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Vivere con le miniere nell’Africa meridionale

Il numero 68 di «Zapruder», “Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera” emergerà in superficie a giorni, e per accompagnare la sua risalita abbiamo chiesto un contributo a Iva Peša. Se l’ambiente minerario è – quasi per definizione – spesso celato agli occhi, sia il numero sia questo contributo cercano di mostrarne la materialità quotidiana. In questo caso, a partire dalle immagini di Danny Chiyesu e Madoda Mkhobeni, che ritraggono scene di città e quartieri minerari nell’Africa meridionale.

Buona lettura!

Vivere con le miniere nellAfrica meridionale

di Iva Peša

Sin dagli esordi dell’estrazione industriale delle risorse nell’Africa meridionale, le miniere hanno trasformato ambienti e mondi di vita. Johannesburg fu costruita grazie all’attività mineraria dopo la corsa all’oro del 1886 e la Copperbelt zambiana, fulcro regionale, trasse il proprio nome e la propria identità dalle miniere di rame. L’estrazione avviò potenti «aspettative di modernità», come le definì James Ferguson (1999). Minatori, loro familiari e una popolazione eterogenea attratta dalle promesse di ricchezza si radunarono e si stabilirono attorno ai siti minerari, dando vita a vivaci centri urbani. Ma come appaiono oggi questi luoghi dell’estrazione nell’Africa australe, dopo oltre un secolo di attività mineraria intensiva? Se da un lato le comunità che vivono nei pressi delle miniere continuano a sperare in uno sviluppo trainato dal settore estrattivo, dall’altro risultano altrettanto diffuse realtà di declino industriale, inquinamento tossico e conflittualità sociale.

Attraverso cinque immagini dell’artista zambiano Danny Chiyesu (Mission press, Ndola) e del fotografo sudafricano Madoda Mkhobeni (Market photo workshop, Johannesburg), questo saggio indaga in che modo le eredità del colonialismo e del capitalismo modellino le esperienze vissute delle comunità minerarie nel presente. Le immagini mettono in risalto la devastazione ambientale provocata dall’estrazione, ma mostrano anche come gli individui abbiano creato forme di comunità e appartenenza in paesaggi tossici. Il saggio si concentra sull’estrazione del rame nella cittadina zambiana di Mufulira e sulle eredità della produzione aurifera a Johannesburg, evidenziando notevoli parallelismi e differenze nei percorsi di crescita e declino dell’attività mineraria.

Questa collaborazione è parte del progetto Environmental histories of resource extraction in Africa. Da una prospettiva storica, intendiamo comprendere come le persone che vivono nei pressi di miniere e pozzi petroliferi in Sudafrica, Zambia e Nigeria interpretino le trasformazioni ambientali (si veda anche Peša 2023). Se archivi, interviste di storia orale, poesia e musica costituiscono eccellenti fonti per cogliere percezioni ambientali e forme di consapevolezza riguardo all’inquinamento, non di rado le persone faticano a tradurre in parole cambiamenti lenti e complessi dei loro ambienti. Concentrarsi sulle dimensioni visive del cambiamento ambientale attraverso la fotografia ci ha consentito di approfondire la riflessione nelle interviste orali (Peša et al. 2024). In questo saggio, sono proprio le fotografie il punto di partenza, ancorando il racconto storico.

Miniere, migrazioni e modernità

Vista da Butondo, Mufulira, fotografia di Danny Chiyesu, marzo 2024

Per sfruttare in modo profittevole le risorse minerarie nell’Africa australe agli inizi del XX secolo, le compagnie minerarie coloniali necessitavano non solo di capitale, ma soprattutto di grandi masse di lavoratori. Scavare pozzi, frantumare rocce e trasportarle in superficie dipendeva in larga misura dal lavoro manuale, in particolare fino agli anni Quaranta. Dopo la corsa all’oro del 1886, Johannesburg crebbe a un ritmo vertiginoso: dai 100.000 abitanti nel 1896 raggiunse 1 milione nel 1955, e oggi l’area urbana conta oltre 6 milioni di residenti. Anche le miniere di rame zambiane attrassero rapidamente centinaia di migliaia di persone, alimentando dibattiti accademici sulla natura dell’urbanizzazione (migrazione circolare del lavoro vs. urbanizzazione permanente, cfr. Larmer et al. 2021).

