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«Qualifica: partigiano». Cosa (non) ci dicono le carte di Partigianiditalia

È della settimana scorsa la notizia della pubblicazione del portale Partigiani d’Italia, un progetto di digitalizzazione dei documenti prodotti dalle commissioni regionali (e poi nazionale) con le quali la Repubblica si impegnò a riconoscere la qualifica di “partigiano” o “patriota” a chi ne fece richiesta. Frutto della collaborazione fra Istituto centrale per gli archivi, Scuola normale di Pisa, Archivio centrale dello Stato e istituti per la storia della Resistenza, si tratta – come spiega persino il ministro – della prima tappa di un lavoro più ampio. Per questo è superfluo sottolineare che sono al momento accessibili le sole schede anagrafiche relative alle domande di riconoscimento e solo per alcune regioni. È invece interessante chiedersi se la versione attuale del portale riesca davvero a far riapparire «la luce della Resistenza» – come dichiara uno degli interventi durante la presentazione – e, nel caso, agli occhi di chi. Come sempre davanti alle fonti storiche, è forse più interessante domandarsi cosa dicono e cosa nascondono quelle carte, rappresentando nient’altro che il momento in cui lo stato italiano ufficializzò la partecipazione di un certo numero di persone alla lotta di popolo contro il nazifascismo. Domande che richiedono inevitabilmente di immergersi nelle vite che stanno dietro quei nomi, andando al di là delle qualifiche e della burocrazia statuale.
È quello che hanno fatto sul n. 49 di «Zapruder» Federico Goddi e Alfredo Mignini con uno di quei nominativi, qualificato come «partigiano combattente», ma in realtà figura ambigua di militare orgoglioso al servizio del dispositivo di occupazione fascista in Montenegro, collaborazionista e imboscato, rinato politicamente grazie al Pci bolognese e, per contrappasso, protettore di partigiani ingiustamente accusati dai tribunali della Repubblica durante la guerra fredda. Lo riproponiamo qui (o potete scaricarlo in .pdf) come spunto per il dibattito.

Compagno generale. Prime considerazioni sulla biografia di Francesco Zani (1884-1958)

Federico Goddi, Alfredo Mignini

Nato a Modena il 23 novembre 1884 da Dirce Grandi e Giuseppe, «maestro di musica»1, Francesco Carlo Filippo Zani si avviò diciannovenne alla carriera militare. Dopo la guerra in Libia nel 1912 e gli incarichi da insegnante e giudice militare, fu comandante in alta Italia e poi generale di divisione ad Ancona. Al vertice della divisione “Messina” dal 1939, nel 1941 raggiunse l’altra sponda dell’Adriatico e assunse poteri militari e civili in Montenegro. Dall’8 settembre 1943 al 1946 si consumò per lui un complicato approdo al “partito nuovo” togliattiano, diventando presidente del comitato di Solidarietà democratica (Sd) fino alla morte.

Quanto segue è frutto del primo di Bologna, prot. n. 3180 del 25.06.2019 tentativo, a nostra conoscenza, di leggere insieme momenti diversi di questa biografia. Più che concentrarci sul trasformismo o sulla cesura bellica, ci interessa indagare alcuni aspetti contraddittori di una complessa figura politico-militare. Crediamo, con Loriga, che «rompere l’eccesso di coerenza» non sia affermare l’irriducibile pluralità biografica, ma «svelare la densità sociale e la stratificazione storica di una vita» (2012, pp. 201 e 191). È nostro intento, quindi, scavare in questa densità per gettare nuova luce su un nodo centrale del Novecento: “fare i conti” con il fascismo.

