StorieInMovimento.org

Transformaggio

È passato quasi un mese dall’inizio della protesta dei pastori sardi per il prezzo del latte ovino, passato dagli 85 centesimi per litro pagati dagli industriali caseari nella scorsa stagione ai 60 centesimi di quest’anno. Era il 7 febbraio quando, conclusosi senza esito l’ultimo “Tavolo del latte”, i pastori hanno avviato una protesta plateale, prima singolarmente e poi collettivamente: versare il latte per terra, piuttosto che cederlo sottocosto ai trasformatori. Nel corso del mese la mobilitazione è cresciuta (per ricostruirla vi rimandiamo all’inchiesta pubblicata da Infoaut: prima e seconda puntata) e ha acquistato visibilità; complice anche il voto per il rinnovo del Consiglio regionale, previsto per il 24 febbraio scorso, che ha reso l’accordo tra produttori e trasformatori oggetto di promesse elettorali.

All’indomani del voto, la soluzione del problema non è ancora raggiunta: dopo il fallimento del tavolo aperto dal ministero per le Politiche agricole, disertato dagli industriali, il primo marzo i pastori riuniti a Tramatza hanno deciso di sospendere momentaneamente le proteste, per facilitare la conclusione della trattativa. L’obiettivo insindacabile resta quello di ottenere subito 80 centesimi per litro, per arrivare ad 1 euro a fine stagione. Se l’accordo verrà chiuso, o se le mobilitazioni continueranno, si scoprirà il 7 marzo, giorno in cui è previsto un nuovo incontro presso la prefettura di Sassari.

Nel frattempo però il dibattito ha reso evidente come l’auspicata soluzione immediata, che permetta di non fare ricadere totalmente e solo sui pastori gli effetti di una crisi di mercato, debba essere accompagnata da un intervento più organico, che ripensi proprio il modo con cui è strutturata l’industria casearia sarda. E che metta in discussione il modo con cui, nel corso del tempo, si è venuta a creare la cosiddetta “monocoltura del pecorino romano”. Per questo motivo abbiamo ritenuto utile chiedere un contributo su questo punto a Michele Nori, agronomo, membro del gruppo di ricerca Pastres (Pastoralism, Uncertainty and Resilience: Global Lessons from the Margins) e della rete Appia, che ha ripercorso le vicende della produzione casearia in Sardegna dall’Ottocento alle crisi cicliche odierne.

Storia e vicissitudini del pecorino romano

di Michele Nori

Strana storia quella del Pecorino romano (Pr), che incrocia dinamiche locali e traiettorie globali, sovraniste e regionali. E che ben rappresenta il paradosso italiano e dei suoi misteri e ministeri dell’Interno. Parlando di Pr parliamo infatti di una merce che in verità rappresenta fedelmente le complessità e le interdipendenze del mondo in cui viviamo. Anche se a volte fingiamo di non saperlo, o che non ci piaccia. A fine Ottocento il territorio italiano viene riconfigurato da una serie di eventi. Alcuni imprenditori romani ne approfittano per rifare i conti, e li fanno bene. La fine della Dogana e la conversione del Tavoliere di Puglia alle coltivazioni agricole priva le transumanze appenniniche delle terre di pascolo dove svernare. Approfittando della “ormai” Unità d’Italia, gli imprenditori del Pr trovano nelle terre, nelle pecore e nelle braccia di Sardegna risorse fertili per i propri affari. Risorse che forniscono buon latte a basso costo1.

La tecnologia della trasformazione del latte ovino nel Pr, tipico del centro Italia, trova dunque un nuovo territorio dove proliferare. Da subito una fetta importante di mercato è l’export intercontinentale, approfittando della crescente impronta italiana nei flussi migratori verso le Americhe, dove importanti comunità italiane iniziano a innestarsi e a contribuire alle trasformazioni della dieta locale, apportando ed importando ingredienti e sapori mediterranei.

In verità, in Sardegna esistono formaggi locali che valorizzano il latte locale secondo parametri più tipici della cultura sarda, il pecorino sardo, il fiore sardo ed altri. Ma il Pr nasce come prodotto che si presta ad una trasformazione ed un prodotto adatto alla produzione industriale e da export. Fondamentalmente nella cucina Usa il pecorino serve ad aggiungere sapore e soprattutto sale su piatti spesso preconfezionati, pizze o lasagne surgelate. Quindi tipicità e qualità servono poco.

Qui forse sta il primo peccato – quello originale – del prodotto, della filiera e anche dei produttori. Usare il proprio latte per questo prodotto industriale è un modo per non valorizzarlo, ma renderlo pura materia prima di trasformazioni industriali. Gli allevatori che si mettono nelle mani degli industriali, imprenditori che si fanno operai.

