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Il campo lungo del conflitto

È uscito “Cinema and Social Conflicts”, il sesto numero di Zapruder World

Il sesto volume di Zapruder World, la costola internazionale di Storie in Movimento, è gratuitamente disponibile on-line e verrà presentato online lunedì 25 gennaio alle ore 18. Dai fratelli Lumière al digitale, il volume indaga il rapporto tra cinema e conflitti sociali. Un rapporto che nel corso di più di 120 anni di storia si è articolato in modo diverso e seguendo le evoluzioni sia del cinema che della storia dei conflitti sociali.

Se il cinema delle origini sembrava apparentemente privo di conflitti, insisteva invece molto sulle fabbriche e aveva un legame fortissimo con le imprese coloniali. Fondamentale è stato naturalmente il cinema sovietico, con Sergei Eisenstein, Vsevolod Pudovkin, Dziga Vertov che raccontarono la rivoluzione e i primi anni dell’Unione Sovietica usando un linguaggio basato sulla vita reale e un montaggio dialettico e non esplicativo. Il 1944 è un momento particolarmente simbolico: Roberto Rossellini e i suoi collaboratori cominciano a lavorare a Roma città aperta, nasce il Neorealismo, che sarà importantissimo per la storia del dopoguerra italiano, ma anche per il cinema dei movimenti rivoluzionari in tutto il mondo – Saadi Yacef, membro dell’FLN e autore del soggetto de La battaglia di Algeri (Gillo Pontecorvo, 1966) verrà proprio in Italia in cerca di un neorealismo per l’Algeria indipendente. Come i registi sovietici crearono un nuovo modo di parlare della rivoluzione e post-rivoluzione nel proprio paese, così il Neorealismo si inventa un nuovo linguaggio per una nuova Italia: long take, riprese per le strade e non in studio (Cinecittà è comunque inagibile), uso di attori non professionisti, uno stile che a tratti sembra documentario. Caratteristiche che verranno adattate e esportate, e molti registi del cinema rivoluzionario e terzomondista dichiareranno il proprio debito verso il neorealismo: Ritwik Ghatak in India, Nelson Pereira dos Santos in Brazil, Ousmane Sembene in Senegal e via dicendo.

Negli anni sessanta e settanta infatti, fuori dall’Europa e dagli Stati Uniti, si sviluppa quello che verrà definito (da Fernando Solanas e Octavio Getino) il Terzo Cinema, un cinema militante e in alcuni casi anche rivoluzionario, che si pone fuori dagli stilemi e dai meccanismi produttivi del cinema d’autore occidentale e naturalmente di quelli hollywoodiani. Nomi come quelli di Glauber Rocha, Sarah Maldoror, Humberto Solás, Charles Burnett, Takamine Gō, e molti altri sono protagonisti di una rivoluzione cinematografica che segue e integra le rivolte e proteste del tempo. Arriviamo fino ai nostri giorni, con il cinema che è stato capace di intercettare i movimenti femministi, queer, l’antiimperialismo, la lotta dei neri in USA e molto altro. Negli ultimi trenta anni, due tendenze sembrano interessanti per chi si occupa di cinema e conflitto: l’attività di importanti autori, come Ken Loach, Abderrahmane Sissako o ancora Jean-Luc Godard, e le possibilità del cinema digitale, di un cinema militante sempre più leggero, autoprodotto e che può saltare meccanismi produttivi e distributivi.

In questo numero di Zapruder World guardiamo a esperienze diverse, geograficamente e temporalmente. Il saggio di Daniel Lawrence Aufmann analizza la relazione tra cinema popolare e movimento suffragista negli Stati Uniti negli anni dieci del novecento, e Cynthia Porter propone una lettura sulla eco di Furia (1936, diretto dall’esule a Hollywood Fritz Lang) nelle lotte di Black Lives Matter. Due saggi si concentrano su due paesi europei nel dopoguerra: Alessia Lombardini scrive sul ruolo dei cinegiornali (in particolare quelli proposti da Cesare Zavattini) nell’Italia degli anni sessanta, mentre Daniel Fairfax analizza il progetto fallito di creare un fronte rivoluzionario culturale interno all’importante rivista francese di cinema Cahiers du cinéma negli anni settanta. Avvicinandoci ai giorni nostri, Renzo Sgolacchia guarda alla lunga storia del media attivismo nella scena squatting di Rotterdam, e Dom Holdaway e Dalila Missero ci forniscono una lettura degli spazi queer e femministi nel cinema italiano recente. Con Fabio Andrade andiamo in Brasile per analizzare il cinema dei giovani registi nell’interstizio tra l’impeachment di Dilma Rousseff (2016) e l’elezione di Jair Bolsonaro in 2018. Infine, Ekin Erkan ci presenta le ramificazioni politiche e filosofiche delle attività del collettivo di hacker turco Redhack.

Il volume, curato da Daniel Fairfax, André Keiji Kunigami, Luca Peretti, e intitolato “Cinema and Social Conflicts”, verrà presentato lunedi 25 gennaio alle ore 18. La diretta dalle pagine social di Storie in Movimento e di «Zapruder World», qui sotto invece la registrazione:

INDICE

Introduction Daniel Fairfax, André Keiji Kunigami, Luca Peretti

Lang’s Fury Continues to Resonate in the #BlackLivesMatter Movement Cynthia D. Porter

The Post-Cinematic Gesture: Redhack Ekin Erkan

Cahiers du cinéma’s Maoist Turn and the Front Culturel Révolutionnaire Daniel Fairfax

Urban Stories of Conflicts: The Filmic Activity of Squatters in the “Productive City” of Rotterdam Renzo Sgolacchia

Counter-Information and Counter-Power: The Italian 60’s Newsreels Alessia Lombardini

The Neglected Spaces of Feminism and Queer in Contemporary Italian Political Cinema Dom Holdaway and Dalila Missero

Silent Suffragists: Activism, Popular Cinema, and Women’s Rights in 1910s America Daniel Lawrence Aufmann

Brazil in Social (Un)Rest: Cinema in a Provisional State Fabio Andrade

Risorse

Yesterday. Digital scholarly resources, archival links, images and more related to the topic of this volume.

Today. Global and local organizations, movements, and networks inspired by the traditions explored in this volume.

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