Una vita in armi

In un noto romanzo autobiografico del 1963, il giornalista Davide Lajolo – ex mussoliniano convinto, poi partigiano e deputato del Pci (Hassan 2004) – evocò l’uso canzonatorio della «retorica del regime» da parte di Zani, suo superiore in Albania. Spintosi quest’ultimo fino allo «sfogo antifascista», nell’aprile 1941 gli avrebbe confidato che il fascismo era per lui «indigesto» (Lajolo 2005, p. 194) dal momento in cui aveva equiparato esercito e camicie nere. Eppure, pochi mesi dopo, il generale venne nominato cavaliere dell’Ordine militare di Savoia poiché, a capo «della colonna incaricata di conquistare Cettigne e Cattaro, s’impadroniva di tale località con condotta ispirata a decisa spregiudicatezza ed audacia»2. Accostare questi brani può sortire effetti stranianti. Da un lato, è lecito sospettare che l’ex direttore de «l’Unità» avesse voluto omaggiare un amico da poco scomparso. Dall’altro, ci si stupisce che l’apparato militare fascistizzato elogiasse un generale distante, secondo Lajolo, dal fascismo. Benché legittime, sono due letture che privilegiano le continuità ed evitano gli aspetti ambivalenti di questa figura. Per farlo si può iniziare proprio da Lajolo, al quale Zani avrebbe anche detto: «I politici facciano il loro mestiere e lascino ai militari quello delle armi» (Lajolo 2005, p. 194). Uno sfogo professionale, quindi, molto più che una professione di antifascismo. E non a caso, nel dopoguerra, egli abbandonò più volentieri i panni dello scrittore – forse indossati sotto lo pseudonimo “Caravella”3 – che non la divisa, fregiandosi del grado senza mai precisare di essere nella riserva. Prima di seguirlo nella guerra fredda, è però utile ripercorrere la sua attività nei Balcani.

Italiani e tedeschi in Jugoslavia: lo spazio d’azione di una divisione militare

Dall’aprile 1941 al settembre 1943 l’Italia fascista occupò il Montenegro con un numero spropositato di soldati: la più alta densità di militari italiani dell’intera seconda guerra mondiale in rapporto alla popolazione, 105.000 per circa 390.000 civili (Vujović 1988, pp. 71-73). Le politiche di Zani nei Balcani sono un’ottima dimostrazione di come l’estensione di competenze di un generale italiano si potesse legare a una più stretta collaborazione con l’alleato tedesco. Il comandante, nel febbraio del 1943, fu destinato non a caso al «comando superiore FF.AA Slovenia-Dalmazia (2a Armata) per incarichi speciali»4. Lo scarno lessico burocratico dello stato di servizio cela l’impiego dell’ufficiale modenese in una delle più importanti azioni dell’Asse nell’intero teatro jugoslavo. Sarebbe quindi difficile analizzare l’operato di Zani senza conoscere quanto avveniva nei settori confinanti al Governatorato militare del Montenegro nel 1941-43. Infatti, nonostante nella Wehrmacht la brutalizzazione della guerra fosse ben maggiore che nel regio esercito, lo spazio d’azione dei singoli generali tedeschi mette in luce interessanti analogie (Burgwyn 2004, pp. 314-329).

Sull’alleanza diseguale alcuni soldati italiani costruirono uno schema assolutorio, che prese forma già durante il conflitto: «Quando le truppe germaniche sono passate attraverso questi paesi con i loro carri armati questa gente non a sparato [sic] neppure un colpo – ma quando anno [sic] saputo che i tedeschi se nerano [sic] andati e anno l’asciato [sic] l’ordine alle forze Italiane di presidiarli si sono ribbelati [sic] come tante bestie»5.

Dopo quelle prime operazioni partigiane al confine tra Serbia e Montenegro, i generali tedeschi prescrissero azioni a danno dei civili: tutti gli uomini dovevano essere internati, i resistenti passati per le armi, le donne e i bambini deportati (Burgwyn 2004, p. 322). Il livello di scontro fu alzato dal generale austriaco Franz Bohme, plenipotenziario della Wehrmacht in Serbia che, tra il 23 settembre ed il 2 ottobre 1941, alla guida della 342 a divisione, mise a ferro e fuoco la regione di Šabac. L’unità eseguì 1.127 fucilazioni di sospetti comunisti e internò 20.000 uomini (Shepherd 2010, pp. 189-209).