Il prodotto ha comunque successo e le produzioni e le vendite salgono per tutto il Novecento. Tanto che, differentemente da quanto accade in altre regioni d’Europa, le terre a produzioni agricole (cereali) vengono convertite a terre per produrre foraggi e mangimi per gli animali degli allevamenti. La pastorizia prende quindi il sopravvento nell’economia agricola isolana.

Nel 1979 viene creato un Consorzio Dop (Denominazione di origine protetta per la tutela del formaggio Pr) che dovrebbe garantire una qualità standard e strategie commerciali per gestire le oscillazioni dei mercati e salvaguardare gli interessi di allevatori, cooperative e imprenditori, cioè coloro che istituiscono la denominazione d’orine, che ne fanno parte e che ne decidono gli organi dirigenti.

Il crescente valore del dollaro rispetto alla lira dà ulteriore sostegno a questo business, che tra gli anni ottanta ed il 2000 vive un’epoca d’oro. Le politiche agricole, inoltre, davano al tempo sostegno diretto sia alla produzione che all’export di prodotti agricoli, con buona pace dei liberi mercati. Quindi il Pr ha avuto tutte le buone ragioni per imporsi come prodotto da esportazione e per monopolizzare l’interesse degli allevatori.

La centralità del modello pastorale e il successo di questa strategia (latte di pecora sarda trasformato in pecorino ed esportato nel mondo) si riscontra anche negli importanti flussi migratori dalla Sardegna, che dagli anni cinquanta portano pezzi del mondo pastorale sardo nell’Italia centrale2. Famiglie che partono col traghetto che porta turisti sull’isola, e rientrano a Civitavecchia con famiglie e greggi di pecore sarde, che pian piano e man mano colonizzano le terre di Toscana, Lazio, Umbria e oltre, territori svuotati dalla fine della mezzadria e dallo sviluppo industriale dell’Italia, dal boom che stava desertificando le campagne italiane.

pastori sardi protesta 2019Famiglie di pastori sardi della Barbagia, le aree più rocciose e scomode dell’isola portano la loro “tecnologia” (la pecora sarda) e le loro tradizioni “nel continente”. Grazie a loro paesaggi come le balze senesi, il Mugello, la val Nerina, la Tuscia, la Maremma, riacquisiscono una ragion d’essere. Questi territori vengono contaminati e rivitalizzati dalla presenza sarda, ed i formaggi locali (chiamati precedentemente “caci”) vengono ridefiniti tutti in chiave “pecorino”: toscano, di Pienza, eccetera. Altre Dop si sviluppano in parallelo a quella del Pr. Così attraverso le migrazioni il pecorino torna nelle sue terre d’origine, anche se con pecore e braccia sarde.

Intanto il Pr continua a navigare nei mari e nelle cucine del mondo. Come (quasi) tutte le commodities.

Ad oggi, infatti, una buona parte delle circa 13 mila aziende ovine in Sardegna conferisce il proprio latte alle imprese che lo trasformano in Pr. Si parla di una trentina di cooperative e una cinquantina di industrie di varie dimensioni, ma soprattutto due grandi “poli industriali”.

Poi esistono ovviamente altre soluzioni, che gli allevatori applicano come strategia principale o secondaria, per ovviare alle incertezze dei mercati e alle decisioni degli imprenditori. Trasformare il latte in proprio, produrre formaggi tipici locali, creare reti commerciali alternative, appoggiarsi ai minicaseifici agricoli artigianali che trasformano il latte in altre maniere… anche appoggiandosi alle tante opportunità che il turismo locale offre.

Questi allevatori decidono che il loro latte merita di più che finire nelle fabbriche di Pr, e che potrebbe essere addirittura la fonte di lavoro e reddito per altri membri della famiglia (trasformazione, commercializzazione, ristorazione, agro-turismo). Diversi allevatori e diverse famiglie decidono dunque di investire e capitalizzare differentemente i loro capitali di terre, greggi e forza lavoro3.

Qualunque sia la strategia scelta, comunque serve ricordare che tutti gli allevatori (in Sardegna, come tutti gli agricoltori in Italia ed in Europa) derivano circa la metà del loro reddito dai contributi della Pac, la mitica Politica agricola comune, che utilizza il 40% del bilancio europeo per sostenere l’agricoltura e lo sviluppo rurale nella Ue. Questi contributi dovrebbero ricompensare gli allevatori per i servizi che apportano alla società in termini sociali e ambientali, e che il mercato non ripagherebbe.

