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Contro ogni sgombero. Solidarietà a Crash e Làbas

A pochi giorni di distanza dall’anniversario del 2 agosto, a Bologna è in corso un ignobile sgombero. In solidarietà a Crash e Làbas ripostiamo l’articolo di Alfredo Mignini uscito sul n. 39 di «Zapruder» (gen-apr 2016).

Dotta grassa rossa sbirra. Riflessioni sulla storia di Bologna alla luce degli sgomberi d’autunno

di Alfredo Mignini

[…] durante lo sciopero, la polizia ha cercato di proteggere quattro crumiri, che voi chiamate liberi lavoratori.
[…] noi, che abbiamo la pratica dello squadrismo nell’Emilia e sappiamo cos’era, abbiamo visto che esso nacque proprio in questo modo […], alimentato non da liberi lavoratori ma da gente assoldata o addirittura da proprietari che si proponevano di far fallire gli scioperi: allora erano tutelati dalle «guardie regie»; oggi sono tutelati dalla «celere»1.

 

 

Come gruppo bolognese di Storie in movimento abbiamo voluto manifestare la nostra indignazione per due sgomberi che hanno sconvolto la nostra città nel mese di ottobre scorso. Lo abbiamo fatto pubblicando due comunicati a distanza molto ravvicinata e dai toni decisamente duri innanzitutto perché sentivamo il desiderio di unirci al coro di voci che, dall’Italia e oltre, hanno portato solidarietà a chi veniva sgomberato. Esperienze che riconosciamo “colpevoli” solo di aver proposto un’alternativa ad una situazione sociale sempre più preoccupante. Ma lo abbiamo fatto anche per provare a dare il nostro contributo a un dibattito, evidentemente non solo cittadino, che s’interroga sulle possibilità di costruire una città migliore.

È per questo che voglio ora allargare la discussione a chi legge «Zapruder», non tanto per riproporre il bollettino delle lotte che seguiamo con interesse e partecipazione, né perché penso che i mali di Bologna siano necessariamente degni di nota. Al contrario, questi episodi di ordinaria violenza ci sembrano inseriti coerentemente in un momento particolarmente difficile per i movimenti che cercano delle risposte dal basso ai problemi complessi della grave crisi che affrontiamo giorno per giorno. In questa sede voglio uscire dai contorni del comunicato di solidarietà scritto “a caldo” e provare a dissotterrare qualche storia comodamente dimenticata.

Tensioni d’autunno

Il 2015 bolognese è stato scandito da continui sfratti, sgomberi e misure cautelari che si fa fatica a elencarli tutti. Quasi tutte le aree politiche, dai collettivi studenteschi ai sindacati di base, sono rimaste colpite da un’ondata di contenimento e anche solo scorrendo blog e giornali online è facile notare il cambiamento in negativo dalla primavera in poi, quando in città arriva il nuovo questore. Ignazio Coccia, fin dalla prima conferenza stampa, aveva reso chiaro che il suo target e (forse) il motivo della sua nomina era quel «panorama estremamente variegato di realtà antagoniste» che rende Bologna una città così complicata e «seguita a livello centrale»2. Da qui in poi, ci sono state continue dimostrazioni muscolari. In maggio la protesta dei precari della scuola contro Matteo Renzi, ospite d’onore alla Festa dell’Unità, era stata caricata a freddo con tre fermi e un foglio di via poi convalidato3. Ogni nuovo tentativo di occupazione, per quanto simbolico o temporaneo4, è stato bloccato mentre si staccava la luce dalle occupazioni esistenti5. Sono spuntati muri a blindare case sfitte e stabili abbandonati e puntualmente è caduta una pioggia di provvedimenti giudiziari per fatti vecchi e nuovi6.

Questo il clima con cui si è arrivati all’autunno, aperto simbolicamente da un corteo che ha reclamato una «Bologna della libertà» contro la «Bologna della paura» mettendo al centro il problema della repressione7. Così è toccato prima al Cassero di Porta S. Stefano, sede di Atlantide e storico ritrovo di diversi gruppi e collettivi lgbtq, che per diciassette anni è stato uno dei luoghi più preziosi a Bologna per la produzione e condivisione di sapere critico. Poi è arrivato il turno dell’ex Telecom, palazzina che ospitava oltre trecento persone e ha richiesto un intervento di oltre dieci ore per essere completamente sgomberata, grazie alla determinazione di chi stava dentro e fuori e di chi, in tutta Italia, ha subito organizzato presidi di solidarietà. Fra i due, un altro sgombero ai danni della campagna “Ioccupo”8.