Il quadro repressivo di un’occupazione militare è complesso e l’operato di una divisione va analizzato nel dettaglio perché autonomo nella pratica di contrasto giornaliero delle azioni di resistenza all’occupazione (Browning 2002, pp. 31-40). È da questo segmento specifico dell’istituzione militare che mosse l’interpretazione del generale Zani, ufficiale tra i più fedeli all’alleato tedesco.

Dalle rappresaglie in Montenegro all’operazione “Weiss”

La divisione “Ferrara”, ai suoi ordini dal 12 aprile 1942 al gennaio 1943, aveva una giurisdizione particolare rispetto alle altre unità italiane in Montenegro, essendo assegnata al comando superiore di una zona d’occupazione confinante (Slovenia e Dalmazia), ma sotto il controllo operativo del governatore Alessandro Pirzio Biroli: una faglia tra poteri nella zona a più alta presenza partigiana dell’intera Jugoslavia (Rodogno 2003, p. 514). Questa singolarità gli consentì di estendere le competenze della “Ferrara”: «a partire dal 30 aprile la Divisione avrà giurisdizione su tutto il Settore Zeta da Niksic a Danilovgrad» con compiti di antiguerriglia e «il concorso delle formazioni nazionaliste»6.

Al suo arrivo a Nikšić, Zani ordinò di intensificare la vigilanza in vista delle «probabili azioni ribelli o di tumulti […] in occasione della ricorrenza sovversiva del 1° maggio»7. Il generale partecipò attivamente al processo di normalizzazione che includeva misure draconiane basate sul principio di colpa collettiva: «Effettuato rastrellamento fuori nostra linea abitazioni occupate da tiratori catturando 16 civili di cui 7 donne alt Munizionamento rinvenuto nelle case alt Perdite nostre 5 feriti leggeri […] alt Generale Zani»8.

Nel giugno 1942, in una fase in cui aveva ottenuto un’estensione ulteriore del proprio comando (guidava l’intero corpo d’armata italiano in Montenegro per l’assenza del superiore Luigi Mentasti), avvenne un attentato alla mensa degli ufficiali italiani di Nikšić che provocò un morto e due feriti tra i militari. L’azione fu compiuta da un resistente che Zani definì «un comunista isolato di razza ebraica»9. È un episodio importante perché nel marzo del 1945, rispondendo allo stato maggiore italiano in merito alle richieste jugoslave di presunti crimini di guerra, seppe costruire un ottimo muro difensivo, delegando le responsabilità: «venni chiamato al telefono dal Governatore in persona, […] il quale ordinò di procedere a un’immediata rappresaglia»10. La sua linea è interessante anche perché testimonia gli evidenti limiti delle commissioni jugoslave che, concentrandosi su singoli episodi, non seppero individuare il nodo della responsabilità politica nella guerra ai civili. La rappresaglia, scrisse il generale, «non si svolse su venti cittadini presi a caso, e normalmente innocenti, come usano fare i tedeschi», alludendo a quel che accadeva in Serbia11. La realtà era ben diversa: i četnici scelsero 19 uomini e una donna fra i 15 e i 60 anni, principalmente contadini, colpevoli di essere parenti prossimi di partigiani. Vennero fucilati il 27 giugno da un plotone di camicie nere dell’82° battaglione “Mussolini” e da carabinieri (Ferorelli 2016, pp. 74-76). Zani conosceva bene le dinamiche della guerra civile jugoslava e per questo fu scelto come «saggia guida»12 della divisione “Sassari” durante l’operazione “Weiss”, nella zona del fiume Neretva. Si tratta di una delle più grandi operazioni antipartigiane nei Balcani (marzo-aprile 1943), che incluse rappresaglie contro i civili (Gobetti 2007, pp. 208-213). Come conferma il suo diretto superiore Umberto Spigo, «sotto la direzione del Comandante la Divisione Sassari» c’erano anche bande «cetniche locali et erzegovesi»13. Nel luglio del 1943, la “Sassari” sarebbe tornata in Italia per combattere a Roma una guerra ben più contraddittoria di quella raccontata dalla memorialistica (Fatutta e Vacca 1994, p. 192 e ss.).

