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“Qui siamo, qui restiamo”

Il 30 novembre/1 dicembre saremo nel rione Cirenaica di Bologna per la nostra assemblea annuale, ospitati da Vag61, da poco scampato alla “minaccia” di un bando del Comune. Proprio mentre quel pezzo di città riceve le lusinghe dei cantori del turismo (il «Guardian» indica la Cirenaica come nuova frontiera del passeggio), abbiamo parlato con alcuni/e militanti di quello spazio, da sempre molto attento al rapporto fra storia, memoria e attività politica nel presente. In questa intervista proviamo a “fare il punto” sulla città di Bologna, sulle sue trasformazioni recenti e sulle nuove disuguaglianze che si stanno producendo nel tessuto urbano.

Intervista a Vag61 – Spazio libero autogestito nel rione Cirenaica di Bologna

di Alfredo Mignini

Sempre più, negli ultimi anni, diverse attività proposte da Vag61 si rivolgono al territorio e alla riflessione critica sulla storia del rione Cirenaica e della città: è una mia impressione o al nodo storia-memoria-presente state dedicando una riflessione nuova?

Non ci sentiamo di definirla “nuova”. La presenza del Centro di documentazione “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani” a Vag61 è sicuramente un elemento che ha caratterizzato lo spazio e l’interesse verso quello che è la memoria e la storia. Parole che non sono neutrali, che non possono essere condivise. Consideriamo la memoria come elemento dinamico per la lettura del presente; tutta l’attività del CentroDoc è proprio questa. Prendere spunto dalla memoria non in maniera celebrativa o meramente rituale, ma come elemento attivo e vivo per la costruzione del presente. Questo lavoro viene portato avanti da quando esiste il CentroDoc, praticamente in contemporanea con lo spazio fisico di Vag61. Non si è mai considerato un archivio di mera conservazione della memoria, ma un elemento di ricerca e critica del presente attraverso l’elemento dinamico della memoria.

È giusto, sono elementi iscritti nel progetto di Vag. Benché implicitamente, stavo attribuendo molta importanza alla dichiarazione di «interesse storico particolarmente importante» del Soprintendente archivistico dell’Emilia Romagna nel 2015 o all’acquisizione del fondo di riviste di Roberto Roversi (1923-2012) del 2016. E forse non è un caso che a Vag61 abbia messo radici un collettivo di collettivi come Resistenze in Cirenaica (Ric).

Ribelli senza tempo

Esatto, oltre al CentroDoc e all’attività di documentazione, all’interno (e non solo) di Vag61 è nata un’esperienza come Resistenze in Cirenaica. Questa realtà si è sempre posta come obiettivo e pratica quella di analizzare e trattare il passato in connessione con elementi del presente. Le resistenze partigiana e anticoloniale insieme a quelle dell’oggi. Un lavoro sul territorio del quartiere Cirenaica fatto di iniziative, incursioni e performance per costruire e diffondere narrazioni e storie. In un quartiere pieno di vie dedicate a partigiani1, rendere la memoria dinamica attraverso trekking urbani, reading, guerriglia odonomastica e informazione.  In questo l’approccio che unisce la ricerca storica con la pratica diretta; la resistenza anticoloniale con il neocolonialismo.
Non possiamo poi non citare quello che Zic.it (Zero in condotta – portale autogestito di notizie quotidiane, ndr) porta avanti quotidianamente, non solo con l’informazione di attualità, ma anche attraverso speciali e inchieste che aiutano a comprendere il presente partendo da vicende del passato. Uno strumento fondamentale per comunicare, diffondere e portare fuori il prezioso lavoro che le realtà e i progetti di Vag61, e di tutta la città, costruiscono tutti i giorni. Un approccio alla memoria che nella società odierna possa incidere e innescare processi critici, partecipativi e conflittuali.

La prima collocazione della vostra esperienza si radica in un contesto diverso dalla Cirenaica, quel quadrante ovest che, dai primi anni Duemila a oggi, ha cambiato completamente volto: mi riferisco sia alla Manifattura delle Arti, sia alla progressiva cementificazione degli spazi verdi, come sta accadendo per i Prati di Caprara.

