralmente un processo per violenza carnale. L’idea era nata all’interno del Convegno internazionale sulla violenza contro le donne, tenutosi a Roma, alla Casa delle donne, nel marzo 1978. La cinepresa venne portata all’interno del tribunale di Latina durante il processo per lo stupro, avvenuto nell’ottobre 1977, di una ragazza ventenne, Fiorella. Attirata con il pretesto di una proposta di lavoro in una villa di Nettuno, la ragazza era stata stuprata per un giorno intero da quattro uomini sotto minaccia di morte. Al rientro a casa, alla madre che le chiedeva cosa le avessero fatto, Fiorella rispose: «tutto mamma»14.

Per gli spettatori questo documentario fu una novità, sia per il diverso modo di fare cronaca, sia per il tema trattato. Le immagini e le parole riportavano la cruda realtà di un dibattimento processuale costruito contro la donna. Le argomentazioni usate dagli avvocati difensori avevano come obiettivo quello di dimostrare l’immoralità della vittima «Questa ragazza, che non versa in floride condizioni economiche, ha degli amici-amanti. […] C’è consuetudine al piacere, c’è amicizia dei sensi, c’è condiscendenza del sentimento» e ancora «se questa ragazza si fosse stata a casa [sic], l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente»15. Miravano a dimostrare l’immoralità della vittima, trasformando lo stupro in rapporto sessuale consensuale poiché «è impossibile inguainare la spada in un fodero palpitante»16. Per le femministe i processi erano ancora una volta un’espressione della società patriarcale che «una volta indossata la toga, interviene in difesa di se stessa»17.

Il filmato costituì quindi un ulteriore passo in avanti sulla strada intrapresa dai gruppi femministi. La messa in onda del documentario ebbe infatti l’effetto di colpire, scioccare e smuovere le coscienze e le convinzioni di molte donne e uomini. La stampa sottolineò quanto avesse colpito gran parte dei telespettatori «ascoltare dalla viva voce degli avvocati della difesa le aberranti argomentazioni secondo le quali una ragazza violentata non può che essere responsabile delle “voglie” dei violentatori»18. Nessuno si sarebbe mai immaginato che un processo per violenza carnale celasse invece «un penoso gioco al massacro che riconsegna all’opinione pubblica l’immagine schizofrenica della donna santa o puttana»19. Il video portò il tema della violenza sessuale alla ribalta dimostrando l’importanza di cambiare una mentalità e una giustizia ancora maschilista. Il coraggio di Fiorella, la tenacia di Tina Lagostena Bassi e la solidarietà delle femministe agirono come stimolo e incentivo per le tante donne che avevano paura di denunciare.

Il terreno era pronto per un’altra battaglia: cambiare quella legge che considerava ancora la donna un oggetto e lo stupro un’offesa alla moralità pubblica e all’onore. Ci vollero più di quindici anni per cambiare quella norma, per affermare che la vittima di stupro è una persona.

Da: «Zapruder», n. 37, mag-ago 2015.

La foto in copertina è ripresa dal blog Abbatto i muri.

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