Zani e la mancata difesa di Roma

Dal dibattito postbellico sull’occupazione nazista di Roma, furono rimosse le responsabilità dei singoli circa la “mancata difesa di Roma”. Come noto, i primi scontri tra resti del regio esercito e la Wehrmacht avvennero al ponte della Magliana, con focolai sparsi a sudovest tra l’Eur e la Garbatella. L’attacco tedesco investì via Ardeatina per poi concentrarsi su via Ostiense sino alla Piramide Cestia. Da una parte c’era un esercito ben guidato, dall’altra reparti sparuti, tra cui spiccavano i soldati del 4° carristi, i guastatori, un gruppo squadroni del “Genova cavalleria”, una compagnia di camionette d’assalto ed elementi della divisione “Sassari” agli ordini del generale Zani (Majanlahti e Osti Guerrazzi 2010, pp. 65-71). A quest’ultima unità era affidata la «difesa interna, minacciata dalle truppe tedesche già in città»14.

A distanza di poco più di un anno dagli eventi, alcuni ufficiali avrebbero però accusato Zani di essere stato tra i primi a prendere contatti con i tedeschi. Egli sarebbe stato chiamato a rispondere del proprio operato nel gennaio 1945 davanti al sottosegretario di stato alla guerra, il comunista Mario Palermo, su invito dell’apposita commissione per la mancata difesa di Roma istituita il 19 ottobre 1944 allo scopo di chiarire gli «avvenimenti che si svolsero nel territorio della provincia di Roma dall’8 al 23 settembre 1943»15. Inizialmente Zani era finito sotto la lente d’ingrandimento per via di una singolare libertà di circolazione concessa al generale dai tedeschi sino al 14 settembre, quando lasciò Roma in abiti borghesi verso porti sicuri. Da denunce ritenute attendibili dalla commissione, risultava che Zani «il 12 settembre si mise in contatto con un comando di divisione tedesco circa il versamento delle armi già ordinato dal Comando città aperta. Sembra che egli abbia poi ottenuto da detto comandante il permesso di conservare l’autovettura e di partire per Ancona»16. Il fatto era aggravato da un precedente, avvenuto a poche ore dall’armistizio: Zani aveva inviato un suo sottoposto, triestino di lingua tedesca, a trattare un accordo separato con i nazisti17. Uno stralcio di relazione rese palesi le omissioni agli occhi della commissione: «Zani mi ordina di inviare il maggiore Perusino del mio reggimento a [Porta] S. Paolo per parlamentare con i tedeschi, conoscere le loro intenzioni e far loro sapere che nel caso avessero voluto defluire verso il Nord senza penetrare in città, avrebbero avuto il passaggio libero e sarebbero stati forniti di guide»18. Il che trovò ulteriore conferme nella testimonianza del colonnello Giuseppe Milazzo, comandante del 152° reggimento fanteria, che raccontò di una telefonata avuta col generale19. Nel febbraio 1945 Zani si vide recapitare una missiva della commissione di epurazione del personale militare che lo annoverava in un elenco di generali «implicati in responsabilità per la mancata difesa di Roma»20. Era solo l’ultima delle comunicazioni che rincorrevano un uomo che, non diversamente dal capo coronato delle forze armate, si era macchiato della più disonorevole delle azioni per un ufficiale militare. Uno dei passaggi finali della sua risposta al sottosegretario Palermo non è che un tragico capolavoro del trasformismo che lo avrebbe portato a breve su nuove posizioni: «Rimasto spesso senz’ordini, e senza sapere da chi dipendessi, mantenni incrollabile la mia volontà di resistere ai tedeschi ‘a ogni costo’»21. Nonostante la strenua autodifesa, il suo comportamento ebbe implicazioni disciplinari rilevanti. La commissione ne propose il collocamento in congedo assoluto – che ne avrebbe comportato la perdita degli obblighi di servizio – per via del «contegno biasimevole nei rapporti coi tedeschi»22. Fu invece collocato nella riserva, posizione utile per continuare a fregiarsi del grado e che gli avrebbe fruttato incarichi inimmaginabili nell’Italia postbellica.