Ripensare alla storia della prima “casa” di Vag61, in via Azzo Gardino 61, ci fornisce un ottimo esempio per cercare di approfondire le questioni che hai toccato: un mix perfetto di ottusità amministrativa, burocrazia e gestione scellerata del patrimonio pubblico. Parliamo dell’ex dopolavoro dei Monopoli di Stato, un edificio bellissimo e inutilizzato che fu occupato nel 2003 facendo nascere l’esperienza di Vag61. Lo sgombero arrivò poche settimane dopo. Si tratta di una villa storica con giardino, in una posizione molto centrale e vicinissima ad importanti punti di interesse culturale, eppure la proprietà per giustificare lo sgombero dichiarava di dover assolutamente rientrare in possesso dell’immobile perché era necessario destinarlo principalmente a deposito per schedine del totocalcio e macchinette del videopoker. È già assurdo così, ma lo è ancora di più constatare che, in realtà, da allora sono passati altri 16 anni di inutilizzo e l’edificio ha solo continuato a degradarsi. E ora? La più banale delle novità: proprio poco tempo fa il Demanio ha annunciato di aver messo in vendita l’ex dopolavoro. In altre parole, nel cuore della Manifattura delle Arti il pubblico ha a disposizione un gioiello, ma non trova di meglio da farci che sperare nella speculazione di qualche privato. Un caso emblematico, ma non certo isolato.

10 anni di Vag

Certo, la speculazione a danno del verde e degli spazi pubblici è un problema emerso con forza anche altrove in città. Lo testimonia l’esplosione recente di nuovi supermercati, come messo bene in evidenza dal comitato B.E.C.C.O. (Bologna est contro il cemento e per l’ossigeno), altra esperienza che ha trovato una casa da voi. Insomma, mi sembra che gli spazi sociali e le occupazioni bolognesi possano ancora dirci qualcosa a riguardo: quale storia recente ci possono raccontare?

Negli anni scorsi il quotidiano autogestito Zic.it, uno dei progetti che Vag61 sostiene fin dalla nascita, ha realizzato un’inchiesta intitolata Chiedi alla polvere, che documenta decine e decine di situazioni simili a quelle che citavamo sopra: spazi condannati all’oblio e poi fatti rivivere grazie alle occupazioni, ma in seguito sgomberati e quindi di nuovo tornati all’abbandono. Guarda caso, tra questi c’è anche un altro luogo che richiami nella domanda, cioè l’ex deposito Atc di via Libia su cui si è concentrata l’attività del comitato B.E.C.C.O. in opposizione alla nascita in quell’area di un supermercato. Anche questa vicenda parla da sola: una proprietà pubblica messa in vendita, un’occupazione presto sgomberata, il progetto che cambia per andare incontro al mercato privato lasciando nel cassetto un parco da 3.000 metri quadri per far spazio all’ennesimo insediamento della grande distribuzione.
Eccola, dunque, la storia che le occupazioni possono raccontare: una storia fatta di immobili vuoti lasciati morire, rendering buoni solo per qualche conferenza stampa, speculazione e cemento che avanza mentre chi governa e amministra si dà una riverniciata di verde strizzando l’occhio alle giovani generazioni che manifestano per l’ambiente. Per fortuna, però, non c’è solo questo. La storia e il presente degli spazi sociali dimostrano anche l’esatto opposto: e cioè che attraverso percorsi di autogestione e autorganizzazione è possibile ridare un senso e un’anima anche ai luoghi più trascurati, costruire progetti sociali e sostenibili, creare spazi di libertà e dove il profitto non detta legge perché è la solidarietà che muove ogni ingranaggio. Vale anche per Vag61 ed è per questo che continuiamo a far vivere questa esperienza e a batterci per difenderla.