Con due comunicati in quindici giorni, il nostro gruppo locale non aveva soltanto il desiderio di sfogare la tensione accumulata, ma anche di provare a capire cosa stesse accadendo e, soprattutto, di discutere del senso che ha oggi un certo immaginario legato a questa città, alla sua tradizione di sinistra e all’uso politico che ne viene fatto ogni volta che dirsi dalla parte dei più deboli porta qualche vantaggio elettorale9. Il sindaco in carica, Virginio Merola, non si è mai sottratto alla consuetudine, al netto degli equilibrismi retorici che un esponente del Pd adopera per stabilire una qualche continuità con il Partito comunista. Nel nostro comunicato abbiamo provato a mostrare questo atteggiamento riportando qualche parola del discorso che Merola ha pronunciato all’ultimo omaggio reso a Renato Zangheri, che è forse il sindaco simbolo di uno dei refrain più opprimenti della storia cittadina, quello dello scontro fra la Bologna autentica e il “corpo estraneo” degli studenti fuori sede. Alla luce della rapida intensificazione di azioni a difesa della legalità-feticcio, la nostra prima impressione non è stata quella della
città commissariata da prefettura e questura. Al contrario, ci è sembrato che alla giunta facesse semplicemente comodo inscenare il balletto per cui una volta si prende una posizione forte contro il Piano casa di Renzi-Lupi riallacciando l’acqua a due occupazioni in Bolognina10 e la volta dopo (o quella prima) le occupazioni vengono deprecate, i collettivi politici screditati, gli sgomberi elogiati11.

Bologna la rossa

Di “modello emiliano”, dicevamo, quasi nessuno può parlare, oggi come ieri, se non in termini nostalgici e ideologici. Proprio lo stesso Zangheri, col piglio dello studioso coltissimo che era, aveva recentemente messo in guardia dall’utilizzo di questa categoria in campo intellettuale e politico12. Il richiamo alla tradizione è spesso il passepartout con cui si giustifica tutto, ci si deresponsabilizza, si nascondono nelle pieghe del passato le scelte di cui ci si vergogna o le ingiustizie da cui ci si ritiene immuni. D’altronde proprio la storia del Partito comunista in Italia è segnata dal profondo «empirismo»13 che recupera i frammenti più opportuni all’occorrenza
e li inquadra sotto il segno della continuità. Una tradizione così intesa rischia quindi di trasformarsi in una rappresentazione sterilizzata e pacificata del proprio passato. Tuttavia non è poi così difficile scavare in quella tradizione e far emergere dissonanze, fratture e discontinuità.

Facevamo l’esempio di Giuseppe Dozza che prima di essere il sindaco del dopoguerra era stato un dirigente del movimento comunista internazionale formatosi nel biennio rosso e poi nell’esilio europeo e sovietico. Nel comunicato, l’intento non era di azzardare assurdi parallelismi fra la situazione politica della fine degli anni quaranta e quella di oggi, né tanto meno di affermare che il Pci era un partito rivoluzionario e che il Pd bolognese non ha le sue ragioni per sentirsi erede di quella storia, se e quando lo desidera. Ci interessava invece provare a complicare i quadretti tirati a lucido che funzionano tanto bene quando il confronto con il passato è meno duro, quando chiamare “compagno” un sindaco defunto è quasi d’obbligo, mentre non si riesce a dire nulla quando i leghisti a cui si è concesso l’uso di piazza Maggiore salutano romanamente chi li contesta davanti al sacrario dei combattenti partigiani. Il tutto un giorno dopo l’anniversario della battaglia simbolicamente più importante della Resistenza cittadina. CitavamoGiuseppe Dozza come simbolo di un momento in cui tutti i sindaci della provincia erano impegnati in un’opera di fiancheggiamento alle numerose mobilitazioni delle masse subalterne, di cui Pci e Cgil tenevano saldamente in mano le redini, almeno per tutta la fase iniziale di guerra fredda14. Non erano certo infuocati rivoluzionari leninisti, ma ricoprivano il ruolo di primi cittadini con l’intento di trarre vantaggio dalla posizione istituzionale per proteggere i militanti e i manifestanti che partecipavano ai blocchi stradali, alla diffusione (non sempre lecita) della propaganda, alle occupazioni di terre incolte, agli scioperi alla rovescia, alla difesa della buona riuscita degli scioperi dai “crumiri”… tutte azioni che sfidavano e quasi sempre oltrepassavano i confini della legalità.