Dal punto di vista della gestione mineraria coloniale, queste persone erano innanzitutto una “forza lavoro”. L’alloggio doveva quindi essere temporaneo, orientato il più possibile a uomini soli, scoraggiando vita familiare e insediamento stabile. Tuttavia, gli insediamenti minerari attrassero rapidamente una popolazione varia e dinamica di commercianti, insegnanti, agricoltori e intrattenitori (Mususa e Peša 2023). Essi resero ben presto proprie queste città, garantendo che Johannesburg e Mufulira non fossero meri poli estrattivi, ma luoghi da poter chiamare casa, pur in circostanze spesso oppressive (Van Onselen 1982; Bonner e Nieftagodien 2008).

La prima fotografia mostra come la miniera di Mufulira faccia da sfondo alla vita quotidiana. Venditori ambulanti offrono pomodori lungo la strada, persone camminano e pedalano, i chioschi di mobile money facilitano le transazioni economiche. Ma la scena rivela anche le delusioni dello sviluppo minerario: mentre negli anni Trenta e Quaranta l’estrazione del rame permise l’elettrificazione delle abitazioni degli europei, oggi gli abitanti di Mufulira convivono con blackout quotidiani e cucinano ancora prevalentemente a carbone. E le strade asfaltate fungono ormai da percorso soprattutto per pedoni e ciclisti, più che per camion minerari, automobili e minibus (Peša e Henriet 2021). La fotografia cattura in modo eloquente come, in molte località minerarie quali Mufulira, le promesse di una modernità trainata dall’attività estrattiva si siano rivelate un miraggio.

Strati di scarto

La discarica mineraria di Diepkloof diventa un deposito di rifiuti domestici, Johannesburg, foto di Madoda Mkhobeni, maggio 2023

Quando il contenuto aurifero raggiunse il suo picco a Johannesburg nel 1905, occorreva estrarre una tonnellata di roccia per ricavare appena 22 grammi d’oro (Hecht 2023: 29). Questa roccia, scavata dalle profondità della terra, conteneva varie mineralizzazioni e sostanze tossiche: oltre all’oro, tracce di uranio, piombo, mercurio e zinco. Essendo troppo pesante e troppo abbondante per essere trasportata a lunga distanza, venne accumulata in gigantesche discariche minerarie sparse per la città (Thurman 2022).

Sebbene Johannesburg sia, in molti sensi, una città costruita sui detriti minerari, i depositi più grandi e tossici vennero collocati deliberatamente vicino ai quartieri neri. La pianificazione urbana dovette tener conto dello smaltimento dei rifiuti e lo fece all’interno delle cornici violente e profondamente diseguali del colonialismo e del capitalismo razziale (Ndaba 2023). Marco Armiero (2021: 2) definisce queste dinamiche «wasting relationships […] che producono luoghi e persone  di scarto». Non sorprende quindi che le discariche minerarie divengano oggi siti di smaltimento dei rifiuti domestici. L’ambiente urbano di Diepkloof, parte della celebre township di Soweto, è caratterizzato da ciò che Gabrielle Hecht (2023: 6) chiama «governance residuale», ossia «una forma di governo che tratta persone e luoghi come rifiuti e come terre di scarto». Disuguaglianze ambientali, scarti e tossicità sono perdurati, si sono intensificati e si sono trasformati alla luce delle eredità dell’Apartheid, del capitalismo razziale e del declino industriale. Questi processi sono chiaramente visibili negli strati di scarto di Diepkloof odierna.

Tuttavia, focalizzarsi su località come Diepkloof esclusivamente come siti di rifiuti farebbe torto alla vitalità, alla resilienza e alla creatività dei suoi abitanti. Rosalind Fredericks (2014) descrive in maniera più positiva le discariche di Dakar come «infrastrutture vitali». Similmente, le discariche minerarie di Diepkloof hanno generato proprie ecologie, forme di socialità ed estetiche. La seconda fotografia mostra come la discarica mineraria sia divenuta un luogo di smaltimento dei rifiuti domestici. Alla ricerca di valore in mezzo a tali scarti, l’uomo e il maiale ritratti fanno parte di un assemblaggio multispecie. Non solo contribuiscono al riciclo della plastica – potenzialmente rendendo Johannesburg una città più pulita e “sostenibile” – ma questi scarti vengono spesso riutilizzati creativamente, generando reddito attraverso souvenir turistici come giocattoli di filo metallico (Ward e Kamsteeg 2015). Quali storie hanno plasmato questi ambienti dello scarto?

