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Bologna la sbirra

Ha ragione l’editoriale di Zero in Condotta. A Bologna ci sono persone che stanno lentamente trasformando la città in una montagna di merda. Dopo il professore dei carri armati e l’ex-sindacalista amico delle ruspe, oggi ci tocca subire Virginio Murala che nell’autunno della sua carriera politica ha deciso di sgomberare – letteralmente – il terreno dagli equivoci: anche lui è un sindaco in linea con la tradizione.
Per fortuna, iniziavamo ad inquietarci.

Nemmeno una settimana fa abbiamo voluto manifestare pubblicamente il nostro sdegno nel vedere la porta di Atlantide murata. Diciassette anni di vita, desideri, progetti, intensa attività culturale e politica – e una trattativa in corso – non hanno evidentemente alcun significato per Prefetto, Questore e Sindaco. Come non ha alcun significato che all’Ex-Telecom, uno dei tanti edifici regalati alla speculazione edilizia, quasi trecento abitanti e un pugno di attivisti/e avessero trovato nell’autogestione e nell’autodeterminazione una soluzione a problemi che nessuno aveva saputo risolvere altrimenti. Poco importa che avessero faticosamente costruito un luogo multiculturale, inclusivo e solidale fra continue difficoltà. Poco importa che avessero accolto chi viene schiacciato/a dall’austerità, chi deve difendersi quotidianamente dall’inasprimento dei dispositivi disciplinari odierni, chi vive con la paura di essere (ri)cacciato/a ai margini senza appigli se non quelli oltre la “legalità”… ovvero quella particolare forma di giustizia procedurale su cui pontifica chi se lo può permettere. Poco importa che, per quasi un anno, trecento persone avessero raggiunto e mantenuto un equilibrio talmente solido che ci sono volute più di dieci ore e venticinque camionette di Celere per distruggerlo. E, ancora, poco importa che per farlo si è dovuto entrare nelle case di tanti bambini e bambine, prenderli di peso e cacciarli via a forza con i loro genitori in lacrime.

Bologna, 20 ottobre 2015: dalle finestre dell'Ex-Telecom spuntano cartelli e quella che diventerà la mascotte del corteo del 24 ottobre.

Bologna, 20 ottobre 2015: dalle finestre dell’Ex-Telecom spuntano cartelli e quella che diventerà la mascotte del corteo del 24 ottobre.

Entrare, manganellare, sgomberare.
Esattamente lo stesso copione di via Solferino qualche giorno addietro e di un’infinità di altri spazi negli scorsi anni. E gli esaltati che osano portare solidarietà vanno caricati, feriti, dispersi con gli idranti.

L’orribile triumvirato che occupa di fatto il governo della città è in perfetta sintonia con la Coalizione della Nazione al governo e alla mediazione politica sperimenta la subdola sostituzione di un misto fra decisionismo e manganello. Chi non si adegua va spazzato via senza riguardo alcuno per una qualsiasi idea – pur sbiadita – di giustizia sociale. Chiunque pratica (pensa?) soluzioni alternative al mercato – “sinergie fra pubblico e privato” (E.M. Sodano, «Abitareoggi», giugno 2014) – va isolato, assediato, criminalizzato. È dunque contro le opinioni di questi signori e l’ipocrisia di cui amano circondarsi che è necessario sottolineare la cruciale importanza del lavoro svolto all’interno di queste esperienze. Un lavoro che il gruppo bolognese di Storie in Movimento ha avuto la fortuna, il piacere e l’onore di toccare con mano nelle numerose occasioni in cui con quei/lle compagni/e ci siamo ritrovati a riflettere e a discutere sulle lotte di ieri e di oggi. Un lavoro politico, culturale e sociale che mette a nudo tutta l’inadeguatezza delle risposte fornite dalle istituzioni cittadine e che viene oggi brutalmente interrotto, con il pretesto della legalità, proprio per questo suo fondamentale ruolo pubblico.

Quasi nessuno oggi parla più di “modello emiliano” o di Bologna “la rossa” se non quando bisogna dar fiato alle trombe della nostalgia, farsi grandi per dissimulare la propria bassezza o quando si vogliono nascondere nelle pieghe del passato le scelte di cui ci si vergogna o le ingiustizie da cui ci si ritiene immuni. Una rappresentazione sterilizzata e pacificata del passato che serve soltanto a dire tutto e il contrario di tutto e a fingere di essere sempre in linea con la “tradizione”. Come quando il defunto «compagno Zangheri» viene elogiato in lacrime dal suo epigono che si affretta a precisare, però, che il professore non voleva fare di Bologna «un’isola rossa» (per carità!) e che la sua «idea di […] città dell’incontro e del dialogo» (Corriere di Bologna, 7 agosto 2015) è fonte di ispirazione ancora oggi.
Ebbene forse al sindaco formalmente in carica potrebbe giovare la rilettura di qualche pagina della storia della città che ha mandato di amministrare, magari soffermandosi per un istante a un esponente di spicco della sua tradizione: quel Giuseppe Dozza che dai prefetti cercava di non farsi esautorare per affissione abusiva di giornale murale e che, quando un soldato come De’ Simone assumeva la carica, allertava i «compagni sindaci» di tutta la provincia perché un generale-prefetto avrebbe sicuramente adoperato il polso di ferro contro ogni loro – ironia della sorte – “illegalità”.
Ebbene, per una volta, la vostra tradizione non vi è d’aiuto.
E ogni giorno di più senza una chiara inversione di rotta rispetto allo scempio cui abbiamo assistito in via Fioravanti è un giorno di più in cui state cucendo addosso a Bologna una vergognosa uniforme da sbirra.

Il gruppo bolognese di Storie in Movimento – «Zapruder»

Bologna, 20 ottobre 2015: le famiglie resistono all'interno dell'edificio mentre la Celere si prepara all'irruzione.

Bologna, 20 ottobre 2015: le famiglie resistono all’interno dell’edificio mentre la Celere si prepara all’irruzione.

(L’immagine di copertina è tratta dall’album Flickr di Zic.it, autore Michele Lapini)

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