Una transizione opaca

Non è semplice ricostruire questa biografia nella fase che va dall’armistizio alla Repubblica, e risulta quasi impossibile farlo fino al momento della liberazione di Roma. La documentazione rinvenuta è scarsa e di seconda mano, mentre si moltiplicano punti di vista e ipotesi avanzate da prefetture e questure. Oltre alle commissioni d’inchiesta dette, infatti, nel dopoguerra si interessarono a Zani i tutori dell’ordine, aprendo fascicoli a suo nome presso la questura di Bologna, gli “affari riservati” dell’Interno e il Casellario politico centrale, dove fu deferito per «attenta vigilanza»23. Per la questura di Roma fu in contatto con le «organizzazioni militari clandestine» fino al 4 giugno 1944, quando fece ritorno in città con la famiglia24. Per quella di Ancona sfollò invece a Osimo fino all’aprile 1945, mantenendosi «indifferente verso i nazi-fascisti», benché di «fede fascista, nel periodo anteriore»25. Se l’autodifesa davanti a Palermo avvalora la seconda ipotesi, la partecipazione alla Resistenza capitolina pare invece suffragata dalle pratiche per il riconoscimento da partigiano, da lui avviate nel 1946. Lo conferma la domanda, che riporta un generico servizio nella «zona di Roma», senza ulteriori dettagli26. Stando alla corrispondenza delle commissioni d’inchiesta, indirizzata a Osimo almeno fra febbraio e marzo 194527, si potrebbe ipotizzare che Ancona non fosse al corrente della sua attività clandestina e Roma sbagliasse sul suo ritorno in città. Lo stato di servizio, però, attesta che Zani combatté da resistente in «zona Emilia-Romagna»28 e, non a caso, fu la commissione di questa regione a riconoscergli la qualifica di combattente, però solo fino al 4 giugno e nonostante egli dichiarasse di aver svolto «servizio informazioni militari»29. Come se non bastasse, solo dall’estate o dal dicembre 194530, la questura di Bologna è certa del suo trasferimento in città. Perché esca dall’ombra bisogna aspettare il 10 maggio 1946. Al fondo di un editoriale di condanna del re abdicatario, «l’Unità» annunciò che Zani, già al vertice «delle gloriose divisioni “Messina”, “Ferrara” e “Sassari” […] ha chiesto al compagno Palmiro Togliatti l’onore di essere iscritto al [Pci]. La domanda è stata accolta»31. Fin troppo palese l’opportunità elettorale di annoverare fra le file del Pci, quindi della Repubblica, un milite glorioso. Ma plausibili retroscena vennero svelati dal questore felsineo: «[dopo la] liberazione tentò di iscriversi alla Democrazia Cristiana, ma non vi riuscì, sembra per avere avanzato pretese eccessive circa una sua inclusione […] per le elezioni [del 2 giugno]»32. L’adesione venne poi datata all’estate 1945, in «opportuna coincidenza»33 – notano correttamente da Ancona (Pedaliu 2003, pp. 14-22) – con le quasi contemporanee richieste jugoslave di estradare i presunti criminali di guerra italiani, fra cui vi era «ZONI Francesco»34. Queste «scelte politiche inconsuete»35 gli attirarono attenzioni indesiderate, poiché ritenuto «capo delle formazioni paramilitari»36 bolognesi. Nonostante anni di pedinamento, però, non si riuscì a provare un suo collegamento con i depositi di armi, che pure esistevano37. Né venne mai acclarata la sua attività di insegnante di topografia alla scuola del Pci bolognese “Marabini”38. Da Roma, d’altronde, il capo della polizia aveva espresso i suoi dubbi: «un vecchio incartapecorito il quale non può impartire lezioni neppure a se stesso»39. Nel caos c’è però un punto fermo. Zani non attraversò la linea Gotica prima della fine del conflitto, sebbene il dizionario dei partigiani bolognesi (Arbizzani e Onofri 1998, p. 433) ne attesti la residenza in città dal 1943. In assenza di altri riscontri, è sospetta la mancanza di sue tracce nelle memorie (Bergonzini 1967-1980) e negli studi, ma anche il termine a quo del riconoscimento, cioè la liberazione di Roma. Tanto più che nella sua domanda, Zani avrebbe avuto interesse a menzionare i contatti con la brigata Garibaldi “Irma Bandiera”, nel cui seno lo inquadra il dizionario, ma ne tace. Così come tace «l’Unità», che forse avrebbe preferito evidenziare le sue credenziali resistenziali accanto a quelle da generale d’occupazione.