Vivere con la colonialità tossica

Infrastrutture minerarie di Mufulira viste da Kankoyo, fotografia di Danny Chiyesu, marzo 2024

Le eredità del colonialismo continuano a modellare le realtà quotidiane in località minerarie come Mufulira e Johannesburg. Un quartiere come Kankoyo, raffigurato nella terza fotografia, fu deliberatamente collocato in piena esposizione ai fumi tossici provenienti dai pozzi e dalle ciminiere. Studiosi come Jennifer Chibamba Chansa (2022) e Gabrielle Hecht (2023) hanno mostrato con grande efficacia come la pianificazione urbana coloniale sia stata uno strumento per promuovere gli interessi del capitalismo minerario razzializzato. Se lo stato coloniale necessitava della manodopera degli abitanti di Kankoyo per far funzionare le miniere e produrre rame, l’emissione costante di fumi tossici sulle loro case sacrificava consapevolmente la loro salute e il loro benessere (Peša 2024).

La geografa Farhana Sultana (2022: 3) sostiene che il «cambiamento climatico mette a nudo il colonialismo… non solo del passato, ma una colonialità tuttora operante che governa e struttura le nostre vite». Ciò è visibile anche nella fotografia di Mufulira, che mostra infrastrutture dell’epoca coloniale (strade erose, alloggi sovraffollati) collocate proprio accanto a un’industria inquinante – un tempo simbolo potente di modernità. La tossicità prodotta dalla miniera va oltre le particelle chimiche, investendo la salute, il benessere sociale e la capacità stessa di costruire significato e appartenenza nei luoghi. Le due fotografie successive esplorano le relazioni sociali e gli ambienti creati dall’attività mineraria.

Vita quotidiana allombra della miniera

Diepkloof, Johannesburg, fotografia di Madoda Mkhobeni, giugno 2023

Che tipo di vita conducevano le persone in condizioni modellate dal capitalismo razziale, dalla colonialità tossica e dall’onnipresenza dello scarto? Le fonti scritte raramente documentano le esperienze vissute dagli abitanti di luoghi come Diepkloof. Le compagnie minerarie e i funzionari statali silenziarono e resero invisibili i cambiamenti socio-ambientali generati dall’estrazione aurifera, concentrandosi piuttosto sul profitto, sulla tecnologia e sulla pianificazione urbana (Peša et al. 2024). Se le interviste di storia orale consentono di riportare al centro le prospettive delle persone sui mutamenti storici della quotidianità, fotografie come queste permettono di illustrare visivamente narrazioni vernacolari (Dunaway 2023).

La quarta fotografia mostra la discarica mineraria di Diepkloof come sfondo della vita quotidiana. Mentre le strade aggirano la discarica mineraria, evitando la sua presenza imponente, le persone svolgono le loro attività trasportando merci al mercato. Le interviste rivelano che la polvere sollevata dalla discarica poteva causare problemi respiratori e dermatologici, richiedendo frequenti pulizie di cortili, finestre e stanze. Eppure, gli abitanti hanno integrato la presenza della discarica nella loro realtà quotidiana. Una sezione di Diepkloof è soprannominata Ghost town: se alcuni residenti detestavano tale etichetta, altri la interpretavano come testimonianza della propria forza e resilienza, per essere riusciti a vivere bene nonostante la vicinanza alla tossica discarica mineraria.

Comunità minerarie

Partita di calcio a Mufulira, opera di Danny Chiyesu, marzo 2024

Mufulira e Johannesburg sono località definite dalla presenza mineraria. Dai viali privi di alberi, alle ciminiere, all’inquinamento idrico, fino ai minatori che pranzano al bar locale con le tute impolverate, la miniera modella ambienti, mondi di vita e forme di sociabilità. Se agli inizi del XX secolo l’attività estrattiva sembrava promettere sviluppo e modernità, all’inizio del XXI secolo resta ben poco ottimismo. Stagnazione economica, licenziamenti di massa dovuti alla meccanizzazione e a dure politiche neoliberali, e crescenti problemi di inquinamento (acque acide, cedimenti del terreno, inquinamento atmosferico) hanno portato alcuni a prevedere che nel giro di pochi decenni sarebbero rimaste solo “città fantasma”.