Gran parte degli allevatori, inoltre, impiega lavoratori stranieri che operano come “servi pastori” nella mungitura e nella cura delle greggi. Sono più di mille nel settore, in maggioranza rumeni, spesso provenienti da regioni e famiglie di pastori essi stessi, e quindi con conoscenze tecniche specifiche. Questa manodopera straniera ha rappresentato una risorsa strategica negli ultimi anni, in cui è spesso venuta a mancare il ricambio in famiglia, per questioni demografiche, congiunturali o per scelte di vita altre.

Negli ultimi decenni, dunque, l’evoluzione di queste dinamiche vede gli Usa come importatori netti di quasi 4/5 della produzione di Pr gli allevatori dipendenti in parte dai fondi elargiti dalla Pac ed una importante parte della manodopera del settore rappresentata da lavoratori stranieri.

Negli ultimi anni, in Sardegna come altrove, queste dinamiche si sono accelerate. La globalizzazione stringe le maglie, creando opportunità e rischi per tutti. Alcuni imprenditori sardi hanno aperto fabbriche di latte in Romania, con minori costi e vincoli di produzione. I consumatori Usa possono così trovare pecorino romano e rumeno nei loro mercati… almeno fino a che Trump non deciderà di aggiungere il Pr alla lista di prodotti soggetti a nuovi dazi e tassazioni. Intanto gli inglesi hanno votato per Brexit, quindi il paese con più pecore e maggiore peso in questo settore farà presto venire a mancare i fondi e il sostegno politico alla lobby per il mondo ovino. E la riforma della Pac, prevista per 2020, dovrà tener conto del minor peso di questo settore.

Un altro paradosso, che tanto paradossale poi non pare, è che il duello politico attuale sia interpretato a livello governativo soprattutto dal ministero dell’Interno. La Lega ha dei trascorsi che molti pastori e cittadini potrebbero ricordare. Alla Lega, al governo del paese da tre decenni ormai, è infatti sempre interessato il ministero dell’Agricoltura, oltre a quello dell‘Interno.

È grazie alla Lega che noi cittadini abbiamo pagato le multe per gli eccessi delle quote latte degli allevatori padani anni fa. È grazie alla Lega che i pascoli dei monti d’Abruzzo, ed altrove negli Appennini come nelle Alpi, sono diventati terreni di speculazioni di fondi Pac da parte di imprenditori del nord Italia.

Soprattutto gli attivisti del Movimento pastori sardi ricorderanno l’altro famoso ministro dell’Interno leghista che mandò la polizia a bastonarli nell’autunno 2010 al loro arrivo a Civitavecchia.

Già. I luoghi e le storie tornano: Civitavecchia, porto di accoglienza dei sardi negli anni cinquanta, con le loro pecore. Poi luogo di respingimento delle loro istanze politiche nel nuovo millennio. In cui poi tutti i porti italiani si sono trasformati nella stessa direzione, per mano degli stessi politici.

Politici che professano autarchia a sovranismo in un paese che vive di export, turismo, sostegno europeo e che ha circa il 10% della popolazione sparso per il mondo.

E la cosa incredibile è che queste finzioni sembrano avere presa. Ancora per quanto?

Si ringraziano Domenica, Antonello e Giulia della rete Appia per la collaborazione e i consigli sulla tematica. Per le foto, si ringrazia invece il Pastres Project.

Bibliografia

Idda L., Furesi R., Pulina P. (2010) L’allevamento ovino in Sardegna tra crisi di mercato e politiche per il rilancio, «Agriregionieuropa», n. 23, https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/23/lallevamento-ovino-sardegna-tra-crisi-di-mercato-e-politiche-il-rilancio.
Aa.vv (2015) Formaggio e pastoralismo in Sardegna. Storia, cultura, tradizione e innovazione, Ilisso, Nuoro.
Meloni B., Farinella D. (2015) Cambiamenti ed evoluzione del pastoralismo in Sardegna, «Agriregionieuropa», n. 40, https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/43/cambiamenti-ed-evoluzione-del-pastoralismo-sardegna.
Meloni B. (2016) Incamminarsi. Migrazione di pastori sardi in Toscana tra continuità e mutamento, «Zapruder», n. 40, pp. 76 – 85.

Related Articles

Licenza

Licenza Creative Commons

Tutti i contenuti pubblicati su questo sito sono disponibili sotto licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale (info qui).


Notice: Undefined index: scroll_top_target in /var/www/vhosts/storieinmovimento.org/wp.storieinmovimento.org/wp-content/plugins/scroll-top/inc/functions.php on line 36