Sorvegliato e protetto, accusato e accusatore

Allo stato attuale è difficile avere certezze su questa transizione, ma è palese che vada inserita in un percorso di vita tortuoso e complesso. Molte delle incongruenze evidenziate emergono dalle fonti di polizia che, pur senza sovrainterpretare, permettono alcune ipotesi di lettura complessive. È plausibile che il suo riconoscimento da partigiano fu materia delicata, da leggere sullo sfondo della protezione diplomatica che il governo di coalizione antifascista accordò nel 1946 ai connazionali accusati di crimini di guerra (Focardi e Klinkhammer 2001). Di qui l’opportunità di evadere la pratica dall’Emilia, ma anche il silenzio di altre fonti: la nota sullo stato di servizio è da considerarsi successiva. Tuttavia, la protezione “unitaria” di cui godette non gli servì come garanzia di “affidabilità”. La sua adesione al Pci alimentò infatti dubbi sulla sua figura, intrecciandosi ad almeno due elementi. Innanzitutto la sua professione. Come sarebbe emerso dalle inchieste sul Piano solo, il colonnello dei carabinieri Luigi Bittoni – che da Zani fu promosso per aver sventato un’azione partigiana a Nikšić – riferì che il suo ex comandante gli confessò nel dopoguerra di essere «demoralizzato» e messo «da una parte», il che gli fece comprendere le ragioni per cui Zani «si gettò dall’altra parte della trincea» restando però «militare in borghese»40; esternazioni forse non isolate, che nutrirono i sospetti. In secondo luogo la sua attività di “difensore” dei partigiani alla sbarra. Nell’agosto 1948 anche a Bologna si costituì Solidarietà democratica41, emanazione del Fronte democratico popolare ma in quella città di fatto in mano al Pci. Col compito di organizzare la difesa legale e l’assistenza ai militanti di sinistra sotto processo (Ponzani 2004; 2008), Zani ne fu presto presidente provinciale e, visti i molti ex partigiani coinvolti, la questura pensò a un incarico di copertura. Ma i sospetti, come visto, non vennero mai confermati, a meno di non voler vedere la “gladio rossa” (Donno 2001) dietro ogni comizio. La sua attività in Sd fu intensa e ricca di spirito d’iniziativa. Anche senza poterla analizzare, basterà dire che fu talmente apprezzato che il segretario nazionale, nonché vertice dell’Anpi di Roma, ne elogiò la «guida sapiente e illuminata»42. Le attestazioni di stima, ma anche i ruoli di consigliere Anpi e membro del consiglio del Pci bolognese, creano oggi un effetto straniante: «Figura luminosa di patriota e di combattente per il socialismo»43, scrisse infatti il Pci sul suo necrologio. Tuttavia, i rapporti col sindaco Giuseppe Dozza sembrano limitati alla «formale cortesia»44. Forse un segno che, dietro la patina di opportunità incrociate, alcune distanze non potevano colmarsi.

(in copertina foto segnaletica di Francesco Zani sul “casellario politico provinciale”, in Asb, A8, b. 47, f. «Zani Francesco», aut. Min. beni cult., Arch. di Stato di Bologna, prot. n. 3180 del 25.06.2019)

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Tutti i link di questo articolo si intendono consultati l’ultima volta il 6 febbraio 2019.

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