Sindaci alla sbarra

Per qualsiasi organizzazione politica scendere su questo piano significa (anche) familiarizzare con denunce, sanzioni e procedure legali, se non altro per non abbandonare in tribunale chi deve pagare le conseguenze dirette della propria militanza. Il Pci, dal 1948 alla fine degli anni
cinquanta, a questo scopo minimo inizia ad affiancare quello di «trasformare ogni processo in una battaglia democratica per la difesa delle libertà costituzionali»15, motivo per cui crea insieme al Psi un organismo formalmente dotato di autonomia. Non è questa la sede per raccontare la storia di Solidarietà democratica, seppure ad oggi poco esplorata16.Piuttosto, voglio pescare dai suoi archivi un episodio utile a questa riflessione.

San Donnino di Argelato, 5 giugno 1948. Oltre 14.000 fra mondine, braccianti e mezzadri di tutta la provincia sono in sciopero da quindici giorni, ma ancora nessun cenno è arrivato dai proprietari terrieri sulle rivendicazioni presentate a metà maggio dal sindacato dei lavoratori (e delle lavoratrici) della terra17. Dopo la delusione per le elezioni del 18 aprile i funzionari della Cgil hanno in parte abbandonato certi atteggiamenti cauti e attendisti, i metodi di lotta si fanno più duri, gli agrari rispondono con violenza. Scortati dalla polizia, il marchese Talon si presenta nelle sue tenute per prelevare il bestiame «a[l] qual[e] da più giorni nessuno provvede»18 e portarlo altrove, forse verso la montagna, dove gli aderenti allo sciopero sono in netta minoranza. Molti/e scioperanti si radunano velocemente davanti alle stalle e bloccano la strada per non farsi sottrarre uno dei più potenti strumenti di
pressione che hanno sui proprietari. La situazione precipita quando alcune donne si accorgono che uno degli operai a servizio di Talon è armato. Il fattore racconterà poi che la polizia, «invitata […] più volte la folla ad allontanarsi [si vede] costrett[a] a fare carosello con le gipp [sic]»19 disperdendo il gruppo e permettendo a Talon di andarsene insieme alle sue bestie. Nel processo che segue a questi fatti rimane coinvolto anche il deputato comunista Giovanni Bottonelli che era arrivato per cercare di placare la situazione.

Si tratta di uno dei molti processi scaturiti da uno sciopero durato ben diciotto giorni, il cui bilancio sarà di oltre un centinaio di persone fermate dalla polizia e quarantasette arrestate in circostanze del tutto simili a quelle raccontate in questo episodio20. D’altra parte, fra il ’48 e il ’53 l’Emilia si colloca al centro dello scontro fra Dc e Pci, tanto che diventa «sempre più difficile affiggere anche i giornali murali»21, come riconosce un funzionario della segreteria nazionale di Solidarietà democratica. Un conflitto con cui le giunte “rosse” non soltanto in Emilia cercano di allargare i propri margini di manovra nel governo di una porzione importante di territorio e al contempo di fornire una sponda alle mobilitazioni sindacali in corso. Non è un caso, infatti, che scorrendo i registri degli imputati negli archivi di Solidarietà democratica si ritrovano molti dei sindaci in carica. È forse il caso, invece di richiamarsi ossessivamente alla legalità sfidata dalle occupazioni, di riflettere sul valore politico che queste iniziative hanno e magari rileggere la propria storia anche alla luce degli aspetti che entrano in contraddizione con le scelte politiche odierne.

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