Al tempo stesso, Mufulira e Johannesburg si presentano come un enigmatico paradosso. Danny Chiyesu ha creato un’opera sovrapponendo una partita di calcio alle infrastrutture minerarie nella quinta immagine. Questi giovani vivono la propria vita non malgrado la miniera, ma insieme a essa. Decenni di attività estrattiva hanno plasmato i loro orizzonti e le loro aspettative per il futuro. Sarah Nuttall e Achille Mbembe (2008) hanno descritto Johannesburg come una «metropoli elusiva», «una città che sta sviluppando un proprio marchio di cultura cosmopolita». Nel nostro progetto cerchiamo di connettere estrazione delle risorse, cambiamento ambientale, sociale e culturale per comprendere meglio come le persone abbiano vissuto con le miniere nell’Africa australe e oltre.

Ringraziamenti: Un sentito ringraziamento a Danny Chiyesu e Madoda Mkhobeni per la nostra collaborazione fotografica, che fa parte del progetto AFREXTRACT, Environmental Histories of Resource Extraction in Africa, finanziato dal Consiglio europeo della ricerca (Erc, AFREXTRACT, n. progetto 101039920). Le opinioni espresse sono tuttavia esclusivamente dell’autrice e non riflettono necessariamente quelle dell’Unione europea o del Consiglio europeo della ricerca. Né l’Unione europea né l’autorità finanziatrice possono essere ritenute responsabili.

Immagine di copertina Kimberley, Sud Africa: minatori e attrezzature per il lavaggio nella miniera di diamanti di Bultfontein. Woodburytipia da una fotografia di Robert Harris, 1888 (via).

Bibliografia

Bibliografia

M. Armiero, Wasteocene: Stories from the Global Dump (2021, trad. it.).

P. Bonner e N. Nieftagodien, Alexandra: A History (2008).

J. Chibamba Chansa, The Politics of Mining Pollution in Zambia, in J. Ogude e T. Mushonga (eds.), Environmental Humanities of Extraction in Africa: Poetics and Politics of Exploitation (2022), 75-92.

F. Dunaway, Notes from the Icehouse: Representations, Traces, Vital Agents: Why Images Matter to Environmental History, in «Global Environment» 16:3 (2023), 624-633.

J. Ferguson, Expectations of Modernity: Myths and Meanings of Urban Life on the Zambian Copperbelt (1999).

R. Fredericks, Vital Infrastructures of Trash in Dakar, in «Comparative Studies of South Asia, Africa and the Middle East» 34:3 (2014), 532-548.

G. Hecht, Residual Governance: How South Africa Foretells Planetary Futures (2023).

M. Larmer, E. Guene, B. Henriet, I. Peša e R. Taylor (eds.), Across the Copperbelt: Urban & Social Change in Central Africa’s Borderland Communities (2021).

P. Mususa e I. Peša, Making Mining Localities: Trajectories and Stories of Mining and Mobility in Zambia, in G. Castillo Guzmán, M. Himley e D. Brereton (eds.), Mining, Mobility, and Social Change in the Global South: Regional Perspectives(2023), 101-122.

T. L. Ndaba, Unravelling the Enigmatic Tale of the Witwatersrand (2023).

S. Nuttall e A. Mbembe (eds.), Johannesburg: The Elusive Metropolis (2008).

I. Peša, Toxic Coloniality and the Legacies of Resource Extraction in Africa, in «International Review of Environmental History» 9:2 (2024), 33-50.

I. Peša, Anthropocene Narratives of Living with Resource Extraction in Africa, in «Radical History Review» 145 (2023), 125-138.

I. Peša, T. L. Ndaba, J. Shaba e J. T. Jack, Pluralizing Archives for Histories of Extraction in Africa, in «Africa Bibliography, Research and Documentation» (2024).

I. Peša e B. Henriet, Beyond Paternalism: Pluralising Copperbelt Histories, in M. Larmer et al. (eds.), Across the Copperbelt: Urban & Social Change in Central Africa’s Borderland Communities (2021), 27-52.

F. Sultana, The Unbearable Heaviness of Climate Coloniality, in «Political Geography» 99 (2022), 102638.

C. Thurman, Mines and Mountains: Mine Dump Aesthetics, Marikana, and Contemporary South African Fiction, in «Research in African Literatures» 53:1 (2022), 27-44.

C. Van Onselen, New Babylon, New Nineveh: Everyday Life on the Witwatersrand 1886-1914 (1982).

V. Ward e F. H. Kamsteeg, Window onto a World of Waste: Cultural Aspects of Work in South Africa, in «Anthropology Southern Africa» 29:1/2 (2015), 58-65.

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