Oltre a perderci nei supermercati e a vedere sempre più ridotti gli spazi verdi e di socialità, negli ultimi anni la città ha vissuto anche un progressivo restringimento delle possibilità di residenza e di vita per chi ha meno potere d’acquisto – studenti/esse, lavoratori/rici precari/e, migranti – che sempre più rinunciano a vivere in città: cosa è cambiato secondo voi a Bologna?

La trasformazione che la città sta vivendo è sotto gli occhi di tutti. Che una città cambi è normale e forse Bologna aveva anche bisogno di una scossone, perché probabilmente per molti versi si cominciavano a sentire gli effetti di un certo intorpidimento. Ma quello a cui stiamo assistendo sta cambiando il volto della città senza che la città stessa – o almeno una grande parte di essa – riesca a tenere il passo: il rischio, ogni giorno più concreto, è che questa doppia velocità possa produrre lacerazioni profonde nel tessuto sociale, perché inevitabilmente il repentino sviluppo di nuovi centri di ricchezza si bilancia lasciando dei vuoti. È fin troppo facile fare l’esempio dell’esplosione degli affitti brevi prodotta dal boom turistico che ha travolto la città negli ultimissimi anni: più appartamenti per questo tipo di utenza, meno alloggi per lavoratori, famiglie e studenti. Lo stesso vale per la cosiddetta riqualificazione di quartieri popolari: anche in questo caso l’inserimento di nuove segmenti sociali con maggior capacità di spesa provoca fenomeni di espulsione. Finora chi amministra la città, dal Comune all’Università, ha dimostrato di non essere in grado oppure di non voler governare questi fenomeni in modo da evitare i contraccolpi per le fasce sociali che non hanno le risorse e gli strumenti per partecipare alla spartizione della nuova torta.
Oppure, si pensi alla doppia faccia della gig economy così ben svelata, ad esempio, dalla condizione dei riders: da un lato piattaforme immateriali che accumulano profitti giocando sulle opportunità fornite dalla logistica urbana e dalle nuove forme di consumo, dall’altro fenomeni di sfruttamento e precarietà che riportano indietro le lancette della storia fino a sdoganare uno strumento vergognoso come il cottimo. Il resto lo fa l’impoverimento delle reti sociali e il crescente individualismo, che mostrano il loro volto feroce anche nei movimenti elettorali che si registrano a livello nazionale. È in particolare su questo nervo scoperto che si concentra il ruolo dei movimenti sociali, che storicamente si candidano ad intercettare i bisogni mutevoli e le forme di marginalizzazione per fornire risposte collettive e mutualistiche. Lo dimostrano le mobilitazioni per l’appunto dei riders, così come quelle dei lavoratori della logistica e altri esempi ancora si potrebbero fare.

Ecco, proprio sul mutualismo e la possibilità dei movimenti di intervenire su questa situazione, volevo farvi un’ultima domanda. Rimanendo sulla questione abitativa, uno/a studente/ssa che si iscrive all’Università di Bologna o un/a migrante che arriva qui nel 2019 non sa che in passato sono esistite occupazioni, anche di interi studentati, che oggi sembrano lontane anni luce: in che direzione sta andando la città?

Quanto detto sopra sul ruolo dei movimenti sociali vale anche per le occupazioni abitative che espliciti nella tua domanda. È vero, oggi non esistono situazioni come quelle che potevamo vedere anche solo pochi anni fa, peraltro duramente colpite da una violenta ondata di sgomberi e procedimenti penali. Ma questo non vuole affatto dire che si tratti di un capitolo chiuso per sempre. Nei primi anni Duemila, i movimenti per la casa esistevano e agivano, ma sembrava impossibile immaginare grandi occupazioni di immobili pubblici o privati come quelle che si erano viste nei decenni precedenti. Eppure, pochi anni dopo si sono moltiplicati gli interi stabili autogestiti in grado di dare un tetto a centinaia di persone. La sfida è aperta, insomma: sta anche ai movimenti confrontarsi con le trasformazioni della città, saperle leggere e trarne nuova linfa.

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